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13
ago
09

Sei arrivato nel Territorio degli Uomini Ombra. In coloro che vedono ogni giorno  stagliarsi inesorabile nel “fine pena mai”.
Questo blog è stato creato per loro. Per i condannati all’ergastolo ostativo, quello senza nessun beneficio, senza mai un giorno di permesso: anni e anni, decenni,  senza mai un giorno fuori dal carcere, senza mai un Natale in famiglia, senza mai un abbraccio libero con  i propri cari. Tutto questo  per reati commessi anche 20-30- 40 anni prima.

L’italia è storico avversario della  pena di morte, ma l’ergastolo ostativo è come una condanna a morte. *Per alcuni detenuti è  “una condanna a morte al rallentatore”.
In tutti i paesi nel mondo,  il condannato alla pena dell’ergastolo ha la speranza,  o una possibilità di poter uscire, in Italia questo non avviene.  Chi è condannato alll’ergastolo ostativo per “reati associativi” (divieto di concessione di benefici: art. 4 bis . n. 354 del 1975) non potrà mai uscire se non collabora con la giustizia. Non sempre quando un ergastolano non diventa “collaboratore di giustizia” è per omertà, ma anche per ignoranza, per  paura, o perché non vuole mettere qualcun altro al suo posto.

Le persone condannate all’ergastolo ostativo, anche quando  scontato 20-30 anni di reclusione e hanno realizzato una radicale trasformazione interiore, NON POTRANNO USCIRE VERAMENTE MAI DAL CARCERE e, dunque, viene a morire il fine educativo della pena (Art. 27 della nostra Costituzione “Le pene devono tendere alla rieducazione del condannato”)
Nessuno è colpevole per sempre.

Ci sono recinti circondati da filo spinati. Mondi in riserva, fuori dallo sguardo. Ci sono persone che non esistono, perché i più non “pronunciano” il loro nome. E ciò che non nomini lo consacri all’oblio. Paria nello stesso mondo del carcere. Paria tra i paria. Per la vulgata dominante l’ergastolo effettivo non esiste, tra permessi e benefici, nel tempo prima o poi si esce.
Ma questo non avviene con  l’ergastolo ostativo. Chi è condannato ad esso rischia davvero di  uscire solamente morto. Dietro quelle sbarre ci sono uomini che non vogliono essere schiacciati dal silenzio, che hanno qualcosa da tirare fuori. Questo blog vuole essere un ponte per la loro vita, per i loro drammi, per la loro anima.

11
nov
11

Lo strano caso dell’indulto nel Tribunale di sorveglianza di Lecce.. di Domiria Marsano

Ecco la nostra agguerrita Domiria -detenuta a Lecce- da alcuni mesi compagna di viaggio del Blog, e prima donna ad avere scritto su queste pagine.

Domiria è una donna che ha qualcosa da dire, e lo dice. Ha passione e indignazione che si riversano nei suoi scritti, oltre ad un certo senso di ironia.

In questo testo parla delle strane alchimie che il Tribunale di sorveglianza di Lecce avrebbe nell’applicare la disciplina dell’indulto, e nel determinarne le sue conseguenze.

I versi finali sono i celebri versi di Dante che condannano gli ignavi.. quelli incapaci di prendere parte, di schierarsi nettamente, di dire la verità e ciò che è giusto senza compromessi.

Vi lascio al testo di Domiria Marsano..

———————

Mi sono imbattuta nell’ennesima stranezza dell’applicazione della legge, effettuata diversamente da una punta all’altra dello stivale, e ancora diversamente nel tempo, nel medesimo luogo.

Mi riferisco alla legge n. 241/06 del 29/07/06, meglio nota come “indulto”. L’indulto condona, in tutto o in parte, la pena inflitta. E’ di anni tre, ed è sottoposto a condizioni. La non commissione di reati per anni cinque dalla data di entrata in vigore della legge. Nel concorso di più reati si applica una volta sola. Decorso il termine diviene irrevocabile. La condizione del termine blocca gli effetti della legge.

Nei cumuli pena o nei provvedimenti degli uffici di esecuzione penale, viene riportata l’intera pena, poi, decurtata del condono, e viene specificato, “residuo pena”, “rideterminazione pena”, ecc..

Chi ha avuto la “fortuna” di vedersene notificare uno, sa di cosa parlo.

Proprio il giorno dell’entrata in vigore della l. 201/06, mi trovavo a varcare la porta dell’hotel Borgo S. Nicola, facendovi ingresso. Una miriade di gente varcava la stessa porta per uscire. Non potrò mai dimenticarlo. Ricordo perfettamente lo svuotarsi continuo e consecutivo delle celle. Questo è proseguito per alcuni mesi. Ciò era dovuto, oltre ad un fattore puramente numerico, di protollo delle richieste, anche al fatto che alcune persone, avendo dei residui pena superiori all’indulto concesso, di anni tre, dovevano  attendere le Camere di consiglio per potere accedere alle misure alternative. Esempio, cinque anni di pena definitiva, applicazione l. 201/06, residuo pena anni due, conseguente concessione dei affidamento, detenzione domiciliare, ecc.

Specifico che le Camere di consiglio avvenivano nel Tribunale di sorveglianza di Lecce. Infatti, chi è definitivo è assegnato di competenza al Tribunale di sorveglianza della città/carcere in cui si trova al momento dell’espiazione. Specifico che le Camere di consiglio erano effettuate dagli stessi magistrati attuali.

Passano gli anni. Per la precisione cinque, quelli successivi affinchè l’indulto diventi irrevocabile, 29/07/2011. Nessuno potrà in nessun caso revocare il condono. Eppure le cose cambiano… in meglio? No, a Lecce pare vada di moda camminare come i gamberi. Eppure la legge non parlava di applicazione sugli “ultimi” tre anni (tipo la cosiddetta “svuotacarceri”, un anno), quindi anche prima della fine dei termini della condizione, la legge produceva i suoi effetti. E’ così ed è stato così. Oggi, solo oggi, il Tribunale di sorveglianza di Lecce dice che l’indulto non va considerato ai fini delle misure alternative. Esempio, 10 anni di condanna, 3 di indulto, residuo pena 7. La metà dovrebbe essere 3 anni e 6 mesi, per accedere ad una semilibertà (a Lecce comunque per le donne non esiste un tale “reparto”, pura discriminazione). A Lecce ne occorrono sempre cinque. La metà 7 qui fa 5.

L’INDULTO A LECCE E’ UN SANTO SENZA ALI.

Questo non è e non può essere “un orientamento”.

La prima cosa che ti insegnano in una facoltà di giurisprudenza, che ti chiedono a quasi tutti gli esami, che ti ripetono fino alla nausea, è l’interpretazione della legge. Interpretazione letterale (senso proprio delle parole), dottrinale (quella dei giuristi), secondo ratio (a casi simili si applicano norme simili), e autentica…

L’unica assolutamente vincolante è quella autentica, detta così in quanto esprime LA VOLONTA’ DEL LEGISLATORE. Non credo sia necessario fare un excursus su come si promulgano le leggi, per ribadire un concetto: LA SOVRANITA’ SPETTA AL POPOLO CHE LA ESERCITA NEI MODI E NEI LIMITI PREVISTI DALLA COSTITUZIONE.

NON CI SONO IMPERATORI ROMANI.

IL GIUDICE NON CREA LA LEGGE.

Non volevo e non intendo fare una lezione di diritto agli onorevoli magistrati, non mi permetterei perchè non sono in grado, e soprattutto non ne hanno bisogno.

Se certi delle motivazioni, operato, convinzioni, devono esercitare il potere dato loro, quello della DISCREZIONALITA’. Non scegliere, non è una scelta. Un grande potere che, nel ruolo specifico, è gravato da una grande responsabilità.

.. E io che avea d’error la testa cinta,

dissi: Maestro, che è quel ch’i odo?

e che gent’è che par nel dul si vinta?

Ed elli a me: Questo misero modo

tegnon l’anime triste di coloro

che visser senza infamia e senza lodo.

… Caccianli i ciel per non essere men belli,

ne lo profondo inferno li riceve,

ch’alcuna gloria i rei avrebber d’elli.

… Fama di loro il mondo esser non lassa,

misericordia e giustizia li sdegna,

non ragioniam di lor, ma guarda e passa.

… Poscia ch’io v’ebbi alcuni riconosciuto,

vidi e conobbi l’ombra di colui

che fece per viltade il gran rifiuto.

11
nov
11

Giovanni Zito risponde ai commenti

In questo post pubblichiamo le risposte di Giovanni Zito (attualmene detenuto a Carinola) ai commenti fatti dei lettori a due suoi brani pubblicati nei primi di agosto (vai ai link.. http://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/08/05/il-mio-nuovo-alloggio-di-giovanni-zito/ e poi.. http://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/08/13/si-apre-una-porta-di-giovanni-zito/).

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6 agosto

A PINA ZITO-  ciao Pina.. non ti piace dove vivo. Guarda che l’ho scelto con cura e precisione questo albergo, proprio per il suo progetto unico. Comunque Pina, sto bene di salute, questo è quello che conta. Ti ricordo che per pensare ci vuole il pensiero ihihihih. Ti voglio bene Pina. Grazie delle tue parole. Gianni

—–

AD ALESSANDRA LUCINI-  ciao Sandra, tu non ti arrendi, peggio di me. Mi dispiace per te Sandra, non ci sono posti liberi. Dovrai aspettare per lungo tempo, hahahaha. Il ristorante è pessimo come tutti, o quasi tutti gli istituti di pena. Il rapporto qualità prezzo può essere conveniente, a seconda di chi capita… Al momento vi sono le mosche come insetti molto fastidiosi, specialmente quando cucino. Stai tranquilla.. con affetto.. Gianni.

—–

A LA GAZZA LADRA-  la tv non è ad orari stabiliti. Su questo non ci sono regolamenti, ma ci sono alcuni istituti che adoperano gli orari della tv. Non farti assalire dalla tristezza anche tu, se no io come faccio. C’è un vecchio detto che dice…”il carcere non si augura neanche ai cani”. Ma io sono un sanbernardo con un pò di pitbull dentro. Grazie del tuo commento. Un abbraccio. Gianni.

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A CARLA FRANCESCONI-  mia carissima amica, leggo le tue parole con impegno. Se questi signori vanno in Terra Santa, non credo che siano più sereni di me. Se loro sono nababbi buon per loro, visto che speculano e rubano su cittadini. Un giorno dovranno misurare tutto il dolore delle loro scelte. Mentre io ci sarò ancora per molto tempo, e riderò dal cuore. Giovanni.

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A ROSANNA ROSSI-  piano piano gli amici si fanno avanti. Benvenuta amica mia, e grazie del tuo commento. Ne avrai di cose da leggere sul nostro sito. Sono tutte vere le parole che scriviamo. Solo che nessuno di questi signori politici lo mette bianco su nero. Così siamo tutti felici e contenti. L’impegno sta cambiando ognuno di noi, Rosanna credimi. Ti abbraccio. Gianni.

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9 agosto

AD ANTONELLA ESPOSITO-  gentilissima amica, come vedi, presto o tardi, la mia risposta arriva. Le tue parole mi colpiscono sempre, nella semplicità assoluta. Io aspetto questo mondo migliore, anche perchè Dio nella sua misericordi dovrà pur guardare verso di me. Ma quello che conta al momento, è che tutti voi sappiate la verità di come vive un ergastolano ostativo. Questo calderone che bolle costantemente ha bisogno della vostra forza. Sono sempre presente. Graize Anontella. Gianni.

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A LAURA RUBINI-  amica mia, non è certamente colpa di Berlusconi se esistono questi lager. Bisognerebbe guardare molto indietro, anche se tutti sanno come si sopravvive in questi loculi, partendo dal Magistrato di Sorveglianza in poi. Sinceramente io, personalemente, spererei che questi signori politici governassero il paese con dignità. Io devo affrontare il mio passato con il futuro che non avrò mai? Ma in compenso ci siete voi, mi basta. Un abbraccio. Gianni

 

 

 

 

 

 

 

 

10
nov
11

Diritto al processo.. di Nellino

Il nostro Francesco Annunziata.. Nellino per gli amici.. ci ha inviato questo testo, che parte da un assunto che dovrebbe essere elementare, ma che invece, nei fatti, non è così scontato.. o non lo è sempre. Che tutti, ovvero, hanno diritto ad un processo.

Ciao a tutti,

Mi rivolto a tutte quelle persone che pensano che per taluni realti non ci sia bisogno neanche del processo. Bisognerebbe cndannarli direttamente. I delitti più infamanti comunemente sono quelli contro i bambini e e contro le donne. Premesso che personalmente li spegnerei senza esitazioni, ma una società civiel non può permettersi di pensare in questo odo. Tutti hanno diritto ad un processo equo e ad una difesa tecnica. Bisognerebbe ricordare che secondo la nostra Costituzione si è presunti innocenti fino a sentenza defnitiva. Anche se in tv senti tutt’altro e pare questo principio si sia capovolto.

Se anche queste persone avessero commesso il più infamante dei delitti, hanno diritto ad un processo. Se questo gli viene negato, ci porremmo quasi sul loro stesso piano.

E’ una cosa che mi ritrovo a dire spesso parlando con persone esterne a questo “mondo” – io è come se avessi la patente per sbagliare, tant’è che pago amaramente per i miei errori. Chi è dall’altra parte no! Non può permettersi di sbagliare. Qualora lo facesse non sarebbe in nulla diverso da me.

Ora prendo ad esempio i tantissimi pestaggi che avvengono ad opera delle guardie nelle carceri italiane.

Dunque, se io sono qui dentro e questi signori sono quelli che devono insegnarmi il rispetto della legalità, devono insegnarmi che alla violenza non si risponde con altra violenza, ma con la legge, che gli strumenti per fare valere i propri diritti o le proprie ragioni non sono le armi, ma le leggi.. nel momento in cui, per punirmi di una qualche infrazione che ho commesso, anzichè farmi rapporto, o denunciarmi alle autorità competenti, mi fanno come “Barry White” -e fanno sempre entrambe le cose, ti denunciano e ti picchiano- non è come se mi autorizzassero a rispondere con i miei  metodi? NOn è come se si mettessero sul mio stesso piano? NOn è come volere affrontare la situazione sul mio “territorio”?

Metodi i miei che sono sbagliati, tant’è che mi hanno condotto qui.

Sullo stesso piano i loro, ma nondimeno dietro una divisa.

Sul mio “territorio” non c’è differenza tra noi, ed allora mi rendi legittimato ad agire in quella maniera arcaica e primitiva che non è degna di uno Stato di diritto, di uno Stato civile.

E’ la stessa cosa per il processo.

Tutti ne hanno diritto, anche se oggi non esiste più un vero processo, ma è solo una sorta di vendetta da parte di quello Stato che ha il coltello dalla parte del manico e quindi usa ogni mezzo per distruggere quella parte di noi scomoda.

Anche qui mi fermo, abbracciando tutti.

Nellino

10
nov
11

Oltre un sorriso e altre poesie.. di Emidio Paolucci

Ecco altre tre potenti poesie di Emidio Paolucci.. il nosto amico di simpatie anarchiche, e appassionato di poesia, detenuo a Pescara.

———————————

OLTRE UN SORRISO

Non so se avrai il tempo

per capire

che nel rovescio di un sorriso

manchi tu

non è facile sai scrivere

all’indigenza di questi riflessi unici

inenarrabili….

tu non dimenticare mai

l’esile distanza di questo muro

nel sul abisso sconcertante

è solo un muro che ci separa

non rendere eterno

il silenzio di questo dolore

non è impossibile.

guardare oltre il rovescio

di un sorriso…

————————

QUELL’AMORE

Quel che resta non lo so definire,

quel che ricordo sono solo appetiti

rubati alla memoria

alle smanie di questo tempo spoglio.

A te cosa resta?

Vorrei rubarti un ricordo…

Quel che ho di te

quel che resta di te

mi aiut a vivere

quel che era di noi mi aiuta a morire

il mondo ci aveva buttato fuori

solo il seducente senso dei sensi

ci aiutava a vivere.

Non rimpiango nulla

lo faccio solo quando rifiuto l’amore

ricordo i tuoi assensi

le soste per i sensi

il tuo palmo bagnato…

siamo arrivati a perdere tutto

anche le apparenze

e ora cosa resta?

A te che resta?

solo ricordi discorsi

e verità

inverosimili…

——————

SAI…

Sai che c’è

è che a volte torno ad illudermi

dimenticandomi la realtà

è così che sorrido allo specchio

è così che riesco a vedere ciò che

altri intravedono.

Sai com’è

è che a volte l’incoscienza

mi fa dimenticare le vostre ragioni

è così che riesco a restare un romantico mascalzone

è così che aspetto e reclamo carezze.

Sai che c’è

è che non sopporto la quotidianità dei sentimenti

è così che corro sempre

inseguito dai gendarmi del buon senso

sai com’è

è che non amo le attese

mi basta l’attesa di questa vita negata

è così che mi condanno alla solitudine

è così che mi è impossibile vivervi-vivermi.

Sai che c’è

è che amo le utopie

è che la normalità mi risulta assurda.

Sai com’è

è che non amo la gravità

non sopporto il lieto fine.

Sai che c’è

è che mi è impossibile essere diverso

è così che riesco a restare e resto

un’eterna canaglia.

sai com’è…

09
nov
11

Da Massimo Ridente

Massimo Ridente, è emerso recentissimamente nel nostro Blog raccontandoci grosso modo la sua situazione (vai al link.. http://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/10/24/7651/), specie in riferimento ai figli (vai al link… http://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/11/03/ai-miei-figli-strappati-da-me-di-massimo-ridente/).

La situazione di Massimo è molto delicata. Vive l’immensa tragedia di non vedere i suoi due figlie e di non sapere NULLA di loro, da nove anni.

Oggi pubblico buona parte di una lettera che mi ha inviato. Una lettera molto intensa… dove Massimo racconta dell’effetto benefico che ha avuto per lui rendere pubblica la sua vicenda.

——————————

Caro Alfredo,

voglio ringraziarti per avere letto il mio racconto.

Devo proprio dirti che quando ho l etto la tua lettera ho provato una grande emozione.

E’ bello ed importante per me sentirti dire che quello he ho scritto è di grande importanza. Ciò rafforza ancora di più la vogliao di proseguire quanto ho appena inziato….. “ad aprirmi pubblicamente”.. cercando di tirare fuori tutto quello  che ho tenuto censurato dentro di me per molti anni.

Sì mio caro Alfredo, hai proprio ragione. Bisogna tirare fuori il dolore, anche se il dolore non potrà mai scomparire. E la sofferenza rimane racchiusa nel profondo del proprio cuore. Ma personalmente posso dirti che in questo momento sento che qualcosa in me è cambiato, per il solo fatto che ho tirato fuori il mio atroce e inqualificabile dolore, sembra come se il peso fosse diventato un pò meno duro.

Mi sento ancora più forte dentro e fuori di me. E’ una bellissima sensazione  che mai ho provato in tutti questi lunghissimi anni di sofferenza.

Non immaginavo che ciò potesse in qualche modo alleviare il mio dolore.

Quindi non posso che dare lo stesso consiglio a chi si trova nella stessa situazione di sofferenza.

Sono anche contento che il mio racconto nonè risultato “il classico piagnisteo”.

Ho letto il brano di Roberto Baggio, ed è stata una grande emozione, in quanto mi identifico in eso.

Un’altra cosa bellissima che mi hai scritto, e che mi fa sentire ancora più orgoglioso di essermi raccontato “pubblicamente” è quando mi assicuri che il mio racconto avrà un senso anche per altri, li aiuterà a trovare forza e coraggio, per resistere anche nelle stagioni più tremende.

Credimi, ora non vedo l’ora di leggere qualche ommento, così poi potrò megglio dialogare con chiunque ne abbia voglia e piacere.

Sono felicissimo che hai già pubblicato gran parte di ciò che ti ho inviato, compresa la poesia dedicata ai miei cari (Massimo, in questo punto si sta riferendo alla famiglia di origine.. nota di Alfredo), che proprio ieri, quando ho telefonato a casa, mi hanno raccontato che per la prima volta sono entrati nel Blog. Ora non vedo l’ora di sentire o leggere anche il loro commento.

Riguardo alla lettera per i miei figli, sono consapevole che non devo illudermi, perchè non credo che da un lungo silenzio di nove anni, si possa uscire  solo pubblicando le mie lettere, i miei pensieri. Ma la speranza è sempre accesa dentro il mio cuore. E spero nel buon Dio che un giorno non lontano io possa riabbracciare i miei adorati figli, riconquistarli dimostrando loro che il loro papà non è quel mostro che viene descritto nelle carte, bensì è un uomo pieno d’amore, che avrà pur commesso degli errori, ma solo per la sua fragilità, che un tempo lo assaliva e lo tormentava, per una serie di situazioni che spero un giorno di potere loro spiegare personalmente.

Anche se i miei errori li sto pagando più del dovuto, e anche a caro prezzo.

Spero di potere dimostrare loro che non solo il loro papà è una persona totalmente diversa da come purtroppo viene descritta, ma anche che oggi sono una persona cambata dal profondo della propria anima.

Vivo con la voglia e il desiderio di riconquistarli con tutto l’amore che è racchiuso nel profondo del mio cuore.

09
nov
11

“Un bambino cresciuto troppo in fretta” di Gino Rannesi, 3° Capitolo

Siamo arrivati al 3° Capitolo  del romanzo di Gino Rannesi. In precedenza abbiamo pubblicato:

http://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/09/18/b/

http://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/10/14/un-bambino-cresciuto-troppo-in-fretta-di-gino-rannesi-2%c2%b0-capitolo/

http://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/11/01/un-bambino-cresciuto-troppo-in-fretta-di-gino-rannesi-proseguo-2%c2%b0-capitolo/

TERZO CAPITOLO

La vita del ragazzo vivace ma buono sembrava scorrere lentamente.

Siamo intorno al 1958, la città di Montezuma a quel tempo a causa della delinquenza spicciola stava attraversando un periodo critico. Scippatori, ladri di macchine, topi di appartamento, la facevano da padroni. Di questo stato di cose il ragazzo vivace non aveva nessuna contezza. Sino a quando qualcuno non gli ebbe a rubare il vespino. Era un giorno di sabato, uscito per fare un giro nel suo quartiere con il suo vespino rosso fiammante, posteggiò davanti al chiostro. Consumò una limonata, dopodiché pensò di fare un altro giro per il quartiere. Ma si girò intorno, forse non ricordava dove aveva posteggiato il vespino?

Il ragazzo vivace ben presto si rese conto del fatto che qualcuno gli aveva rubato il vespino. Presa coscienza del fatto che, sì, qualcuno gli aveva rubato il vespino, andò su tutte le furie, prese il motorino del bonaccione e con questo iniziò a girare tutti i quartieri della città. Era avvilito, sentì un bruciore al petto. Era la rabbia. Girando per i quartieri come un ossesso si imbatté tra gli altri anche tra i ragazzi terribili. Questi, lo chiamavano a gran voce.

Turi: –  Oooh!! Ragazzo, vieni qua. Il ragazzo si avvicinò e rivolgendosi a Turi con il petto che gli bruciava per la rabbia gli disse: – Qualche cornuto mi ha rubato il vespino.

Turi:-Hai forse fatto la denuncia?

Il ragazzo: -No, no, assolutamente no.

Riprende Turi:- Hai fatto bene, stai tranquillo che adesso il tuo vespino salta fuori, ci pensiamo noi, anche se non ti sei più fatto vedere noi non dimentichiamo mai gli amici. Vai a casa, stasera stessa riavrai il tuo motorino. Poi soggiunse:  Oh! Non dire nulla a tuo padre,  ok?

Rientrato a casa non fece parola con nessuno del furto subito. Turi gli aveva detto di non dirlo neanche a suo padre.

Il ragazzo non riusciva a stare fermo, come un ossesso faceva avanti e indietro. L’unica cosa che in quel momento desiderava fortemente era quello di avere tra le mani la faccia di quel cornuto che gli aveva rubato il vespino per potergliela spaccare.

Nel tardo pomeriggio qualcuno suonò alla porta, rispose il bonaccione, e qualcuno gli disse: - Di’  a tuo fratello maggiore che c’è Angelo che lo aspetta nei pressi della piazzetta.

Il bonaccione riferì al ragazzo quanto gli era stato detto. Questo si precipitò fuori, e di corsa raggiunse la piazzetta sita a poche centinaia di metri.

Al centro di questa vide Angelo seduto a cavalcioni sul suo vespino.

I due si abbracciarono, Angelo consegnò il vespino al ragazzo e con fare spavaldo gli disse:  -AAAH! Neanche un graffio, hai visto?

Il ragazzo felice per il vespino ritrovato riabbracciò Angelo. Poi soggiunse: - Scusami se quella mattina non sono venuto all’appuntamento.

Angelo dal canto suo le gli diede una pacca sulla spalla e sorridendo gli disse:- Adesso il vespino ce l’hai, se vuoi vediamoci domani mattina al bar alle ore nove, ho un buon lavoro per le mani e vorrei che partecipassi anche tu. Una  cosa facile, facile, becchiamo un paio di milioni a testa. Ti aspetto.

Il ragazzo vivace ma ancora buono tornò a casa felice, il suo vespino era salvo, i suoi amici, gli stessi che lui non avrebbe mai più dovuto frequentare, gli erano stati di grande aiuto.

Quella sera il ragazzo decise di andare a dormire prima del solito, si sentiva stanco, e tuttavia però non riuscì a prendere sonno. Il ragazzo, che ormai di anni ne aveva 17, sentiva un formicolio allo stomaco. Il fatto che qualcuno gli avesse rubato il vespino proprio nel suo quartiere lo innervosiva.

E poi c’era una decisione da prendere. La mattina seguente i ragazzi terribili lo avrebbero aspettato, che fare?

Il ragazzo è combattuto, pensa alle parole del padre, pensa all’ultima frase di Angelo: -Un lavoro facile, facile, becchiamo un paio di milioni a testa.

Il ragazzo vivace ma ancora buono prese la sua decisione, decisione quella che si rileverà essere stata scellerata. Sarebbe andato all’appuntamento con Angelo. Non poteva deluderlo. Angelo gli aveva ritrovato il vespino, era un vero amico.

La mattina seguente alle sei la madre lo svegliò: -Gioia la colazione è in cucina fai presto tuo padre e già sceso nel garage. Il padre tutte le mattine prima di andare al mercato preparava tutto l’occorrente.

Il ragazzo che quella mattina aveva preso la decisione  di fare dell’altro rispose che: - Mamma, stamattina sto poco bene, di’ al papà che porti con se il bonaccione.

Nulla di strano, può capitare a tutti di stare male, e poi il ragazzo era sempre andato con il padre ben volentieri.

La madre gli si avvicinò e gli chiese:c-Che ti senti, hai forse un po’ di febbre?

Gli toccò la fronte, niente febbre. Ma sì, un giorno di riposo  non potrà che fargli bene. Al mercato con il padre andrà il bonaccione.

Otto del mattino, il ragazzo si alzò dal letto e con fare frenetico cominciò a vestirsi. Scarpe da tennis, Jeans attillati e una maglietta nera. Mentre era in procinto di uscire la madre si accorse che il figlio stava andando via di soppiatto: -Dove vai?Non stavi male? e poi non hai neanche fatto colazione.

Il ragazzo si limitò a rispondere:-Stamattina la colazione la farò al bar.

Tirò fuori il vespino dal garage e si avviò verso il punto che con molte probabilità sarebbe stato quello del non ritorno. Poco dopo arrivò davanti al bar frequentato dai ragazzi terribili. Entrò, dei ragazzi terribili non c’era ancora nessuno. Si sedette ad’un tavolo e ordinò una granita. Era il mese di luglio dell’anno 1959. Nell’attesa che arrivassero i suoi amici, per la prima volta nella sua vita prese in mano un giornale (La Gazzetta) e cominciò a sfogliarlo. Inizialmente lo trovò noioso, dopo aver sfogliato un bel po’ di pagine arrivò in quelli che riportavano la cronaca di Montezuma. L’occhio del ragazzo cadde su un articolo dove a caratteri cubitali vi era scritto:

 << 20° morto ammazzato dall’inizio dell’anno nel Montezumese. Gli inquirenti ritengono che anche questo omicidio possa essere inquadrato nella faida che vede contrapposti i clan dei Tizi a quelli dei Caio.>> Mentre il ragazzo con stupore continuava a leggere quell’articolo, entrò Angelo, il ragazzo lo vide, si alzò e gli andò incontro. I due si salutarono con una stretta di mano e con un forte abbraccio. Angelo chiese al ragazzo: -Da quanto tempo stai qui ad aspettare?

Il ragazzo rispose: - Una mezzoretta. Ho consumato una granita e poi ho letto il giornale.

E a proposito del giornale che aveva sfogliato poco prima il ragazzo chiese lumi ad Angelo su quello che aveva letto con riferimento agli omicidi, altresì che cosa fossero le faide a cui il giornale faceva riferimento.

Angelo con orgoglio gli rispose: -Queste cose a noi non interessano, noi siamo dei cani sciolti. A noi interessa solo guadagnarci da vivere. Noi siamo dei ladri e basta.A proposito sei pronto per il lavoro? Tra poco ed esattamente alle dieci circa, qualcuno al viale Ventura presso lo sportello della Banca popolare andrà a ritirare venti milioni di lire.

Turi, Peppino e Melo si trovano già nei paraggi.

Il ragazzo rispose: -Si, sono pronto, ma dimmi, che cosa devo fare?

Angelo: -Per questa volta nulla di particolare, il lavoro lo farà Turi, Peppino e Melo. Tu starai insieme a me a bordo del mio vespino, e solo nel caso in cui dovesse sorgere qualche problema interverremmo in aiuto dei compagni. Il ragazzo vivace ma buono posteggiò il proprio vespino nei pressi del bar, all’interno di un portone che Angelo gli indicò.

I due si allontanarono a bordo del vespino di Angelo. Il ragazzo saggiò la bravura di Angelo nel guidare quel piccolo bolide, ad ogni brusca accelerata il vespino s’impennava, era una vera goduria. Il ragazzo restò affascinato dalla potenza che quel piccolo motore riusciva a scaricare.

Mancavano pochi minuti alle 10. I due, arrivati sul posto, si fermarono proprio a ridosso della banca. Angelo era tranquillo. Il ragazzo invece no. Angelo gli aveva detto che si trattava di un lavoro facile, facile, e che loro sarebbero intervenuti solo in caso di necessità. Ma di che cosa si stesse per fare il ragazzo non aveva ancora nessuna contezza. Angelo parlava poco. E quando lo faceva non era mai del tutto chiaro. Al ragazzo non restò che aspettare.

Angelo teneva gli occhi puntati sull’entrata della banca. D’un tratto Angelo diede un colpetto alla coscia del ragazzo. Ci siamo, una macchina di grossa cilindrata si fermò davanti alla banca. Da questa scese un uomo di media statura. L’uomo entrò in banca. Subito dopo entrò in scena Melo.

Questo sbucò da un vicolo che costeggiava la banca.  Aria tranquilla, anch’egli vestito elegantemente entrò in banca. Poco lontano apparvero Peppino e Turi. Il primo era alla guida del vespino, Turi sedeva dietro. L’attesa fu snervante. Ma ecco che finalmente il tizio uscì da quel cazzo di banca. Subito dietro uscì anche Melo, il quale con pochi segni fatti in direzione di Peppino e Turi diede la conferma che il tizio effettivamente aveva ritirato i soldi. Inoltre segnalò in quale tasca li aveva messi. Il tizio a bordo della propria macchina di grossa cilindrata si avviò. Fu subito tallonato da Peppino e Turi, i quali attendevano quello che per loro sarebbe stato il momento più propizio per entrare in azione. A debita distanza li seguirono Angelo con il ragazzo e Melo.

Quest’ultimo viaggiava da solo a bordo del proprio vespino.

Il tizio si fermò ad un semaforo, davanti a questo si fermò anche un autobus. Ecco, ecco, era il momento ideale: nel caso in cui al tizio fosse venuto in mente di pigiare sull’acceleratore non avrebbe potuto farlo, l’autobus l’avrebbe bloccato, inoltre questo copriva la visuale.

Peppino affiancò l’auto del tizio, Turi come una furia attraverso il finestrino aperto si fiondò per metà del suo corpo all’interno dell’auto. Immediatamente tirando via le chiavi dal cruscotto spense il motore dell’auto. Dopodiché sferrò una micidiale gomitata in faccia al mal capitato, gli infilò la mano nella tasca interna della giacca e da questa tirò fuori una grossa mazzetta di denaro.

Facile, facile, così come aveva detto Angelo.

Ma non fu proprio così. Una volta in possesso del denaro Turi saltò in sella al vespino guidato da Peppino. Non fecero però in tempo ad allontanarsi quando il mal capitato come una furia uscì fuori dall’abitacolo, Peppino diede subito gas ma non riuscì ad evitare che il tizio riuscisse ad acchiappare l’amico Turi per la maglietta. A causa della trattenuta e della potenza di quel motore che tante volte li aveva tirati fuori dai guai il vespino si impenno, l’impennata fu così alta che i due finirono scaraventati a terra. Si scatenò l’inferno. Il semaforo si fece verde, l’autobus che sino a quel momento aveva coperto la visuale partì. Peppino e Turi si rialzarono rapidamente. Peppino si preoccupò di rimettere in sesto il vespino. Turi si scagliò contro il tizio che coraggiosamente aveva reagito facendoli cadere. Lo prese a calci e a pugni, nel contempo lo apostrofò con un sacco di parolacce: -Figlio di buttana, cornuto, mortu si.

Peppino preoccupato di far ripartire il vespino, Turi impegnato a dare una lezione al tizio che a squarcia gola gridava aiuto al ladro, non si accorsero che tre vigili urbani si stavano avvicinando.

Loro no, ma Angelo sì.

Angelo alla guida del suo vespino uscì allo scoperto, gridò ai compagni: -I vaddia, i vaddia. Buon per loro che a quell’epoca le guardie municipali non erano armate. Peppino dopo vari tentativi riuscì a mettere in moto il vespino, e mentre Angelo attirò l’attenzione su di se Turi saltò sul vespino e insieme a Peppino si dileguarono.

Tutto finito?

Ma quando mai. Questa per il ragazzo vivace ma buono sarebbe stata una giornata “memorabile”. Mentre il derubato continuava a rompere i coglioni gridando “Mi hanno derubato, aiuto, aiuto”, adesso le attenzioni dei vigili urbani erano tutte dirette nei confronti di Angelo e del ragazzo che uscendo allo scoperto per avvisare i compagni dell’imminente pericolo avevano gridato I vaddia, i vaddia. Inoltre Angelo per attirare l’attenzione su di sè aveva agitato più volte la mano mostrando loro un bel paio di corna.

Angelo zichizacando tra le macchine riuscì a prendere un certo regime tra se e i vigili. Ma evidentemente per qualche motivo quella doveva essere una giornata storta. Mentre Peppino e Turi avevano già preso il largo, Angelo e il ragazzo erano in qualche modo riusciti a divincolarsi, ma ecco che accadde l’imprevedibile: il ragazzo girandosi all’indietro per controllare i movimenti delle guardie ormai messi fuori causa, si accorse che le stesse erano riusciti a bloccare Melo che viaggiava da solo a bordo del proprio vespino.

Il ragazzo gridò all’orecchio di Angelo: Hanno acchiappato Melo, hanno acchiappato Melo!

Non l’avessero mai fatto, Angelo frenò di colpo, invertì la marcia e puntò verso le tre guardie che tenevano bloccato Melo. Giunti in prossimità di questi gridò: -Adesso avete rotto la minghia!

Rapidamente mise il vespino sul cavalletto e si scagliò contro le guardie. Il ragazzo vivace fece altrettanto. Le guardie municipali, che non erano le stesse che il ragazzo aveva conosciuto durante gli inseguimenti che sovente ingaggiava nelle giornate di domenica, reagirono. Questi non erano nè lenti nè ciccioni. Le forze in campo erano pari, tre guardie e tre “presunti” ladri. Botte da orbi.

All’improvviso però qualcosa scosse i “presunti” ladri, le sirene della polizia, i ragazzi erano ben consci del fatto che quelli che stavano per arrivare non erano mica bau, bau, micio, micio, altro che guardie municipali. L’antirapina, armati e bene addestrati, inoltre intesi con l’appellativo che era tutto un programma. I Rapaci.  Angelo rivolgendosi ai compagni grido:

-Scappiamo, scappiamo.

Bella scoperta, penserà qualcuno, ma quel Scappiamo, scappiamo, doveva essere inteso molto più semplicemente come un Siamo perduti, si salvi chi può.

I tre riuscirono a divincolarsi. Fuggirono a piedi in direzioni diverse, dovettero però abbandonare i loro vespini, non c’era neanche il tempo di provare a montare su di essi. I Rapaci si trovavano ormai a qualche centinaio di metri, quelli sparavano. Sul vespino sarebbero stati un facile bersaglio. Il ragazzo vivace  ma “buono” si ritrovò a correre da solo tra i vicoli del centro storico di Montezuma con alle calcagne una delle guardie municipali che lo inseguiva. La corsa era il suo forte. E se ai tempi delle scuole medie quel bastardo di un assessore non si fosse messo di mezzo, avrebbe anche potuto vincere una gara ufficiale di maratona. Adesso però doveva scrollarsi di dosso quella guardia municipale che continuava ad inseguirlo.

Questa sembrava ne avesse fatto una questione personale, mentre lo rincorreva gli gridò:- Fermati, fermati, cunnutu, nicu, nicu.

Il ragazzo si limitò a rispondere:-Ma va fanculu!

Poco dopo il ragazzo vivace riuscì a seminarlo.

Guardandosi in giro si rese conto del fatto che la pescheria dove suo padre anche quel giorno stava lavorando era vicina. Ancora una leggera corsettina e si sarebbe trovato là, nel posto di frutta che sino al giorno prima lo aveva visto lavorare.

Poco dopo infatti si presentò davanti al posto di lavoro e senza dire nulla scansò il bonaccione dalla cassa e ne prese posto.

Ore 10.30. Dall’inizio del fattaccio era trascorsa solo mezzora, ma al ragazzo pareva un’eternità.

Era lì, sul posto di lavoro, ma assente, nella sua testa c’era tanta confusione. Pensava a tutto quello che era successo poco prima, e poi chissà se anche gli altri erano riusciti a scappare?

Alfio  di tanto in tanto lo osservò, qualche domanda da fare al figlio ce l’aveva, ma preferì rimandare.

Finita la giornata lavorativa i tre fecero ritorno a casa. Il ragazzo fremeva, doveva recarsi al bar, solo così avrebbe conosciuto la sorte dei suoi compagni, e poi c’era il vespino da recuperare che aveva lasciato all’interno di un portone nei pressi del bar.

Ore 13, la famiglia si ritrovò a tavola per il pranzo. Pasta al forno e polpette con la salsa. Il ragazzo non aveva nessuna voglia di mangiare, doveva uscire.

Dopo aver assaggiato qualcosa rivolgendosi alla madre disse:- Mamma esco un po’ vado dalla zia -Dalla zia?-Scommetto che ci sei stato anche stamattina vero?

-Scordati la biondina, scordatela, è tua cugina!

Ne seguì una risata generale, risero tutti, infatti in famiglia era risaputo il fatto che il ragazzo avesse un debole per la biondina.

Poco male, il ragazzo si alzò, uscì dalla sala da pranzo e chiamò a se il bonaccione.

A questo gli chiese un favore:- Accompagnami con il tuo motorino in un posto qui vicino.

Detto fatto, il bonaccione lo accompagnò laddove il fratello maggiore gli aveva indicato. Nei pressi del bar. :-Ok, lasciami qui, se qualcuno chiede di me, sono dalla zia chiaro?

Il bonaccione annuì e andò via.

Il ragazzo si avviò, non vedeva l’ora di varcare la porta del bar, mancavano pochi metri, il cuore gli batteva forte, immaginò la scena, gli amici in festa nel vederlo salvo… Incredibilmente fu proprio così. Il ragazzo fece il suo ingresso nel bar, i suoi amici che lo davano per spacciato erano tutti lì, seduti attorno ad un tavolino, non mancava nessuno. Questi non appena lo videro entrare sano e salvo per la gioia gridarono: E vai e vai. Buttarono all’aria il tavolino che avevano davanti, dopodiché corsero tutti e quattro ad abbracciare il vivace. Gridarono ancora più forte: Grande, grande. La gioia per i ragazzi terribili era tanta al ragazzo si erano affezionati.

Il ragazzo felice e finalmente rilassato raccontò del come era riuscito a scappare, e così fecero anche i suoi amici. Le belle notizie per il ragazzo non erano ancora finite.

Angelo prese la parola e rivolgendosi al ragazzo vivace ma “buono” volle dare delle delucidazioni sul bilancio di quella che era stata una giornata tremenda.

Angelo: -Allora, il punto della situazione è il seguente:, abbiamo perso due vespini, ma chi se ne frega, ne ruberemo degli altri. Nonostante gli intoppi tutti e cinque siamo riusciti a farla franca e, udite, udite, il bottino è stato di 22 milioni di lire.

Che dire, i ragazzi terribili quel giorno erano stati molto fortunati. Ma i guai, quelli grossi, erano dietro l’angolo. Angelo si apprestò a fare le parti, domandò ai compagni presenti:

-22:7 quanto fa? Rispose subito il vivace: -Beh, Credo faccia tre milioni e cento a testa, più pochi spiccioli. Ma come per 7, non siamo in 5???

FINE DEL TERZO CAPITOLO

08
nov
11

Lettere dal di fuori: da Elisa a Carmelo

Per la rubrica “Lettere da di fuori”, ideata da Carmelo Musumeci, ecco oggi un’altra lettera di Elisa allo stesso Carmelo:
 
Caro Carmelo, è una bruttissima domenica di inizio ottobre e nel silenzio della mia camera, mentre fuori piove e tira vento forte, ho sentito, come spesso accade, il bisogno di scriverti,e di sentirti “vicino”. 
Ti ringrazio infinitamente per avermi dato ancora una volta la possibilità di essere una privilegiata nella lettura in anteprima di un tuo racconto, che Nadia ha provveduto tempestivamente a farmi avere, e che ho appena iniziato a leggere. 
Ma sono appena all’inizio, devo ancora andare a fondo, lo sai che a me piace lasciarmi trasportare dalle letture e arrivare in profondità. E poi c’è sempre un carico emotivo in più quando leggo i tuoi scritti, e non mi piace farlo frettolosamente, ma dedicandogli un tempo e, sembrerà assurdo, anche uno spazio, tutto speciale. 
Ecco, stasera per esempio, stasera è la serata giusta… 
Silenzio, sana solitudine, quiete intorno, che fanno da contrasto ai  piacevolissimi rumori della natura fuori. 
E, soprattutto quel po’ di voglia di evasione dal mondo, che così spesso mi prende, e di cui mi pare paradossale parlare proprio a te, che forse provi l’istinto opposto. In realtà neanche così opposto credo: infondo forse è normale che ogni uomo di tanto in tanto abbia bisogno di evadere da qualcosa, che solitamente è cioè che vive in continuazione, a cui si sente quasi inevitabilmente ed irrimediabilmente “condannato” e da cui si sente schiacciare. 
Per me è il mondo, per te la cella: ma in realtà la tua cella è inclusa nel mio mondo, facendo parte dello stesso “tutto”, dello stesso creato. 
Forse infondo ci stiamo ribellando allo stesso oggetto, provandone lo stesso disprezzo: certo, con le dovute e insanabili differenze, questo si sa. 
Sì, credo che passerò così la mia serata. Io, la mia mentale evasione e “Il senza Dio”.
Ti ringrazio perchè, oltre che con le tue settimanali preziose lettere, anche con gesti come questo mi fai sentire in qualche modo “importante”, meno estranea, meno sconosciuta e meno distante da te di quanto la nostra vera condizone non mi consenta di essere. 
Sono felice perchè ieri ho ricevuto una notizia che aspettavo da tempo: questo giovedì inizieremo l’attività di sportello in carcere, a Capanne. Siamo un gruppo di studenti, accompagnati dal prof Fiorio, per quel progetto di cui ti parlavo sull’apertura di un centro informazioni per le detenute.
Sono carica di aspettative e di emozione, come sempre quando intraprendo una cosa in cui credo e che mi prende “spiritualmente”. 
Non potremo fare molto per loro, certo, ma è pur sempre un servizio quello che portiamo, e l’idea mi piace. è un modo, uno come tanti, per non stare a braccia conserte davanti alla sofferenza. 
Spero tanto di non perdere un’occasione per dare un apporto, di qualsiasi tipo, anche soltanto quello derivante da un sorriso, di cui sono certa quelle persone avranno bisogno. E questo arricchisce il mio animo, forse ancor più che il loro.
A proposito di questo, mi torna in mente un ricordo, al quale nel tempo mi è capitato più volte di ripensare: il sorriso che ci scambiammo io e te, nel momento in cui stavo uscendo dalla biblioteca del carcere, dove vi abbiamo incontrato quel giorno di aprile. 
Ero tra gli ultimi della “fila”, e, probabilmente come tutti, ti ho guardato e sorriso, prima di uscire dalla stanza. 
Tu hai risposto sorridendo, ed è come se lo facessi anche ora, qui, davanti a me. 
E così ogni volta che ci penso: mi sembra che tu mi stia sorridendo di nuovo. Tanto lo ricordo col cuore. 
Quel sorriso mi ha lasciato qualcosa, che bene neanche riesco a spiegare. 
So solo che mi sono fatta per tanto tempo un sacco di domande, e continuo a farmene. 
Chissà se troveranno risposta.
Chissà se riuscirò ancora a vedere te, e quel sorriso.
Allora non ti conoscevo, oggi sì: e se allora quel piccolo gesto mi ha aperto il cuore, non oso immaginare cosa potrebbe succedere oggi.
Ti voglio bene.
Ti abbraccio
Elisa
07
nov
11

Il memoriale di Rustam Zagirov

Rustam Zagirov è un cittadino russo che attualmente sta scontando una pena di trent’anni di reclusione nel carcere di Spoleto, per l’omicidio della badante ucraina Ljubomira Chuyko. Il cadavere della donna è stato ritrovato all’interno del bagno pubblico di Parco Sant’Anna. Secondo le ricostruzioni, Rustam avrebbe confessato l’omicido nel primo interrogatorio presso la caserma dei carabinieri. Queste sono le ricostruzioni ufficiali.

Rustam da anni sostiene, invece, che quella prima confession in realtà non avvenne e che le sue risposte furono volutamente equivocate e modificate, e sostiene, soprattutto, di non essere lui l’autore dell’omicidio.

Noi non sappiamo naturalmente quale è la verità. Potrebbe essere che la ricostruzione ufficiale della vicenda sia reale, o potrebbe essere che Rustam dica la verità, almeno in parte. Noi qui non sosteniamo un’altra verità dei fatti. Semplicemente vogliamo ospitare la sua versione, il memoriale che ci ha fatto pervenire tramite Luiza Nikoghosyan, donna di origini armene, residente da anni in Italia, che si occupa, tra le altre cose, di diritti umani e di casi “scomodi”.

Vi lascio, quindi, alla versione di Rustam Zagirov.

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LA MEMORIA DI RUSTAM ZAGIROV

Io sottoscritto  Rustam Zagirov, nato in Russia il 28.05.1975 attualmente detenuto presso la Casa di reclusione di Spoleto. Io sono accusato nell’omicidio di signora Lubamira Cuiko 53enne  che è stata ammazzata 16.07.2006 crudelmente nel bagno pubblico di parco S. Anna di Perugia.

In primo grado con rito abbreviato sono stato condannato all’ergastolo.

Durante il giudizio di  primo grado sin dal momento del mio arresto mi sono dichiarato innocente chiedendo il rito ordinario con presenza dei testimoni a mio favore, con il verbale dell’incidente stradale avvenuto prima del mio arresto che dimostrava la mia insufficienza fisica a commettere il reato con analisi  dei RIS di Roma del 12/09/2006 che mi scagionavano completamente, mentre gli avvocati presenti in aula contro la mia volontà chiedevano il rito abbreviato che me lo consigliava anche il giudice del Tribunale . Ignoravano il mio rifiuto e disponevano il rito abbreviato, impedendomi di difendermi.

Nel 2007 era  stata effettuata una perizia psichiatrica con risonanza magnetica e tac che dimostravano la mia normalità. La Corte di appello sapeva che io lavoravo presso il carcere  di Spoleto dal Settembre del 2007 come capo falegname . La Corte di Appello di Perugia mi ha impedito di fare le mie dichiarazioni che dimostravano la mia totale innocenza, insisteva ad effettuare una perizia psichiatrica contro la mia volontà, quindi non c’era nessun motivo di chiedere  una perizia simile. A seguito della perizia per cui loro insistevano ho rifiutato le sedute dello psichiatra e ho messo a conoscenza la  Corte di appello di Perugia.

In appello mi venne riconosciuto un vizio parziale di mente che ha portato alla diminuzione della pena a 17 anni e 3 anni delle cure psichiatriche.

Per tali ragioni trovo davvero arbitrarie e parziali le ricostruzioni di stampa da loro fornite, a proposito della mia asserita appartenenza a corpi speciali dell’ esercito russo, che alimentano solo ulteriori illazioni e fantasticherie prive di senso. Io ho fatto  il servizio militare  come soldato semplice.

Nel ricorso in Cassazione il mio avvocato ha presentato tutti i documenti e le analisi che mi scagionavano. La Corte  di Cassazione, vendicandosi della mia denuncia contro fatti avvenuti e la mia esistenza contro abusi subiti per costringermi a tacere, per tutto questo tempo impedendomi dimostrare la mia totale innocenza. Ho dichiarato sempre che non sono colpevole, non sono omicida, non ho fatto questa crudeltà .

Con l’rinvio della Cassazione alla  Corte di appello di Firenze in data 23.06.2011 mi hanno condannato a 30 anni  di reclusione nell’ambito del procedimento n.5025/06 R GIP n.6593/06 R.G.N. Con questo atto voglio denunciare le irregolarità che sono state compiute nei miei confronti sin dal mio arresto il 27/07/2006.

Dopo la sentenza di Firenze sono pervenuto ad uno stato psicologico estremo, sino all’idea del sacrificio di me stesso, come forma di protesta estrema per dimostrare la mia innocenza.  

Sono una persona amorevole,  mi piace lavorare, aiutare le persone bisognose entro le mie possibilità. 13 luglio 2006 tre giorni prima di omicidio di povera donna Lubomira Cuyko , sono stato a  Perugia, per portare  i miei vestiti e le scarpe  usate ai miei connazionali Vasia e Roman che li avevano bisogno perché erano senza lavoro. Tutto questo può confermare il mio datore di lavoro che mi aveva accompagnato con la sua macchina fino alla stazione.

A quel epoca io abitavo a Passaggio di Bettona. Ero fidanzato con una ragazza, per questo motivo il giorno 16.06.2006 ero  arrivato a Perugia per incontrarla. Arrivando alla  stazione  verso le 11:00, ho visto Vasia, Aleks e altri persone tra cui c’era  anche Lubomira. Mi sono avvicinato per salutarli e ho visto che bevevano e discutevano. Non mi sono intromesso, li ho salutati e me ne sono andato via. Mi sono diretto verso il centro a piedi.

Passando nei pressi del parcheggio dei camper  e della stazione dei carabinieri ho notato che Luba camminava qualche passo dietro di me  e mi chiedeva per quale motivo avessi tutti quei graffi e contusioni sul volto e sul corpo, la mia risposta fu chiara e sbrigativa “Ho avuto un incidente stradale” . Non aggiungendo altro ho proseguito verso il parco S. Anna. All’ ingresso nel parco mi ha fermato un uomo (che non conoscevo) il quale aveva con se un cane. Mi ha chiesto l’ accendino per accendere la sigaretta. L’ho prestato il mio accendino tipo “Zippo” e senza aver nessun tipo di dialogo con lui , ho proseguito verso all’ interno del  parco, dove  ho intravisto diversi gruppi di connazionali alcuni dei quali li conoscevo. Mi hanno invitato a loro tavolo per bere e mangiare in loro compagna, ma  io li ho solo salutato da distanza e ho proseguito per il parco per raggiungere il bagno pubblico. Mentre camminavo ho notato che la signora Lubomira si avvicinava al tavolo dove c’erano un gruppo di donne, le sue connazionali. Uscendo dal bagno ho salito le scale e mi sono trovato nella piazzetta sopra del parco, dove ho visto Vasia e Roman che stavano in compagna di Lubomira, ho salutato Vasia con un gesto della  mano e mi sono diretto verso via Pescara per andare a prendere la mia automobile nel parcheggio della carrozzeria Griffo. All’ uscita della piazzetta mi ha raggiunto in corsa  Vasia  chiedendomi  d’acquistare una macina fotografica di sua proprietà  per la somma 20 euro. All’inizio la rifiutai, dicendo che non  ne avevo bisogno. Ma lui insisteva sostenendo che aveva bisogno un po’ di soldi per vivere. Accettai di comprare la sua macchina fotografica , perché non era la prima volta che l’aiutai. Diverse volte l’avevo regalato i miei vestiti, sapendo che non ha possibilità di comprarli. Mentre parlavo con Vasia nel parco di Sant’Anna ho notato che il suo  amico Roman che si trovava un po’ distante da noi, discuteva con Lubomira gesticolando con il suo cellulare.

Dal 16.07.2011 erano passati 9 giorni. La sera di martedì 25.07.2006 verso le 22:00, ho ricevuto una chiamata da Roman il quale mi chiedeva come mai non ci fossimo più visti e se ci vedevamo di nuovo. Mi ha parlato anche  della donna uccisa dicendomi che noi dovevamo cercare di capire chi era stato. Aggiungendo  mi cercavano i carabinieri, gli risposi che se mi volevano trovare  mi troveranno perché sono rintracciabile.

A questo punto  mi sono ricordato di avere visto Roman e Vasia la sera di domenica 16 luglio 2006 dietro il bagno dove era stata trovata uccisa la povera donna ucraina, Lubomira. Mettendo in ordine le mie idee ho pensato che sono stati Vasia e Roman le ultime persone che la donna uccisa avrebbe incontrato e ho pensato che io potevo essere l’unica persona ad avere visto Roman e Vasia con quella donna.

Il giorno successivo, mercoledì 26 luglio, sono andato a Passaggio di Bettone, alla stazione dei carabinieri per parlare con il maresciallo De Mauri che conoscevo personalmente da tempo, per  raccontarlo tutto quello che sapevo sull’omicidio e sulle persone coinvolte. Davanti la caserma mi sono accorto che la serranda degli uffici era chiusa a metà .  Davanti la pasticceria  ho visto la macchina dei carabinieri , mi sono avvicinato alla macchina e ho visto che il carabiniere conoscevo . Mi sono rivolto a lui e gli ho chiesto se sapeva dell’ omicidio commesso a Perugia e gli ho chiesto di accompagnarmi a Perugia dai carabinieri perché volevo spiegare alcune cose su questo omicidio. Gli ho anche detto che pensavo che alcuni volessero incastrarmi. Lui mi ha risposto “Rustam noi ti conosciamo e se qualcuno ti cerca sappiamo  dove trovarti”. Mi ha assicurato che nessuno mi cerca  e che posso stare tranquillo.

Dopo l’incontro con il carabiniere  ho telefonato a Roman e qli ho detto”che razza di scherzi sono questi , sono stato dai carabinieri e mi hanno detto che non mi cerca nessuno, la prossima volta stai lontano da me”. Dopo aver terminato la telefonata con Roman mi sono recato presso l’azienda di Giorgio Giangabilla.  Fino al giorno successivo sin dopo l’ora di pranzo poi mi sono recato a controllare il capannone sito sopra l’azienda ,prima di giungere al capannone ho notato la pattuglia dei carabinieri con altre automobili e diverse persone armate senza nessun timore mi sono avvicinato ad essi per sapere il motivo di tutto questo.

Carabinieri dicendomi che dovevo seguire in quanto doveva parlare con me, Maresciallo  mi ha detto che non c’erano problemi e il colloquio con esso sarebbe stato breve e mi avrebbe riportato a capannone. Io gentilmente gli ho chiesto di potermi cambiare gli abiti in quanto ero vestito con panni di lavoro e gli ho chiesto se era possibile andare con le ciabatte in quanto avevo il dito del piede destro ferito(il piede ferito era dovuto all’ incidente  con la moto). Il Maresciallo mi ha detto di non cambiarmi perché dovevano farmi alcune domande dopo di che lui mi avrebbe riportato indietro. Sono stato portato alla Stazione dei Carabinieri di Perugia. Sono stato interrogato da un Maresciallo di carabinieri che mi aveva chiesto di ricostruire il giorno 16 luglio 2006 e giorni successivi a questa data. Le  mie risposte sono state verbalizzate. Li avevo riferito ciò che avevo fatto. Un altro agente  si è scagliato contro la mia persona(senza toccarmi ma con gesti minacciosi e alta voce) gridandomi perché avessi ucciso la donna. Io l’ho spiegato la mia versione sul accaduto e che non avrei mai potuto aggredire e far male ad un’ altra persona.

Vorrei precisare un fatto molto importante che  a quel epoca io non parlavo bene in italiano.

Il P.M. a un certo punto non essendo soddisfatto come  verbalizzava le mie risposte l’agente si  innervosì e  iniziò lui a verbalizzare le mie risposte ma non trascriveva quello che io dicevo ma ben  altre cose. Lui trascriveva il verbale come se quello era un romanzo giallo,lui stesso creava i personaggi e la storia, con un finale tutto per la sua gloria ,che ha trovato il colpevole e ha fatto trionfare la Giustizia.  

07
nov
11

Nuove opere di Piero Pavone

Piero Pavone -detenuto a Spoleto- è uno dei  nuovi amici che, negli ultimi mesi, si sono aggiunti al territorio del Blog.

Di lui abbiamo già pubblicato riproduzioni di alcune sue opere (vai al link.. http://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/09/02/opere-di-piero-pavone/) e recentissimamente una sua bellissima lettera per tutti gli amici del Blog (vai al link.. http://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/10/19/7573/).

Ogg pubblichiamo atre cinque foto rappresentanti alcune delle sue recenti creazioni artistiche.

 

 

 

06
nov
11

Risposte ai vostri commenti e scritti di Gino Rannesi

GHEDDAFI

Uscito dall’isolamento anche grazie all’azione diplomatica del presidente sudafricano Nelson Mandela, Gheddafi riconquistò un importante ruolo internazionale contribuendo alla risoluzione della crisi nel Corno d’Africa (tra Eritrea ed Etiopia) e nella Repubblica democratica del Congo. La sua rinuncia a sviluppare armi di distruzione di massa e la sua definitiva condanna del terrorismo islamico internazionale gli consentirono in seguito di ripristinare normali relazioni diplomatiche con i paesi arabi e occidentali, tra cui, nel 2006, gli Stati Uniti.

Tuttavia, quando ormai ferito e inerme, ecco che i suoi amici: Ammazzatelo.

Continuare sarebbe un offesa all’intelligenza, ragion per cui, taccio e chiudo. Sin tanto che sei al potere hai sempre ragione, soprattutto quando hai torto, ma nel giorno che verrà, sarai abbandonato e tradito. Chi ha giudicato con durezza, sarà giudicato con durezza. Chi ha orecchie per intendere intenda…

Gino Rannesi. Ottobre 2011

ALESSANDRA LUCINI- Innanzi a me alcuni dei tuoi scritti.

-Quanto mi incuriosisce questo racconto Gino. Pupa, incuriosisce anche a me.

Quell’Alfio del mio racconto è puramente inventato, tuttavia, non ci sono confronti che possano reggere. Alfio era Alfio. Alessandra, hai forse dimenticato che a detta di tanti sarei un figlio di…

Credi forse che le tue 60 primavere mi abbiano colto di sorpresa?

Nella tua seconda lettera mi hai chiamato ragazzo. Tanto è bastato per farmi capire…

La cena la pagherò io e tu sarai la prima ad essere invitata. Porteresti un’amica?

Eh! Ma allora mi provochi! L’ultima volta che una donna ha portato una sua amica è finita come sai… Piacere … Va bene và, Tribunale di sorveglianza permettendo, conoscerò anche la tua amica. Ciao splendore, ti garantisco che con me potrai soltanto essere amico. Grazie per lo splendore. Confermo, non riuscirei mai ad essere amico di una Donna che mi piace e per la quale proverei attrazione fisica… Ciao Ale, un fortissimo abbraccio. Il pittore ringrazia per i complimenti.

Baci Gino.

LAURA RUBINI- Io sono di Catania, e come tanti altri ergastolani non sono rimasto affatto scioccato. Lo sarei stato se quei ragazzi fossero stati condannati.

Vero è, i giudici di secondo grado hanno cambiato la sentenza precedente perché condizionati dall’opinione pubblica Americana.

E meno male. Per lo stesso motivo se ci fossero state le prove li avrebbero condannati molto più durante di quanto ebbero a fare i giudici di primo grado…

Comunque, se l’assoluzione arriva in appello, questo non vuol dire che i giudici di primo grado siano stati degli incapaci. Il fatto è che in Italia per diventare un mostro ed essere sbattuti sulla prima pagina di tutti i giornali ci vuole poco. Un semplice avviso di garanzia fa sì che la piazza decreti che l’indagato è uno… ecc. Ci sono tre gradi di giudizio… la piazza, e nella fattispecie quella italiana, ossia, la più forcaiola, non ha interesse alcuno di sapere  se l’indagato è veramente colpevole. Questa vuole un colpevole per scaricare su di esso la propria rabbia…

Sabrina è innocente. Cosima è innocente. Spero che quanto prima vengano scarecerate…

Gianfranco il pittore ringrazia per i complimenti. Ciao Laura. A presto. Gino.

LA GAZZA LADRA- Ciao Gazza Ladra. E bravo Gino, mi lasci con la curiosità!! È molto avvincente il tuo racconto. Grazie ne sono lusingato. Occorre ricordare a me stesso che di questo racconto sono solo il narratore… di bambini cresciuti troppo in fretta ne ho conosciuti tanti, troppi.

Quello che mi piace di questo raccontare è che ci entro dentro. Provo le stesse sensazioni. La tua allegria è contagiosa. Alcuni passaggi di ciò che hai scritto il 15 ottobre sono esilaranti. Sono sicuro che l’esame così, come hai affermato tu, lo concluderai più meglio assai…

Sono contenta che i tuoi scritti siano per te l’impegno che ci impegna. 17 ottobre. Questa tua affermazione mi gratifica.

Bene, immagino avrai già letto l’ultimo capitolo inserito, ricorda, io sono solo il narratore. Un abbraccio. Gino.

CELESTE- Sono d’accordo,  i quadri di Gianfranco Parisi sono belli e delicati. Lo stesso ringrazia per i complimenti. Scrivi: Purtroppo quello che si ascolta sui TG è la crudele realtà di tutti i giorni.

Gheddafi. Ne vogliamo parlare?

Tutti i TG non hanno fatto altro che mostrarne il cadavere.

Non ho mai avuto tanta simpatia per quest’uomo, tuttavia, nel vederlo ormai inerme, ho provato tanta pena.

Nel vederlo cadavere ho provato sgomento. Inerme, ed ecco che le cose si capovolgono. Quello che più non tollero sono i falsi moralisti,  gli stessi che sino a poco tempo fa facevano a gara per compiacerlo. Zerbini… chiudo questo discorso. Ti chiedi del perché possano succedere certe cose: hai detto bene, non c’è rispetto, non c’è amore. Non è il mondo che fa schifo, ma buona parte dei suoi abitanti. Ciao Celeste. Un forte abbraccio. Gino.

SILVESTRO- Ciao Silvestro, trovarti tra gli ultimi scritti che ho ricevuto è stato bello.

Certo che rispondo, lo faccio con tutti, a maggior ragione lo faccio con le persone che abitano in quello che fu il “mio” quartiere. Ringrazia da parte mia la persona che ti ha informato dell’esistenza di questo sito. Spero ti abbia informato anche dell’esistenza di una associazione  denominata “Fuori dall’ombra”. Bene, un caro abbraccio a te e famiglia. Ciao. Gino.

GRETA- E avete pensato all’originalità del dipinto con i piedi??

No, non ci abbiamo pensato. Un’idea originale, ma quella delle impronte delle mani la riteniamo più consona… difficile da capire, certo. Non a caso per quanto mi riguarda, pur non essendo mancino, ho lasciato le impronte della mano sinistra…

Solitamente la manicure o le pedicure sono molto carine. Scommetto lo sei anche tu. Grazie per aver scritto. Baci Gino.

SALVATORE- Grande Turi, con molto piacere ho letto quanto hai scritto il 18 ottobre.

Nel lasciare le impronte delle nostre mani ho affermato la stessa cosa che hai detto tu: Ragazzi, diciamo la verità, la mia mano è la più malandrina… adesso che questa cosa l’hai scritta anche tu, “Apriti cielo”! Cosi  fitusi, sentite, sentite cosa ha scritto qualcuno. Scherzo, naturalmente la prendiamo a ridere. Scrivi che se potessi esprimere un desiderio tra le altre cose chiederesti l’eliminazione dell’ostatività. Ce la faremo. Tranquillo che sì. È una legge vile, non ha il coraggio di ammazzarti, perciò il lavoro sporco lo delega al tempo e alla disperazione…

Cazzo!! Hai lo scriba? Lo sai che non l’avevo capito? Scrivi: Ho spiegato al mio scriba il concetto di comparanza, ma, minghia, non riesce ad afferrarlo… consiglio al tuo scriba di leggere il mio racconto a puntate pubblicato su questo blog. Anche se si tratta di un racconto di fantasia, emerge chiaramente come siano forti i rapporti che possono istaurarsi tra compari, ecc.

Ciao scriba, la tua intromissione è gradita, tuttavia non posso accontentarti, sopporti pure Salvatore, e poi visto che ti porta a pranzo e che azzo! Non è ica un ane. Mi piace molto Renzi, il sindaco della vostra città… un saluto con una stretta di mano vigorosa.

Turi, ti saluta Ivano, gli ho fatto leggere quanto hai scritto. A breve avrai un altro compare. Ivano ne è contento. Lo stai leggendo il mio racconto? Un parere tecnico, non è necessario che tu entra nei particolari. Ad stein?..… ciao fratello. Un carissimo abbraccio. Ciao tuo Gino.

ROBERTA- Ciao Roberta, la tua esclamazione mi ha lasciato di stucco. Mizzica, ho capito, le mani di 5 disgraziati impresse in una tela fanno un certo effetto, credo. Ciao Roberta. Un abbraccio Gino.

GRAZIA-: Nel leggerlo sembra di vedere un film. Nel pensare a quanto potrai leggere nei prossimi capitoli mi scappa da ridere. Altro che film.

Ragion per cui devo dirti di stare tranquilla, è un racconto di fantasia, ogni riferimento a fatti e persone è puramente casuale. Certo, nel rappresentare alcune scene mi sono avvalso a quelle che sono state le mie esperienze di vita. Ragion per cui quando leggerai non pensare a me, ma al fatto che veramente tanti ragazzi si sono trovati a fare delle scelte avventate, vuoi per paura, vuoi per l’ignoranza che in certi abbienti regnava e regna sovrana, vuoi, come nel caso di questo racconto, per spirito di ribellione. : E’ piacevole e interessante sentirti raccontare. Grazie mille. Questo mi gratifica. Ciao a presto. Un abbraccio Gino.

PINA- Carissima Pina, nel leggere quanto hai scritto il 15 ottobre capisco che il racconto ti piace veramente. Almeno sino ad ora. Bene, sono contento. Purtroppo per quanto ne possa sapere pare che le cose in alcuni quartiere non siano affatto cambiate. Il degrado continua a farla da padrona, gli addetti ai lavori così come un tempo continuano a farsi gli affari propri. Sperando in un mondo migliore che possa accogliere i nostri figli, nipoti, ecc. ti abbraccio affettuosamente. Ciao. Gino.  

LUCIANO- Ciao Luciano, è da un po’ di tempo che non ti leggo, volevo dirle che lei è sempre e comunque nei miei pensieri.

Un grande abbraccio. Gino.

 

29 Ottobre 2011

 QUEST’OGGI UNA GIORNATA SPECIALE.

Oggi gli ergastolani di Spoleto hanno potuto disputare una partita di calcio contro esponenti politici della sinistra. Tra questi il simpaticissimo Giovanni Russo Spena. Una gran partita, il risultato finale è stato pari, un 5 a 5 che la dice lunga. Il primo gol l’ho segnato io, Nadia mi è testimone, dopodiché ho preso una traversa, il tiro è stato così potente che a distanza di ore questa ancora vibra. Dopo essere andati in vantaggio, abbiamo subito raddoppiato, dopo 10 minuti dall’inizio della partita eravamo già sul 3 a 0. Ma i politici in campo e tra questi anche alcuni ragazzi di Pomigliano, con uno scatto d’orgoglio, hanno dapprima accorciato le distanze e poi, con un gol rocambolesco nato da una mischia, hanno pareggiato. La partita si accende, Russo Spena palla al piede si accinge a portarsi fuori dalla propria aria di rigore, questo affrontato da Santo cade, rimasto con il culo per terra gli gridai: Ah Russo Spena!!! Ma dove cazzo vai aoh! Gli tesi la mano per aiutarlo a rialzarsi. Questo subito dopo alla prima occasione rifilò una gomitata a  Santo, lo stesso che poco prima lo aveva sgambettato. Fine del primo tempo… I ragazzi di Pomigliano altro non sono che i disoccupati della FIAT, per l’appunto di Pomigliano D’arco…

Ma ecco che inizia il secondo tempo. E ancora una volta su punizione arriva il nuovo vantaggio per gli ergastolani. Una punizione battuta dal limite dell’area proprio dal sottoscritto. Una gran botta, con un tocco ad effetto la palla agirò la barriera degli invasori, questa andò ad impattare sulla faccia del baby killer per poi infilarsi nell’angolino più alto della porta degli avversari. E mentre Ivano si toccava la faccia per la pallonata ricevuta, un boato fece tremare anche l’erba. Ha segnato Ivano, inavvertitamente certo, ma il gol è stato assegnato a lui. Gli invasori non mollano, cazzo sono tenaci, il buon Mario Pontillo suona la carica e questi pareggiano. Appena fuori dal campo Giuliano Capecchi (Ass. Liberarsi) se la ride. Non ho capito per chi tifava.

Ma ecco, ecco che quasi allo scadere quella cosa fitusa del Duca su rilancio del portiere, con una semi rovesciata, fulmina il pur bravo portiere dei politici. È fatta… Invece no, mancano tre minuti alla fine della partita. Palla a centro. Ecco che i politici urlando come dannati si  portano al limite della nostra area di rigore, il portatore di palla pensa bene di andare ad impattare sul nostro difensore più arcigno, Giovanni. L’invasore cadde rovinosamente: Rigore!!! 5 a 5 e palla al centro, ma non c’è più tempo per tentare un’ultima sortita… L’arbitro fischio la fine. Abbracci e baci… Giovanni Russo Spena: Ragazzi, mi spiace tanto per il fatto che non siano state autorizzate le riprese. Avrei voluto chiedere alla gente comune e non chi secondo loro fossero i buoni e chi invece i cattivi!

Effettivamente sul campo l’unica cosa che ci distingueva dagli ospiti era la nostra maglietta bianca con su scritto: No all’ergastolo ostativo. Una foto di gruppo testimonia l’evento…

Gli uomini ombra desiderano ringraziare pubblicamente la Direzione del carcere.

 

Gino Rannesi novembre 2011.

 

SABINA- Ciao pupetta, è da un po’ che non ti sento, tutto bene?

Volevo dirti che per quanto riguarda gli abbonamenti ho ripreso la campagna.  …campagna che non avevo del tutto abbandonato, ma che adesso ho ripreso con più vigore… sul punto ne saprai di più dopo che avrò parlato con Nadia, se Dio vuole la rivedrò proprio domani mattina.

Bene, desiderando che questo mio scritto ti possa trovare in ottima salute, eccoti il continuo di quella storia. (“Una donna per amica”)

 

-Ciccio, è fidanzata con uno che  sta in galera, pensi che potrei mai provarci? Solo un infame lo farebbe…

Argomento chiuso. Se non fosse che dopo qualche giorno la incontrai in pieno centro intenta a fare compere. Nel vederla provai un sussulto, non potevo e non volevo parlare con lei, dunque feci finta di non vederla, continuai a mostrarmi interessato a quello che stava facendo. Cosa stavo facendo?… sono fatti miei…

D’un tratto due colpetti sulla spalla. – Salve, ce l’ho con lei, perché non mi ha ancora chiamata?

Pensa forse che non sia all’altezza della situazione?Ho lavorato in aziende ben più grande della sua sa…

-Ascolti, voglio essere franco, lei non potrebbe mai essere la mia segretaria. Lei è troppo bella,ragion per cui non voglio averla tra i piedi.

Cose da pazzi, questa per nulla intimidita prese a ridere.

-Aoh! Ma che hai da ridere, per chi mi hai preso?

-E’ proprio vero, non volevo crederci, ma è proprio vero. Gino, lei è molto chiacchierato, lo sa? E’ a conoscenza di questo fatto? Ho tante amiche che la definiscono “fimminaru” (donnaiolo).

Devo ammettere che quanto ebbe a dire quella donna di cui non ricordo il nome, mi fece piacere.

Questa con le braccia conserte mi guardava fisso negli occhi come a volermi sfidare. Mi piaceva da morire, ma, per la questione etica morale, a denti stretti lei dissi: -Ascolti, alla luce del fatto che lei è la ragazza di una persona detenuta, ha tutto il mio rispetto, tuttavia, mai e poi mai potrà avere quel posto da segretaria…

-Senta scusi, chi glielo ha detto che sarei la ragazza di una persona detenuta?…

A quel punto quasi mi arrabbiai e la mandai a quel paese…

Dopo qualche settimana da quel fatto una mattina accadde che entrato in quello che era il mio ufficio come di consueto presi a controllare la posta che l’usciere aveva poggiato sulla scrivania, tra le tante buste una in particolare attirò la mia attenzione, l’indirizzo di quel mittente lo conoscevo bene. Con fare nervoso aprii  quel cazzo di lettera…:Caro signor Gino, sono… le sarei  grato se la ragazza che ebbi a mandarle per quel posto di segretaria fosse assunta, ha bisogno di lavorare… è una brava ragazza, inoltre vorrei che sapesse che questa non è affatto la mia donna, ma ci voglio bene…

-Ciccioooooooo, senti un po’ chi ha scritto?

< Caro signor Gino, le sarei grato se la ragazza che ebbi ha indirizzare da lei fosse assunta.> Hai capito?

-Ciccio, questo è scemo!…

Ciccio: non capisco dove sia il problema:  è brava, è bella e inoltre non è affatto fidanzata, non sei contento?

- Ciccio, vai a fare in culo. Se si dovesse presentare cacciala via.

Beh, a quel punto fui incuriosito, volevo saperne di più. Mi attivai in tal senso, chi cazzo è questo che si rivolge a me come se fossimo amici?… lo conoscevo solo di vista.

Orbene, nei giorni successivi seppi ogni cosa. Vero erache  la ragazza aveva un disperato bisogno di lavorare, tra le altre cose aveva una figlia ancora in tenera età da mantenere. Colui che l’aveva mandata era un conoscente di un mio lontano parente, inoltre, questo era sposato e padre di tre figli…- Ciccio, domani parto, chiama pure la ragazza che ti piace tanto, pensa tu a tutto…

Qualcosa mi diceva che stavo facendo la cosa sbagliata. La cosa sbagliata per un motivo giusto.

La cosa sbagliata perché era chiaro come questa fosse l’amante di una persona detenuta. Infatti il Tizio scrisse: < Non è affatto la mia fidanzata, ma ci voglio bene.> La cosa giusta perché questa realmente aveva bisogno di lavorare…

Ciao Sabi. T.V.T.B.

 SPERANZA- Ho ricevuto la tua cartolina, in questa mi parli di una passeggiata particolare.

Sono contento per te. Nel leggere quanto hai scritto ho ricordato le frequenti passeggiate che amavo fare insieme a quella che fu l’unico vero grande amore della mia vita. Di sovente ci recavamo a Taormina e mano nella mano percorrevamo la strada principale che attraversava la cittadella.

E poi ancora sul lungomare della mia città. Bene, augurandoti un mondo di bene, ti abbraccio affettuosamente. Baci Gino. 

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Data di creazione: 12/11/2011 @ 08:23
Ultima modifica: 12/11/2011 @ 08:23
Categoria: 5) Scrittori amici e recensioni volumi


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