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FACEBOOK ED IL 25 APRILE - da Salvatore Armando Santoro

FACEBOOK ED IL 25 APRILE

MI E' VENUTA IN MENTE QUESTA RIFLESSIONE MENTRE LEGGEVO UNA RISPOSTA CHE L'AMICO FRANCESCO GALGANI MI AVEVA MANDATO QUESTA MATTINA. ED HO PENSATO CHE RIPROPORRE IL SUO PENSIERO POTEVA TORNARE UTILE AGLI AMICI PIÙ INTELLIGENTI PER RIFLETTERE SU QUESTO MOSTRUOSO STRUMENTO CHE È FACEBOOK E CHE LO SONO TUTTI GLI ALTRI PORTALI CHE GLI RASSOMIGLIANO E CHE CI STANNO INGABBIANDO IN UNA TRAPPOLA DOVE NOI PENSIAMO DI ESSERE LIBERI ED INVECE CI RICHIUDIAMO DENTRO DA NOI STESSI.

A ME FACEBOOK SERVE PER DIFFONDERE LE MIE INZIATIVE MA POI CI PUBBLICO DI TUTTO E, DI CONSEGUENZA, DIVENTO UN OGGETTO DA SFRUTTARE E CONDIZIONARE COME TUTTI QUELLI CHE PENSANDO DI ESSERE LIBERI E DI CONDIVIDERE LA LIBERTÀ SU CERTI PORTALI NEI FATTI CONDIVIDONO SOLTANTO LA LORO SCHIAVITÙ. RIUSCIREMO A CAPIRLO? HO I MIEI DUBBI E SE FRANCESCO RESISTE A STARSENE FUORI FORSE RIUSCIRÀ QUALCHE RIFLESSIONE A FARLA MATURARE ANCHE IN ALTRE PERSONE.

MA ECCO QUELLO CHE SCRIVE FRANCESCO:

Riflessioni su Facebook

 Inviato da francesco.galgani il Ven, 04/25/2014 - 15:55, pubblicato in http://www.informatica-libera.net/content/riflessioni-su-facebook

I social network sono molte cose: sono uno strumento di controllo delle masse (molto più invasivo e molto più efficace delle dittature del passato), uno strumento di marketing e politica, un prolifico mercato di pubblicità, un luogo di raccolta di informazioni private per poi rivenderle, e ovviamente una gallina dalle uova d'oro per il business miliardario di chi ha il controllo di tali strumenti.

I social network sono molte cose e sovente spingono le persone a chiudersi in un mondo sempre più ristretto, gestito da algoritmi su cui non hanno alcun controllo. I social network sono un esempio di psicologia applicata alle masse, una dimostrazione di come sia possibile ingannare milioni di persone, facendole sentire libere dopo aver messo loro guinzaglio e paraocchi. Sono una sorta di droga, tossica come la cocaina e l'eroina e con danni ad esse equiparabili. I più danneggiati sono i giovani, che sono la speranza e il futuro di questo mondo. Avevo scritto una poesia intitolata "Facebook" e ho studiato a fondo l'inganno dei social network nella mia tesi di laurea su "Solitudine e Contesti Virtuali". Avrei voluto far sapere al mondo intero quello che ho scoperto nelle mie ricerche, ma le persone non hanno né tempo né voglia d'ascoltare, e tanto meno hanno voglia di cambiare le proprie abitudini, anzi, l'uso di Facebook è sempre più invasivo e immersivo. Nel frattempo, l'intento di Facebook per allargare il proprio dominio, il proprio controllo e il proprio business è chiaro: rendere il web sempre più simile a Facebook, perché tutta la connettività delle persone "deve" (?!) iniziare con Facebook e finire con Facebook. I numeri dimostrano che in effetti questo è ciò che la massa degli internauti desidera: «Facebook has a grand vision: to connect the entire Internet, and every website on it, with a layer of social integration». Anche i tumori fanno così, o almeno ci provano: si allargano sempre di più, prima di uccidere tutto l'organismo.

Molti si sentirebbero persi senza Facebook, come se un proprio pezzo di vita venisse meno. E allora continuano ad essere "connessi, ma soli" (il video qui linkato ha anche una trascrizione in italiano). I social network aumentano la solitudine dell'essere umano moderno, ne aumentano anche il malessere psicofisico, suscitano emozioni negative, eppure le persone non riescono a staccarsi. Anzi, molti credono che Internet sia Facebook o che Facebook sia Internet. Addirittura qualcuno crede che sia uno strumento di democrazia, ma la democrazia, cioè il potere del popolo che prende in mano le sorti della nazione, è l'esatto opposto di quello che sta accadendo: sono le persone ad essere in mano agli algoritmi di Facebook, di Google e di altri, non il contrario.

Capite come mai ho scelto di non stare dentro Facebook e piuttosto mi sono fatto un blog personale, usando esclusivamente software libero su cui posso avere un controllo totale? Capite come mai, per la comunità degli studenti con cui collaboro, ho creato un "nostro" social network e un "nostro" spazio di condivisione (sempre basato su software libero), piuttosto che affidarmi alla gabbia di Facebook?

Voi facebookiani siete liberi come pesci nell'acquario, ma non ve ne accorgete.

Francesco Galgani,
25 aprile 2014

 


RAGGIUNTE LE 380.000 VISITE AL PORTALE DEL CIRCOLO - da Salvatore Armando Santoro

RAGGIUNTE E SUPERATE LE 380.000 VISITE AL PORTALE DEL CIRCOLO MARIO LUZI

Il portale del Circolo ha raggiunto e superato le 380.000 visite. Da giugno 2013 (333.333) i visitatori hanno sfiorato le 46.700 unità (con una media di 4600 visite al mese ovvero di oltre 153 giornaliere).

Di tutto questo ringraziamo i collaboratori più stretti che inviano saggi e recensioni, ed in particolare l'amico Francesco Galgani che ne  cura la manutenzione e l'efficienza, ed i visitatori che ci danno l'ossigeno necessario con la loro presenza per migliorare contenuti e notizie del portale.

Siamo certi che entro la fine dell'anno saranno superate le 400.000 visite e per un portale nato in una frazione di 400 anime di un piccolo comune come Montieri, posto ai confini con la provincia di Siena, tutto questo rappresenta un fatto significativo che dovrebbe far capire l'importanza della rete per dare visibilità anche a piccole associazioni che riescono a richiamare visite e concorrenti alle nostre iniziative culturali.

Con l'occasione auguriamo a tutti Buona Pasqua!

Salvatore Armando Santoro - Webmaster   

 


E' morto Garcìa Màrquez - da Salvatore Armando Santoro

 

E' MORTO GARCÌA MÀRQUEZ - UNA BREVE SINTESI DELLA SUA FIGURA ATTRAVERSO UN ARTICOLO SU "LA STAMPA"

 
 
 
Cultura

García Márquez, siamo tutti a Macondo

È morto a Città del Messico, a 87 anni, lo scrittore colombiano premio Nobel
A lungo bandito dagli Usa per le sue critiche, conquistò anche Bill Clinton

 

Si è spento nella sua casa di Città del Messico, con la moglie Mercedes e i due figli Rodrigo e Gonzalo accanto. Il romanziere colombiano Gabriel García Márquez, Nobel nel 1982, era malato da tempo. Dodici anni dopo la dura battaglia con un tumore linfatico, il cancro aveva invaso il suo corpo e lo scorso 3 aprile era stato ricoverato per una polmonite e un’infezione, ma lunedì gli era stato permesso di ritornare alla sua abitazione. L’autore di Cent’anni di solitudine aveva 87 anni. Il presidente della Colombia Juan Manuel Santos ha subito espresso in un tweet «mille anni di solitudine e tristezza per la morte del più grande dei colombiani di tutti i tempi. Solidarietà e condoglianze a Gabo e alla famiglia». «Per sempre Gabriel», ha invece titolato a tutta pagina il quotidiano di Bogotá El Espectador.

 

 

La centralinista all’ingresso del quotidiano il manifesto si rivolse perplessa al giovane reporter di passaggio in una mattinata chiara: «Ascolta, questo signore dice di essere Gabriel García Márquez». Il ragazzo, stupito, riconobbe l’autore del romanzo Cent’anni di solitudine, classico volume di una generazione nel mondo, le gesta del colonnello Aureliano Buendía, che promuove rivoluzioni perdendole tutte e finisce a creare pesciolini d’oro, tranquillo ed eroico come Garibaldi a Caprera. Un libro che dal 1967 ha venduto 50 milioni di copie in 25 lingue, fruttando all’autore colombiano il Nobel per la letteratura nel 1982, e creando il boom della letteratura latino-americana Anni 60 e 70, così onnipresente che José Donoso scrisse l’ironico Storia personale del boom

 

García Márquez disse piano: «Sono qui per vedere la Rossana Rossanda», allora direttrice del giornale di sinistra. Il ragazzo schizzò nella stanza della Rossanda, trafelato ed emozionato, «Rossana, Rossana c’è Márquez!», e la fondatrice del quotidiano, celebre per la concentrazione sugli articoli, rispose pacata: «Digli se per favore mi aspetta cinque minuti». L’autore più celebre al mondo, amico personale di Fidel Castro, per anni bandito dagli Stati Uniti per le critiche alla politica della Casa Bianca nel suo Paese natale, la Colombia, sospettato dal regime di traffico di armi ai guerriglieri e costretto a vivere in esilio volontario in Messico, doveva aspettare 5 minuti! Il ragazzo aveva le orecchie basse, ma «Gabo», come gli amici chiamavano García Márquez, non reagì da prima donna, ma da quel cronista nel cuore che era sempre stato: «Il mestiere che ho più amato, il mio mestiere prediletto, prima ancora della letteratura, è il giornalismo. Ascoltare le storie della gente, raccontarle una per una sulla pagina. Se mi chiedessero cosa vuoi fare nella vita mille volte risponderei, il giornalista!». In un’intervista alla Paris Review, sofisticata rivista di letteratura, Márquez ribadirà commosso: «Amo il giornalismo più di tutto», ricordando il suo reportage straordinario del 1955 Racconto di un naufrago (Mondadori), cronaca del naufragio del marinaio colombiano Luis Velasco, sbalzato da una nave commerciale e sopravvissuto alla deriva. Márquez ne fa un esempio di letteratura fantastica, quel «realismo magico» di cui i critici gli daranno la paternità, «ma io non li ascolto, non leggo mai le recensioni, né buone né cattive, i critici hanno la loro idea di quello che la buona letteratura deve essere e ti stirano per misurarti, se ci entri o no. Rispetto invece i traduttori, ma non devono mai usare note a piè di pagina, mi raccomando». 

 

Ridendo, Gabriel García Márquez prese il ragazzo sottobraccio: «Andiamo a berci un caffè, da quando volevo studiare cinema a Roma, al Centro Sperimentale di Cinematografia, il caffè romano è un momento unico. Sai, Rossana è la donna più intelligente che io abbia conosciuto e che ti capiterà di conoscere al mondo, lasciamola lavorare». Qualche anno dopo ripeterà il giudizio in un articolo per La Repubblica

 

Era nato nel 1927 nel villaggio colombiano di Aracataca, dove il vento soffia l’aria dai Caraibi, modello per il Macondo di Cent’anni di solitudine. Suo nonno, che lo educava quando il padre Gabriel Elijio Garcia, 11 figli dalla moglie Luisa Santiaga Márquez e quattro fuori del matrimonio, telegrafista, omeopata e farmacista fallito, vagava per il Paese. «Mia nonna raccontava storie, le più fantastiche, e mi ha insegnato che se dici “Un elefante vola!”, nessuno ti crede, ma se dici “Ehi, 425 elefanti volano”, tutti ti credono, ed è tecnica del giornalismo che funziona nei romanzi». Il nonno aveva combattuto nella Guerra dei Mille Giorni, quando la Colombia dovette cedere l’istmo di Panama, uomo duro e severo, modello per il «“Colonnello» del più bel romanzo di Márquez, Nessuno scrive al colonnello: l’eroe di guerre perdute, angariato da un regime corrotto, con il figlio ucciso dai killer, che scommette sul riscatto morale ed economico, grazie al combattimento di un gallo poderoso, si rifiuta di vendere la bestia formidabile ai ricattatori, e quando la moglie lo affronta alla fine, isterica, «E se il gallo non vince? Che mangiamo?», risponde stoico: «Mangiamo merda». 

 

Le avventure di Macondo sono cronache letterarie dove il genio di Márquez porta la tecnica giornalistica ai vertici del Novecento, come Hemigway – suo idolo con Conrad e Faulkner - non seppe fare. Se la compagnia Usa United Fruit era simbolo dell’oppressione per i contadini, ecco romanzeschi massacri, pestilenze, povertà in Cent’anni di solitudine, mali combattuti con la sensualità, la passione, il rigore. La politica di Márquez non esce dallo schema della rivolta latino-americana, neppure quando il presidente Bill Clinton diventa suo amico personale: «Leggevo Cent’anni di solitudine all’università, a Giurisprudenza, non riuscivo neppure a posarlo durante le lezioni». Elogi per Castro e Cuba, più tardi per il populista venezuelano Chávez. Quando la democrazia fa infine capolino in America Latina e il rivale romanziere Mario Vargas Llosa lo invita a denunciare le dittature, Márquez non cambia registro: il garbo personale, l’indole umile anche dopo il Nobel, fanno riconoscere al combattivo Vargas Llosa: «In politica no, ma come scrittore è un gigante». 

 

Senza Márquez avremmo mai letto capolavori come Pedro Paramo di Juan Rulfo con l’agghiacciante discesa nella prateria della Morte? E Onetti, Dorfman, Cabrera Infante, Cortazar? No. Dopo rivolte, guerre, pestilenze, sconfitte, il Nobel, i libri, gli amori, García Márquez non si mai dava arie e sorrideva bonario: «Ho un solo rimpianto nella vita, non ho avuto una figlia». Lo piangono la moglie, i due figli maschi, leader in tutto il mondo, i critici che non leggeva e milioni di lettori. 

 

Twitter @riotta 


Saverio Strati nel ricordo di Luigi M. Lombardi Satriani - da Salvatore Armando Santoro

SAVERIO STRATI NEL RICORDO DI LUIG M. LOMBARDI SATRIANI

(Articolo tratto da "Il Corriere della Calabria")

 

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Buona Pasqua con una testimonianza di Bruno Forte che presenta Mario Luzi su "La parola di Dio" - da Salvatore Armando Santoro

BRUNO FORTE PRESENTA MARIO LUZI SU "LA PAROLA DI DIO"

In occasione delle festività in corso vogliamo riproporre questa riflessione di Mario Forte ripresa dal portale www.mariluzimendrisio.com che ci sembra adeguata alla settimana che molti cattolici si apprestano a celebrare ed anche allo spirito del poeta al quale abbiamo intestato il nostro Circolo.

Nel contempo auguriamo a tutti i visitatori del portale una Buona Pasqua.

(Milano, 31 Gennaio 2011)

di Bruno Forte

Mario Luzi scrisse un’introduzione a tre testi del Nuovo Testamento, il Vangelo secondo Giovanni, le Lettere di San Paolo e l’Apocalisse, e a uno del Primo Testamento, il Libro di Giobbe. Questi scritti – insieme alle riflessioni preparate su invito di Giovanni Paolo II per la Via Crucis al Colosseo, tenutasi il Venerdì Santo del 1999 – sono raccolti ora a cura di Paolo Andrea Mettel in un volume di pregio. Di fronte ad essi è legittima la domanda: quale ispirazione la fede biblica diede alla vita e alla poesia di Mario Luzi? La risposta, che mi sembra possibile dare, riconosce quest’ispirazione anzitutto nella domanda fondamentale che muove la ricerca di Luzi, quindi nell’incontro col Dio differente, nella possibilità di vita nuova che ad esso consegue e nell’ultimo orizzonte, che la fede in Cristo immolato per noi dischiude agli abitatori del tempo. Una finale parola di testimonianza tenterà di mostrare come queste fonti ispirative si siano coniugate nel vissuto del Poeta.

1. La domanda e l’attesa: Giobbe. Per Luzi la posta in gioco più alta, l’unica veramente decisiva è quella testimoniata dal Libro di Giobbe. “Giobbe: il tutto e il nulla dell’uomo, la sua insignificanza e la sua dignità. L’idea di Dio che in lui si forma e si trasforma: della quale costante è solo la necessità”. È la grande domanda sul dolore, sul suo senso e la possibile dignità dell’umano che può in esso mostrarsi: perciò è anche e inseparabilmente la domanda su Dio. Si Deus justus, unde malum? A Giobbe non piace l’inconciliabilità dei due termini, come non piace a Luzi: il ragionamento illuminista – un Dio che tollera il male, o non può evitarlo, e quindi è impotente, o non vuole, e dunque è malvagio – è troppo corto e troppo breve. Non tocca l’abisso del mistero che avvolge tutto ciò che esiste, e risolve ogni cosa in un’evidenza tanto rapida, quanto insoddisfacente. Eliminare Dio vuol dire anche negare l’ultima consistenza alla nostra vita, il suo approdo più alto, la sua sete di eternità. Con Dio o senza Dio cambia tutto. Sul crinale dell’affermazione o della negazione di Lui sta la lotta fra la voracità del nulla e la speranza del tutto, fra la nullità e il significato dell’esserci.
Perciò l’idea di Dio nella mente e nel cuore dell’appassionato cercatore del Suo Volto, nascosto com’esso è sotto le piaghe del male del mondo, incessantemente “si forma e si trasforma”: e perciò di questa idea è costante solo la necessità. Di essa è eco “l’amore tempestoso e struggente che supera ogni mutamento di condizione”: “Se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremmo accettare il male?”(Gb 2,10). È questo che gli stucchevoli consolatori di Giobbe non hanno compreso: egli non cerca risposte a buon mercato, asserti consolatori o terribili. Egli “vuole” l’Amato, lo vuole con tutta la passione della Sua anima, e proprio così vuole potergli protestare il suo amore ferito, fedele nonostante tutto. “Il binomio Dio – onnipotenza non avvince davvero Giobbe. A lui, al suo desiderio si addice un Dio fraterno, che non opponga il silenzio e l’indifferenza al grido dell’infelice… un Dio che condivida la sofferenza delle sue creature, un Dio che prefiguri il Cristo”. In questa luce si comprende l’ardita verità trasmessa dal libro di Giobbe: di fronte al dolore “il primo dramma è del Signore”. Inevitabile è il rischio per chi per amore ha creato e per amore rispetta la libertà della Sua creatura: creazione è umiltà, autolimitazione dell’Eterno perché l’essere creato esista, padrone della sua libertà. Ed è quest’amore del Dio “compassionato”, come si diceva nell’italiano del Trecento, che suscita la fede incondizionata: “La devozione, la fedeltà – questo è in essenza Giobbe”. È la fede in un Dio che fa suo il nostro dolore, un Deus patiens, capace di farsi minimo, mistero santo che ci supera e ci avvolge, quale si offre nell’estremo abbandono del Figlio in agonia. È il Dio a cui Luzi si approssima, con discrezione e modestia, specialmente nelle introduzioni ai testi del Testamento Nuovo…

2. Il “Dio differente”: Giovanni. Non c’è forse luogo più appropriato dove cercare questo Dio “differente” che il Vangelo secondo Giovanni: “Il configgere e il comporsi del quotidiano e dell’intemporale non sono mai stati sensibili ed evidenti come qui”. La radicalità dell’antitesi fra il Verbo e la carne e l’assolutezza della sintesi compiutasi nell’incarnazione del Figlio stanno insieme nel paradosso giovanneo, lo costituiscono: al centro c’è il Dio con noi, uomo come noi, eppure Verbo eterno, Figlio amato, che dà dignità alla carne e la redime dalle colpe con cui gli uomini l’hanno segnata, assumendola fino all’abisso della morte di Croce. Il dono supremo di Dio è qui, in tutta la sua assoluta novità, pur essendo compimento di promessa antica: a noi non resta che la decisione, la scelta. Il faut choisir: improponibile è il rimando, colpevole quanto il rifiuto. All’amore sola risposta adeguata è l’amore, per quanto asimmetrico rispetto all’infinitezza del dono. “Il perno del Vangelo giovanneo rimane assolutamente cristico: tutto sta nel riconoscere pienamente l’autorità divina del Figlio inviato dal Padre, esserne certi. L’offesa, il peccato del mondo sono nel non riconoscerlo”.
A mostrarlo è la stessa struttura del Quarto Vangelo: dopo il prologo (1,1-18), centrato sul paradosso del Verbo che ha messo la sua tenda fra noi, c’è il libro dei segni (1,19-12,50), destinato a quanti non ancora conoscono il Verbo della vita, e quindi il libro dell’addio (13,1-17,26), rivolto ai discepoli e pervaso dalla struggente nostalgia della separazione dall’Amato, che ormai va profilandosi. Nel libro della Pasqua (18,1-20,31) il dramma si compie, per sfociare nell’epilogo (21), dove l’incontro col Risorto apre a nuova vita. Su tutto domina la Croce, dove le lontananze s’incontrano e Dio si dice e si tace nel silenzio eloquente della consegna del Figlio. La Parola abita ormai fra noi, crocefissa sotto le molte parole della storia. Con la guida luminosa di Giovanni va cercata, riconosciuta, amata, pur nell’oscurità delle tenebre che le hanno opposto resistenza: “La parola di Dio arriva spesso in un frastuono che ci ha già stordito e deviato dalla giusta attenzione. Molte parole sono usate per nascondere e mentire il vero senso della parola, e sono avare e taciturne rispetto alle cose reali. La parola di Dio è un’oasi di verità primaria che va riconquistata attraverso questo deserto popolatissimo di chiacchiera”. È così che Luzi si fa discepolo di Giovanni: e noi con lui, come lui bisognosi della luce che illumina ogni uomo e che giunge dall’alto. La Parola, uscita dagli altissimi silenzi divini, ha messo le sue tende fra noi…

3. La novità di vita: Paolo. Vivere di questa Parola, credere nel Logos della Croce e farne ragione di tutta l’esistenza, lasciandosi far prigionieri dal Figlio del Dio vivente, nato da donna, nato sotto la Legge, per renderci figli, liberi in Lui: è questa la sfida di Paolo. Totalmente dipendente da Cristo, suo servo innamorato e fedele, Paolo schiude ai suoi destinatari i sentieri della vita mescolando autorità e tenerezza, come un maestro che insegna e un padre che educa alla verità dell’esistenza, vissuta in prima persona. Non si può non essere colpiti – afferma Luzi – “dalla forza estrema della richiesta paolina, quasi come da un abuso e da un soverchiamento sul limite e sulla mediocrità umana, e nello stesso tempo dalla sovrabbondanza d’amore e di divina gratitudine dell’apostolo”. La vita nuova offerta in Cristo è per Paolo la sovversione di tutto quanto la logica umana o l’attesa del cuore potessero prevedere: come è “differente” il Dio dell’Evangelo, così è “differente” la vita che ne consegue per chi accolga il dono. Paolo è “il primo a far sentire la fede come sublime non-senso. La parola ‘follia’ ricorre più di una volta: e ricorre come rivendicazione di diversità e di privilegio. ‘Dicono che siamo pazzi: sì, siamo pazzi di Dio’. Si instaura una logica ‘altra’ che non ha e non vuole avere nulla a che fare con quella dell’uomo antico. Paolo esaspera ed enfatizza questa differenza per aumentare lo scandalo della rottura, per mettere in chiaro una volta per sempre la natura sconvolgente della fede”.
La forza del messaggio paolino, dunque, “sta nell’assunzione totale ed esclusiva del Cristo Gesù come termine di ogni verità e di ogni giudizio. Si tratta di una vera immedesimazione con la sua persona e di una piena integrazione nel suo corpo avvenute (e predicate) mediante il battesimo nella morte di Gesù”. C’è in Paolo un’assoluta “concentrazione cristologica” che si trasmette dal “kérygma” all’intera vita del cristiano, “differente” perché requisita dalla novità del Signore Risorto. “Lo scandalo degli scandali, e cioè lo choc che viene come supremo dopo la catena degli altri a cui la ‘mente’ dei Gentili viene sottoposta… non è tanto la nascita e l’incarnazione quanto la morte e dalla morte la resurrezione che decide insieme la grandezza del dono fatto all’umanità e il processo della salute … La resurrezione sfolgora come il punto centrale della visione salvifica e del pensiero cristico dell’apostolo Paolo”.
La valenza esistenziale di questo messaggio è sottolineata da Luzi con una significativa testimonianza personale: “Il senso dell’‘agonia’ in cui si sviluppano l’azione e la parola paoline si ripresentò quasi a nudo in quel crollo di valori e istituti esteriori e interiori, in quel discrimine malcerto tra sopravvivenze inservibili e perfino nefaste e novità ancora indecifrabili in mezzo ai quali ha brancolato a lungo – e più nevroticamente nei nostri decenni – il nostro secolo, e continua a farlo nei nostri giorni per quanto sembri placato dalla sua stessa stanchezza”. Il Paolo di Mario Luzi è vivo, più che mai attuale di fronte ai trapassi epocali cui ci ha condotti il tramonto dei “grandi racconti” delle ideologie e l’insorgere delle brume del cosiddetto “post-moderno”. “La sua parola di fede sfida ancora le inerzie e le ignavie per cui l’uomo si adegua e si rassegna all’errore e all’iniquità”. Abbiamo più che mai bisogno della novità di vita, che il Cristo annunciato da Paolo è capace di donarci…

4. L’orizzonte e il destino: l’Apocalisse. Toccato dall’incontro col Dio “differente”, il cristiano vive sapendo che le onde del mare del tempo non vanno a tuffarsi nel nulla, ma a riposare sulle sponde dell’eternità. È la certezza che dà al cuore credente la scena grandiosa dell’Apocalisse: l’Agnello sgozzato in piedi, il Cristo cioè morto e risorto, è insieme la chiave della storia e la meta promessa, l’Innocente caricato delle nostre colpe per espiarle e sanarci, e il fulgido centro della Città celeste, verso cui siamo incamminati come al nostro approdo di pace. È un assaggio di lontananze infinite, un sapore di eternità, uno sguardo che viene da altrove per illuminare l’altrove e dare luce al nostro presente. Proprio così, l’Apocalisse parla: “Solo se riusciamo a tenere stretto questo nesso tra il pericolo imminente e le offerte di scampo, il testo dell’Apocalisse può avere presa su di noi. Esso non è commemorativo, non è incitativo, ma trasfigura una situazione permanente della Chiesa, o meglio dei devoti a Cristo, dell’uomo mortale”. Proprio così, l’Apocalisse dischiude il suo scrigno e rivela il suo tesoro per noi.
Che cosa dunque ci dice? Molti elementi di risposta offrono la selva dei simboli, dei suoni, dei colori, dei numeri, e il susseguirsi delle scene drammatiche e agoniche. “Ma un punto in cui tutte convengono c’è: è la contrapposizione tra i tempi catastrofici della storia umana e lo splendore dell’eternità in cui matura la vittoria di Cristo, il Regno, la salvazione. La rassicurante certezza si esprime fulgidamente in una puntuale cerimonia iconica destinata a sostenere l’animo… Il Cristo sarà salvatore ma anche giustiziere”. La redenzione del tempo storico non è favola o mito, ma impossibile possibilità, possibile a Dio, impossibile all’uomo solo, possibile alla loro alleanza d’amore. L’orizzonte è di luce, il destino di speranza. Così l’Apocalisse è presente allo sguardo “apocalittico” di Luzi, uomo del suo tempo, tenacemente fedele alla promessa del Cristo, nonostante tutto, oltre le paure della storia e le fragilità della vita. Anche così, il suo indugiante pensare sui testi sacri ci rivela in lui una sorgente nascosta, segreta come lo è ogni vero legame d’amore, eppure luminosa, tale da ispirare e sostenere il suo viaggio “terrestre e celeste”, fra le grandezze e le miserie del tempo verso i pascoli della vita che non finirà.

5. Una testimonianza personale. Questi motivi si trovavano tutti nel vissuto di Mario Luzi. Vorrei testimoniarlo con discrezione e pudore, dando lettura di qualche passo di una lettera che egli ebbe a scrivermi negli ultimi tempi della sua vita. Avrebbe voluto venire ad una conferenza che ero stato invitato a tenere a Firenze. Glielo impedì il freddo e il raffreddore. Ne trasse spunto per una simpatica metafora: “È vero che i ghiacciai dell’ontologia, come li chiamava Mallarmé, ti sono familiari e la tua acclimatazione [scriveva con modestia e certo dandomi un merito che non ho] è ben più sicura della mia; ma ricordo come un cimento davvero impari una sera a San Miniato dove eravamo stati convocati tu, Vannini e io. La basilica era talmente gelida che il pubblico fu autorizzato a tenere in testa il copricapo… Tu invece indisturbato intrattenevi, o meglio, impegnavi gli ascoltatori con il calore dei tuoi argomenti. Si produceva naturalmente quella superiore ambiguità dell’ardore all’estrema altitudine delle nevi”.
È qui che l’uomo Luzi, tenerissimo e attento nell’amicizia, si affaccia in tutta la sua ricchezza interiore, guardando con occhi di benevolenza l’amico, ben al di là della realtà: “Ti proteggeva, credo, la dolcezza creaturale che si accompagna alla severità della tua ascesi, alla tua mistica teologia. Mi ha colpito infatti fin dagli inizi della nostra molto sporadica frequentazione questo coesistere affabile e persuaso nel tuo giro vitale dell’affettivo, diciamo così terreno e domestico, con la speculazione più rigorosa. Più rigorosa ma anche più umile: e di questa in particolare ti ringrazio, perché spesso conforta i miei pensieri malcerti, ma soprattutto mette a fuoco le mie certezze umane e cristiane talora vacillanti”. È l’umiltà del grande Luzi che qui emerge, fino a cogliere nella fragilità di alcune mie parole l’abisso da lui stesso cercato e amato: “È del resto questa felice commistione che ha prodotto i tuoi primi versi che poi si sono addentrati nei penetrali di silenzio e parola come linguaggio di Dio: il linguaggio che ha tenuto con te e con ogni altra creatura. Ma qui [aggiunge Mario giocando sul mio cognome] tu sei eccezionalmente forte. E, oso aggiungere, semplice. Forte perché arduo ma semplice”.
Ed ecco che cosa diceva lo intrigasse nei nostri discorsi: “Per questo possiamo ascoltarti come poeta mentre detti dolcemente e perentoriamente le tue nude e commosse frasi a una pagina che ha sempre l’accento definitivo, anche se ne genera altre ugualmente definitive con le stesse parole o con parole poco variate. Il fatto è che tu spingi sempre più spesso il tuo “dire” verso il profilo più alto del problema dov’esso tocca il suo ultimo aut-aut, essendo dopotutto una partita antico e nuovo testamentaria che discende dai profeti ma è combattuta nell’oggi da cui non ti astrai ma vivi appunto in una prospettiva di fede e di speranza”. Qui Luzi cita qualche mio verso, che a lui particolarmente parlava. Ed io oso riprenderlo per offrirlo a voi tutti in memoria di Lui: “Lasciami citare – continua Luzi – una tua ‘profezia’ dove mi pare che tu ci sia tutto: Per la Tua carne / i morti parleranno / parole piene di amore. / Cadranno i muti silenzi, / cadrà / l’antica paura d’amare. / Silenzio e parola, / allora, / si baceranno. / Le piaghe del Tuo Corpo glorioso / diranno le parole non dette, / custodia / all’infinito dolore del tempo. / Sarà gioia / senza fine. / Sarà il Regno: / Tu tutto in tutti, / il mondo intero / carne risorta / per la Tua carne, / crocefisso Amore…”.
La lettera si chiudeva così in una sintonia aperta al cammino futuro, nascosto con Cristo in Dio e nel Suo amore: “Con queste tue parole ti saluto e ti auguro ancora buon e proficuo lavoro, e buona salute per poterlo attuare. Il tuo Mario Luzi. Firenze, 24 Marzo 2004”. Così si chiude il mio dire in ricordo di Lui, chiedendo a Dio che si realizzi nell’amico Mario, e poi in tutti noi, la promessa di Gesù: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14,23). “Così anche voi, ora, siete nel dolore; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia. Quel giorno non mi domanderete più nulla” (17,22s). Fanno eco a queste parole quelle della preghiera di un grande teologo del Novecento, Karl Rahner, carica di tanti motivi cari a Mario Luzi: “Allora Tu sarai l’ultima parola, l’unica che rimane e non si dimentica mai. Allora, quando nella morte tutto tacerà e io avrò finito di imparare e di soffrire, comincerà il grande silenzio, entro il quale risuonerai Tu solo, Verbo di eternità in eternità. Allora saranno ammutolite tutte le parole umane; essere e sapere, conoscere e sperimentare saranno divenuti la stessa cosa. Conoscerò come sono conosciuto, intuirò quanto Tu mi avrai già detto da sempre: Te stesso. Nessuna parola umana e nessun concetto starà tra me e Te. Tu stesso sarai l’unica parola di giubilo dell’amore e della vita, che ricolma tutti gli spazi dell’anima” (K. Rahner, Tu sei il silenzio, Queriniana, Brescia 19886, 34s). Sarà quella la poesia di Dio, di cui la poesia terrena di Mario Luzi è stata tante volte eco e corrispondenza…

*Mario Luzi, Su “La Parola di Dio”, a cura di P. A. Mettel, Introduzione di B. Forte, Postfazione di C. Carena, Metteliana, Mendrisio 2010.


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