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home.gif Circolo Culturale "Mario Luzi" di Boccheggiano (GR)

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Circolo Culturale "Mario Luzi"

promotore del Bando Letterario Europeo
di Poesia e Narrativa Città di Montieri

(La foto di Mario Luzi é di Caterina Trombetti)
 


ESSERE NOI STESSI

di Salvatore Armando Santoro

Non avere vergogna
di scrivere versi,
non temere i giudizi
sciocchi
degli indifferenti.
Sii te stesso!
Fai parlare il tuo cuore
e semina le tue emozioni
nei campi del mondo!
Troverai sempre
un’anima pura
che si disseterà
alla tua fonte,
che berrà avida
i tuoi sentimenti.
Attorno a noi
non tutto è aridità!

 

Fiind noi înșine

(Tradus Nicola Popescu)

Sa fim noi insine

sa nu-ti fie rusine

sa scri versuri,

sa nu te temi de judecata

celor socanti

sau indiferenti.

Sa fii tu insuti !

Fa-ti inima sa vorbeasca

si seamana emotiile tale

pe campurile lumii!

O sa gasesti mereu

un suflet curat

care sa-ti potoleasca

setea ta,

care o sa bea

lacoma sentimentele tale.

In jurul nostru

nu este totul uscat !



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E' morto Garcìa Màrquez - da Salvatore Armando Santoro

 

E' MORTO GARCÌA MÀRQUEZ - UNA BREVE SINTESI DELLA SUA FIGURA ATTRAVERSO UN ARTICOLO SU "LA STAMPA"

 
 
 
Cultura

García Márquez, siamo tutti a Macondo

È morto a Città del Messico, a 87 anni, lo scrittore colombiano premio Nobel
A lungo bandito dagli Usa per le sue critiche, conquistò anche Bill Clinton

 

Si è spento nella sua casa di Città del Messico, con la moglie Mercedes e i due figli Rodrigo e Gonzalo accanto. Il romanziere colombiano Gabriel García Márquez, Nobel nel 1982, era malato da tempo. Dodici anni dopo la dura battaglia con un tumore linfatico, il cancro aveva invaso il suo corpo e lo scorso 3 aprile era stato ricoverato per una polmonite e un’infezione, ma lunedì gli era stato permesso di ritornare alla sua abitazione. L’autore di Cent’anni di solitudine aveva 87 anni. Il presidente della Colombia Juan Manuel Santos ha subito espresso in un tweet «mille anni di solitudine e tristezza per la morte del più grande dei colombiani di tutti i tempi. Solidarietà e condoglianze a Gabo e alla famiglia». «Per sempre Gabriel», ha invece titolato a tutta pagina il quotidiano di Bogotá El Espectador.

 

 

La centralinista all’ingresso del quotidiano il manifesto si rivolse perplessa al giovane reporter di passaggio in una mattinata chiara: «Ascolta, questo signore dice di essere Gabriel García Márquez». Il ragazzo, stupito, riconobbe l’autore del romanzo Cent’anni di solitudine, classico volume di una generazione nel mondo, le gesta del colonnello Aureliano Buendía, che promuove rivoluzioni perdendole tutte e finisce a creare pesciolini d’oro, tranquillo ed eroico come Garibaldi a Caprera. Un libro che dal 1967 ha venduto 50 milioni di copie in 25 lingue, fruttando all’autore colombiano il Nobel per la letteratura nel 1982, e creando il boom della letteratura latino-americana Anni 60 e 70, così onnipresente che José Donoso scrisse l’ironico Storia personale del boom

 

García Márquez disse piano: «Sono qui per vedere la Rossana Rossanda», allora direttrice del giornale di sinistra. Il ragazzo schizzò nella stanza della Rossanda, trafelato ed emozionato, «Rossana, Rossana c’è Márquez!», e la fondatrice del quotidiano, celebre per la concentrazione sugli articoli, rispose pacata: «Digli se per favore mi aspetta cinque minuti». L’autore più celebre al mondo, amico personale di Fidel Castro, per anni bandito dagli Stati Uniti per le critiche alla politica della Casa Bianca nel suo Paese natale, la Colombia, sospettato dal regime di traffico di armi ai guerriglieri e costretto a vivere in esilio volontario in Messico, doveva aspettare 5 minuti! Il ragazzo aveva le orecchie basse, ma «Gabo», come gli amici chiamavano García Márquez, non reagì da prima donna, ma da quel cronista nel cuore che era sempre stato: «Il mestiere che ho più amato, il mio mestiere prediletto, prima ancora della letteratura, è il giornalismo. Ascoltare le storie della gente, raccontarle una per una sulla pagina. Se mi chiedessero cosa vuoi fare nella vita mille volte risponderei, il giornalista!». In un’intervista alla Paris Review, sofisticata rivista di letteratura, Márquez ribadirà commosso: «Amo il giornalismo più di tutto», ricordando il suo reportage straordinario del 1955 Racconto di un naufrago (Mondadori), cronaca del naufragio del marinaio colombiano Luis Velasco, sbalzato da una nave commerciale e sopravvissuto alla deriva. Márquez ne fa un esempio di letteratura fantastica, quel «realismo magico» di cui i critici gli daranno la paternità, «ma io non li ascolto, non leggo mai le recensioni, né buone né cattive, i critici hanno la loro idea di quello che la buona letteratura deve essere e ti stirano per misurarti, se ci entri o no. Rispetto invece i traduttori, ma non devono mai usare note a piè di pagina, mi raccomando». 

 

Ridendo, Gabriel García Márquez prese il ragazzo sottobraccio: «Andiamo a berci un caffè, da quando volevo studiare cinema a Roma, al Centro Sperimentale di Cinematografia, il caffè romano è un momento unico. Sai, Rossana è la donna più intelligente che io abbia conosciuto e che ti capiterà di conoscere al mondo, lasciamola lavorare». Qualche anno dopo ripeterà il giudizio in un articolo per La Repubblica

 

Era nato nel 1927 nel villaggio colombiano di Aracataca, dove il vento soffia l’aria dai Caraibi, modello per il Macondo di Cent’anni di solitudine. Suo nonno, che lo educava quando il padre Gabriel Elijio Garcia, 11 figli dalla moglie Luisa Santiaga Márquez e quattro fuori del matrimonio, telegrafista, omeopata e farmacista fallito, vagava per il Paese. «Mia nonna raccontava storie, le più fantastiche, e mi ha insegnato che se dici “Un elefante vola!”, nessuno ti crede, ma se dici “Ehi, 425 elefanti volano”, tutti ti credono, ed è tecnica del giornalismo che funziona nei romanzi». Il nonno aveva combattuto nella Guerra dei Mille Giorni, quando la Colombia dovette cedere l’istmo di Panama, uomo duro e severo, modello per il «“Colonnello» del più bel romanzo di Márquez, Nessuno scrive al colonnello: l’eroe di guerre perdute, angariato da un regime corrotto, con il figlio ucciso dai killer, che scommette sul riscatto morale ed economico, grazie al combattimento di un gallo poderoso, si rifiuta di vendere la bestia formidabile ai ricattatori, e quando la moglie lo affronta alla fine, isterica, «E se il gallo non vince? Che mangiamo?», risponde stoico: «Mangiamo merda». 

 

Le avventure di Macondo sono cronache letterarie dove il genio di Márquez porta la tecnica giornalistica ai vertici del Novecento, come Hemigway – suo idolo con Conrad e Faulkner - non seppe fare. Se la compagnia Usa United Fruit era simbolo dell’oppressione per i contadini, ecco romanzeschi massacri, pestilenze, povertà in Cent’anni di solitudine, mali combattuti con la sensualità, la passione, il rigore. La politica di Márquez non esce dallo schema della rivolta latino-americana, neppure quando il presidente Bill Clinton diventa suo amico personale: «Leggevo Cent’anni di solitudine all’università, a Giurisprudenza, non riuscivo neppure a posarlo durante le lezioni». Elogi per Castro e Cuba, più tardi per il populista venezuelano Chávez. Quando la democrazia fa infine capolino in America Latina e il rivale romanziere Mario Vargas Llosa lo invita a denunciare le dittature, Márquez non cambia registro: il garbo personale, l’indole umile anche dopo il Nobel, fanno riconoscere al combattivo Vargas Llosa: «In politica no, ma come scrittore è un gigante». 

 

Senza Márquez avremmo mai letto capolavori come Pedro Paramo di Juan Rulfo con l’agghiacciante discesa nella prateria della Morte? E Onetti, Dorfman, Cabrera Infante, Cortazar? No. Dopo rivolte, guerre, pestilenze, sconfitte, il Nobel, i libri, gli amori, García Márquez non si mai dava arie e sorrideva bonario: «Ho un solo rimpianto nella vita, non ho avuto una figlia». Lo piangono la moglie, i due figli maschi, leader in tutto il mondo, i critici che non leggeva e milioni di lettori. 

 

Twitter @riotta 

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Saverio Strati nel ricordo di Luigi M. Lombardi Satriani - da Salvatore Armando Santoro

SAVERIO STRATI NEL RICORDO DI LUIG M. LOMBARDI SATRIANI

(Articolo tratto da "Il Corriere della Calabria")

 

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Buona Pasqua con una testimonianza di Bruno Forte che presenta Mario Luzi su "La parola di Dio" - da Salvatore Armando Santoro

BRUNO FORTE PRESENTA MARIO LUZI SU "LA PAROLA DI DIO"

In occasione delle festività in corso vogliamo riproporre questa riflessione di Mario Forte ripresa dal portale www.mariluzimendrisio.com che ci sembra adeguata alla settimana che molti cattolici si apprestano a celebrare ed anche allo spirito del poeta al quale abbiamo intestato il nostro Circolo.

Nel contempo auguriamo a tutti i visitatori del portale una Buona Pasqua.

(Milano, 31 Gennaio 2011)

di Bruno Forte

Mario Luzi scrisse un’introduzione a tre testi del Nuovo Testamento, il Vangelo secondo Giovanni, le Lettere di San Paolo e l’Apocalisse, e a uno del Primo Testamento, il Libro di Giobbe. Questi scritti – insieme alle riflessioni preparate su invito di Giovanni Paolo II per la Via Crucis al Colosseo, tenutasi il Venerdì Santo del 1999 – sono raccolti ora a cura di Paolo Andrea Mettel in un volume di pregio. Di fronte ad essi è legittima la domanda: quale ispirazione la fede biblica diede alla vita e alla poesia di Mario Luzi? La risposta, che mi sembra possibile dare, riconosce quest’ispirazione anzitutto nella domanda fondamentale che muove la ricerca di Luzi, quindi nell’incontro col Dio differente, nella possibilità di vita nuova che ad esso consegue e nell’ultimo orizzonte, che la fede in Cristo immolato per noi dischiude agli abitatori del tempo. Una finale parola di testimonianza tenterà di mostrare come queste fonti ispirative si siano coniugate nel vissuto del Poeta.

1. La domanda e l’attesa: Giobbe. Per Luzi la posta in gioco più alta, l’unica veramente decisiva è quella testimoniata dal Libro di Giobbe. “Giobbe: il tutto e il nulla dell’uomo, la sua insignificanza e la sua dignità. L’idea di Dio che in lui si forma e si trasforma: della quale costante è solo la necessità”. È la grande domanda sul dolore, sul suo senso e la possibile dignità dell’umano che può in esso mostrarsi: perciò è anche e inseparabilmente la domanda su Dio. Si Deus justus, unde malum? A Giobbe non piace l’inconciliabilità dei due termini, come non piace a Luzi: il ragionamento illuminista – un Dio che tollera il male, o non può evitarlo, e quindi è impotente, o non vuole, e dunque è malvagio – è troppo corto e troppo breve. Non tocca l’abisso del mistero che avvolge tutto ciò che esiste, e risolve ogni cosa in un’evidenza tanto rapida, quanto insoddisfacente. Eliminare Dio vuol dire anche negare l’ultima consistenza alla nostra vita, il suo approdo più alto, la sua sete di eternità. Con Dio o senza Dio cambia tutto. Sul crinale dell’affermazione o della negazione di Lui sta la lotta fra la voracità del nulla e la speranza del tutto, fra la nullità e il significato dell’esserci.
Perciò l’idea di Dio nella mente e nel cuore dell’appassionato cercatore del Suo Volto, nascosto com’esso è sotto le piaghe del male del mondo, incessantemente “si forma e si trasforma”: e perciò di questa idea è costante solo la necessità. Di essa è eco “l’amore tempestoso e struggente che supera ogni mutamento di condizione”: “Se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremmo accettare il male?”(Gb 2,10). È questo che gli stucchevoli consolatori di Giobbe non hanno compreso: egli non cerca risposte a buon mercato, asserti consolatori o terribili. Egli “vuole” l’Amato, lo vuole con tutta la passione della Sua anima, e proprio così vuole potergli protestare il suo amore ferito, fedele nonostante tutto. “Il binomio Dio – onnipotenza non avvince davvero Giobbe. A lui, al suo desiderio si addice un Dio fraterno, che non opponga il silenzio e l’indifferenza al grido dell’infelice… un Dio che condivida la sofferenza delle sue creature, un Dio che prefiguri il Cristo”. In questa luce si comprende l’ardita verità trasmessa dal libro di Giobbe: di fronte al dolore “il primo dramma è del Signore”. Inevitabile è il rischio per chi per amore ha creato e per amore rispetta la libertà della Sua creatura: creazione è umiltà, autolimitazione dell’Eterno perché l’essere creato esista, padrone della sua libertà. Ed è quest’amore del Dio “compassionato”, come si diceva nell’italiano del Trecento, che suscita la fede incondizionata: “La devozione, la fedeltà – questo è in essenza Giobbe”. È la fede in un Dio che fa suo il nostro dolore, un Deus patiens, capace di farsi minimo, mistero santo che ci supera e ci avvolge, quale si offre nell’estremo abbandono del Figlio in agonia. È il Dio a cui Luzi si approssima, con discrezione e modestia, specialmente nelle introduzioni ai testi del Testamento Nuovo…

2. Il “Dio differente”: Giovanni. Non c’è forse luogo più appropriato dove cercare questo Dio “differente” che il Vangelo secondo Giovanni: “Il configgere e il comporsi del quotidiano e dell’intemporale non sono mai stati sensibili ed evidenti come qui”. La radicalità dell’antitesi fra il Verbo e la carne e l’assolutezza della sintesi compiutasi nell’incarnazione del Figlio stanno insieme nel paradosso giovanneo, lo costituiscono: al centro c’è il Dio con noi, uomo come noi, eppure Verbo eterno, Figlio amato, che dà dignità alla carne e la redime dalle colpe con cui gli uomini l’hanno segnata, assumendola fino all’abisso della morte di Croce. Il dono supremo di Dio è qui, in tutta la sua assoluta novità, pur essendo compimento di promessa antica: a noi non resta che la decisione, la scelta. Il faut choisir: improponibile è il rimando, colpevole quanto il rifiuto. All’amore sola risposta adeguata è l’amore, per quanto asimmetrico rispetto all’infinitezza del dono. “Il perno del Vangelo giovanneo rimane assolutamente cristico: tutto sta nel riconoscere pienamente l’autorità divina del Figlio inviato dal Padre, esserne certi. L’offesa, il peccato del mondo sono nel non riconoscerlo”.
A mostrarlo è la stessa struttura del Quarto Vangelo: dopo il prologo (1,1-18), centrato sul paradosso del Verbo che ha messo la sua tenda fra noi, c’è il libro dei segni (1,19-12,50), destinato a quanti non ancora conoscono il Verbo della vita, e quindi il libro dell’addio (13,1-17,26), rivolto ai discepoli e pervaso dalla struggente nostalgia della separazione dall’Amato, che ormai va profilandosi. Nel libro della Pasqua (18,1-20,31) il dramma si compie, per sfociare nell’epilogo (21), dove l’incontro col Risorto apre a nuova vita. Su tutto domina la Croce, dove le lontananze s’incontrano e Dio si dice e si tace nel silenzio eloquente della consegna del Figlio. La Parola abita ormai fra noi, crocefissa sotto le molte parole della storia. Con la guida luminosa di Giovanni va cercata, riconosciuta, amata, pur nell’oscurità delle tenebre che le hanno opposto resistenza: “La parola di Dio arriva spesso in un frastuono che ci ha già stordito e deviato dalla giusta attenzione. Molte parole sono usate per nascondere e mentire il vero senso della parola, e sono avare e taciturne rispetto alle cose reali. La parola di Dio è un’oasi di verità primaria che va riconquistata attraverso questo deserto popolatissimo di chiacchiera”. È così che Luzi si fa discepolo di Giovanni: e noi con lui, come lui bisognosi della luce che illumina ogni uomo e che giunge dall’alto. La Parola, uscita dagli altissimi silenzi divini, ha messo le sue tende fra noi…

3. La novità di vita: Paolo. Vivere di questa Parola, credere nel Logos della Croce e farne ragione di tutta l’esistenza, lasciandosi far prigionieri dal Figlio del Dio vivente, nato da donna, nato sotto la Legge, per renderci figli, liberi in Lui: è questa la sfida di Paolo. Totalmente dipendente da Cristo, suo servo innamorato e fedele, Paolo schiude ai suoi destinatari i sentieri della vita mescolando autorità e tenerezza, come un maestro che insegna e un padre che educa alla verità dell’esistenza, vissuta in prima persona. Non si può non essere colpiti – afferma Luzi – “dalla forza estrema della richiesta paolina, quasi come da un abuso e da un soverchiamento sul limite e sulla mediocrità umana, e nello stesso tempo dalla sovrabbondanza d’amore e di divina gratitudine dell’apostolo”. La vita nuova offerta in Cristo è per Paolo la sovversione di tutto quanto la logica umana o l’attesa del cuore potessero prevedere: come è “differente” il Dio dell’Evangelo, così è “differente” la vita che ne consegue per chi accolga il dono. Paolo è “il primo a far sentire la fede come sublime non-senso. La parola ‘follia’ ricorre più di una volta: e ricorre come rivendicazione di diversità e di privilegio. ‘Dicono che siamo pazzi: sì, siamo pazzi di Dio’. Si instaura una logica ‘altra’ che non ha e non vuole avere nulla a che fare con quella dell’uomo antico. Paolo esaspera ed enfatizza questa differenza per aumentare lo scandalo della rottura, per mettere in chiaro una volta per sempre la natura sconvolgente della fede”.
La forza del messaggio paolino, dunque, “sta nell’assunzione totale ed esclusiva del Cristo Gesù come termine di ogni verità e di ogni giudizio. Si tratta di una vera immedesimazione con la sua persona e di una piena integrazione nel suo corpo avvenute (e predicate) mediante il battesimo nella morte di Gesù”. C’è in Paolo un’assoluta “concentrazione cristologica” che si trasmette dal “kérygma” all’intera vita del cristiano, “differente” perché requisita dalla novità del Signore Risorto. “Lo scandalo degli scandali, e cioè lo choc che viene come supremo dopo la catena degli altri a cui la ‘mente’ dei Gentili viene sottoposta… non è tanto la nascita e l’incarnazione quanto la morte e dalla morte la resurrezione che decide insieme la grandezza del dono fatto all’umanità e il processo della salute … La resurrezione sfolgora come il punto centrale della visione salvifica e del pensiero cristico dell’apostolo Paolo”.
La valenza esistenziale di questo messaggio è sottolineata da Luzi con una significativa testimonianza personale: “Il senso dell’‘agonia’ in cui si sviluppano l’azione e la parola paoline si ripresentò quasi a nudo in quel crollo di valori e istituti esteriori e interiori, in quel discrimine malcerto tra sopravvivenze inservibili e perfino nefaste e novità ancora indecifrabili in mezzo ai quali ha brancolato a lungo – e più nevroticamente nei nostri decenni – il nostro secolo, e continua a farlo nei nostri giorni per quanto sembri placato dalla sua stessa stanchezza”. Il Paolo di Mario Luzi è vivo, più che mai attuale di fronte ai trapassi epocali cui ci ha condotti il tramonto dei “grandi racconti” delle ideologie e l’insorgere delle brume del cosiddetto “post-moderno”. “La sua parola di fede sfida ancora le inerzie e le ignavie per cui l’uomo si adegua e si rassegna all’errore e all’iniquità”. Abbiamo più che mai bisogno della novità di vita, che il Cristo annunciato da Paolo è capace di donarci…

4. L’orizzonte e il destino: l’Apocalisse. Toccato dall’incontro col Dio “differente”, il cristiano vive sapendo che le onde del mare del tempo non vanno a tuffarsi nel nulla, ma a riposare sulle sponde dell’eternità. È la certezza che dà al cuore credente la scena grandiosa dell’Apocalisse: l’Agnello sgozzato in piedi, il Cristo cioè morto e risorto, è insieme la chiave della storia e la meta promessa, l’Innocente caricato delle nostre colpe per espiarle e sanarci, e il fulgido centro della Città celeste, verso cui siamo incamminati come al nostro approdo di pace. È un assaggio di lontananze infinite, un sapore di eternità, uno sguardo che viene da altrove per illuminare l’altrove e dare luce al nostro presente. Proprio così, l’Apocalisse parla: “Solo se riusciamo a tenere stretto questo nesso tra il pericolo imminente e le offerte di scampo, il testo dell’Apocalisse può avere presa su di noi. Esso non è commemorativo, non è incitativo, ma trasfigura una situazione permanente della Chiesa, o meglio dei devoti a Cristo, dell’uomo mortale”. Proprio così, l’Apocalisse dischiude il suo scrigno e rivela il suo tesoro per noi.
Che cosa dunque ci dice? Molti elementi di risposta offrono la selva dei simboli, dei suoni, dei colori, dei numeri, e il susseguirsi delle scene drammatiche e agoniche. “Ma un punto in cui tutte convengono c’è: è la contrapposizione tra i tempi catastrofici della storia umana e lo splendore dell’eternità in cui matura la vittoria di Cristo, il Regno, la salvazione. La rassicurante certezza si esprime fulgidamente in una puntuale cerimonia iconica destinata a sostenere l’animo… Il Cristo sarà salvatore ma anche giustiziere”. La redenzione del tempo storico non è favola o mito, ma impossibile possibilità, possibile a Dio, impossibile all’uomo solo, possibile alla loro alleanza d’amore. L’orizzonte è di luce, il destino di speranza. Così l’Apocalisse è presente allo sguardo “apocalittico” di Luzi, uomo del suo tempo, tenacemente fedele alla promessa del Cristo, nonostante tutto, oltre le paure della storia e le fragilità della vita. Anche così, il suo indugiante pensare sui testi sacri ci rivela in lui una sorgente nascosta, segreta come lo è ogni vero legame d’amore, eppure luminosa, tale da ispirare e sostenere il suo viaggio “terrestre e celeste”, fra le grandezze e le miserie del tempo verso i pascoli della vita che non finirà.

5. Una testimonianza personale. Questi motivi si trovavano tutti nel vissuto di Mario Luzi. Vorrei testimoniarlo con discrezione e pudore, dando lettura di qualche passo di una lettera che egli ebbe a scrivermi negli ultimi tempi della sua vita. Avrebbe voluto venire ad una conferenza che ero stato invitato a tenere a Firenze. Glielo impedì il freddo e il raffreddore. Ne trasse spunto per una simpatica metafora: “È vero che i ghiacciai dell’ontologia, come li chiamava Mallarmé, ti sono familiari e la tua acclimatazione [scriveva con modestia e certo dandomi un merito che non ho] è ben più sicura della mia; ma ricordo come un cimento davvero impari una sera a San Miniato dove eravamo stati convocati tu, Vannini e io. La basilica era talmente gelida che il pubblico fu autorizzato a tenere in testa il copricapo… Tu invece indisturbato intrattenevi, o meglio, impegnavi gli ascoltatori con il calore dei tuoi argomenti. Si produceva naturalmente quella superiore ambiguità dell’ardore all’estrema altitudine delle nevi”.
È qui che l’uomo Luzi, tenerissimo e attento nell’amicizia, si affaccia in tutta la sua ricchezza interiore, guardando con occhi di benevolenza l’amico, ben al di là della realtà: “Ti proteggeva, credo, la dolcezza creaturale che si accompagna alla severità della tua ascesi, alla tua mistica teologia. Mi ha colpito infatti fin dagli inizi della nostra molto sporadica frequentazione questo coesistere affabile e persuaso nel tuo giro vitale dell’affettivo, diciamo così terreno e domestico, con la speculazione più rigorosa. Più rigorosa ma anche più umile: e di questa in particolare ti ringrazio, perché spesso conforta i miei pensieri malcerti, ma soprattutto mette a fuoco le mie certezze umane e cristiane talora vacillanti”. È l’umiltà del grande Luzi che qui emerge, fino a cogliere nella fragilità di alcune mie parole l’abisso da lui stesso cercato e amato: “È del resto questa felice commistione che ha prodotto i tuoi primi versi che poi si sono addentrati nei penetrali di silenzio e parola come linguaggio di Dio: il linguaggio che ha tenuto con te e con ogni altra creatura. Ma qui [aggiunge Mario giocando sul mio cognome] tu sei eccezionalmente forte. E, oso aggiungere, semplice. Forte perché arduo ma semplice”.
Ed ecco che cosa diceva lo intrigasse nei nostri discorsi: “Per questo possiamo ascoltarti come poeta mentre detti dolcemente e perentoriamente le tue nude e commosse frasi a una pagina che ha sempre l’accento definitivo, anche se ne genera altre ugualmente definitive con le stesse parole o con parole poco variate. Il fatto è che tu spingi sempre più spesso il tuo “dire” verso il profilo più alto del problema dov’esso tocca il suo ultimo aut-aut, essendo dopotutto una partita antico e nuovo testamentaria che discende dai profeti ma è combattuta nell’oggi da cui non ti astrai ma vivi appunto in una prospettiva di fede e di speranza”. Qui Luzi cita qualche mio verso, che a lui particolarmente parlava. Ed io oso riprenderlo per offrirlo a voi tutti in memoria di Lui: “Lasciami citare – continua Luzi – una tua ‘profezia’ dove mi pare che tu ci sia tutto: Per la Tua carne / i morti parleranno / parole piene di amore. / Cadranno i muti silenzi, / cadrà / l’antica paura d’amare. / Silenzio e parola, / allora, / si baceranno. / Le piaghe del Tuo Corpo glorioso / diranno le parole non dette, / custodia / all’infinito dolore del tempo. / Sarà gioia / senza fine. / Sarà il Regno: / Tu tutto in tutti, / il mondo intero / carne risorta / per la Tua carne, / crocefisso Amore…”.
La lettera si chiudeva così in una sintonia aperta al cammino futuro, nascosto con Cristo in Dio e nel Suo amore: “Con queste tue parole ti saluto e ti auguro ancora buon e proficuo lavoro, e buona salute per poterlo attuare. Il tuo Mario Luzi. Firenze, 24 Marzo 2004”. Così si chiude il mio dire in ricordo di Lui, chiedendo a Dio che si realizzi nell’amico Mario, e poi in tutti noi, la promessa di Gesù: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14,23). “Così anche voi, ora, siete nel dolore; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia. Quel giorno non mi domanderete più nulla” (17,22s). Fanno eco a queste parole quelle della preghiera di un grande teologo del Novecento, Karl Rahner, carica di tanti motivi cari a Mario Luzi: “Allora Tu sarai l’ultima parola, l’unica che rimane e non si dimentica mai. Allora, quando nella morte tutto tacerà e io avrò finito di imparare e di soffrire, comincerà il grande silenzio, entro il quale risuonerai Tu solo, Verbo di eternità in eternità. Allora saranno ammutolite tutte le parole umane; essere e sapere, conoscere e sperimentare saranno divenuti la stessa cosa. Conoscerò come sono conosciuto, intuirò quanto Tu mi avrai già detto da sempre: Te stesso. Nessuna parola umana e nessun concetto starà tra me e Te. Tu stesso sarai l’unica parola di giubilo dell’amore e della vita, che ricolma tutti gli spazi dell’anima” (K. Rahner, Tu sei il silenzio, Queriniana, Brescia 19886, 34s). Sarà quella la poesia di Dio, di cui la poesia terrena di Mario Luzi è stata tante volte eco e corrispondenza…

*Mario Luzi, Su “La Parola di Dio”, a cura di P. A. Mettel, Introduzione di B. Forte, Postfazione di C. Carena, Metteliana, Mendrisio 2010.

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Vincenzo D'Alessio: La figura femminile nella saggistica di Saverio Strati. - da Salvatore Armando Santoro

La figura femminile nella saggistica di Saverio Strati.

 Saverio Strati, alle domande rivoltogli da Rossana Esposito nell’intervista realizzata a Scandicci il 28 maggio 1978 per la monografia nella collana “ Il Castoro”, Nuova Italia Editrice maggio 1982,n.185, sull’autobiografismo dei suoi romanzi rispose: “ Non credo nell’autobiografia… Ma a noi non interessa questo, ci interessa che quelle persone prese a modello dal grandissimo scrittore sono diventate personaggi.” (pag.5)

 

 

Nell’esaminare i romanzi di Saverio Strati della prima produzione ( da “La Marchesina ” fino a “Mani vuote”) l’immagine della donna ( madre, sorella, figlia e sposa ) è fortemente connaturata a quella della terra d’origine : “ mia madre, l’ingrata madre (pag.90, “Mani vuote”, Mondadori,1960). L’emigrante ama e odia la sua terra d’origine, senza scampo dal punto di vista delle offerte di lavoro ma bellissima per gli umori che essa racchiude nel grembo. E’ l’affiorare dell’eterno conflitto edipico verso la propria madre: desiderata fino in fondo come donna odiata nel connubio indivisibile del sangue. (1) “ (…) Comunque, alla fine, perdonai e continuai a mandare soldi, giacché amavo mia madre e desideravo entrare nel suo cuore.” (…) “ Non si può pensare che il cuore di una madre e di un fratello siano tanto terribili.” (“ Mani vuote”,pag.90) . (2)

 

 

Questa madre della prima serie di scritti, di cui “Mani vuote” diviene per noi emblematico, è la madre che lega i suoi figli a un duro destino: “ Mia madre mi aveva pronunciato un’amara sentenza, nella quale c’era una spietata condanna: dovevo rimanere, secondo lei, attaccato, inchiodato alla terra, con la zappa in mano. ” ( “Mani vuote” ,pag.89). (3) E ancora: “ ma quello che mi addolorava non era zappare, sfacchinare in modo bestiale, ma capire che mia madre non aveva pietà di me.” (ibidem,pag, 111).

 

 

Non è quindi una madre reale, quella di Strati, è il personaggio “ madre” che si eleva in tutta la sua spietata naturalezza dalla pagine del romanzo. (4) Il tema dell’emigrazione come risoluzione a questa condanna è contrapposto al lavoro disumano. Intanto è sempre il lavoro, come sottolinea Anthony Costantini, California State University at Northridge, nell’articolo apparso sulla rivista “Forum Italicum”, vol.24,No.1, Spring.1990, , la forza del riscatto, l’interna maturazione del protagonista di “Mani vuote” voluta da Strati. Non sarà lo stesso motivo conduttore nella seconda serie di scritti, di cui “ Il nodo” è da noi scelto come continuità tematica.

 

 

Il diritto ad emigrare è avvertito alla luce dell’esperienza americana di uno dei loschi personaggi tornato a passeggiare per le strade del paese: “ Lì c’è gente che si diverte, che cammina, che non è sola, che è amata ” mentre la realtà drammatica del protagonista di “ Mani vuote ” si coglie nella considerazione interiore di : “ Lei ( la madre) non mi ha nemmeno cercato! ” (pag.239/40). (5) Un poeta conterraneo morto negli anni ’60, Franco Costabile, nei versi de “ Il canto dei nuovi emigrati ” pubblicato in “Sette piaghe d’Italia”, Milano 1964, scrive: “ Le addolorate / la pietà di tutti gli ulivi. / Lavando / rattoppando / cucinando su due mattoni / raccogliendo / spine e cicoria. ”

 

 

La femminilità della donna, nei romanzi stratiani, è sovente sacrificata all’impegno quotidiano. La madre del romanzo “ Mani vuote” è dunque quella descritta anche nei versi di Costabile: sempre intenta a raccogliere qualcosa, conservare, rattoppare perché di cose nuove da comprare non ce ne sono mai state. E’ addirittura avara ché mette il figlio a rischio della vita: “ Io me ne frego di tutti gli amici e di tutto il mondo, quando si tratta del bene della mia casa. ” Alla quale il figlio risponde : “ Tu certo te ne freghi, ma io non me ne frego. Tu non hai cuore, né rispetto per gli altri e per me. ” (ibidem, pag.229) . (6)

 

 

La madre viene contrapposta, ancora nel romanzo “ Mani vuote” , alla figura più sensibile e sfortunata della massara: “ mi veniva di abbracciarla; ma le presi la mano e gliela baciai… come se foste mia madre, le dissi, e mi sentivo il singhiozzo alla gola.” (ibidem, pag.283) ( 7 ) Strati rivela in questa seconda figura femminile la tristezza esistenziale delle persone sensibili nella società contemporanea legata al materialismo.

 

 

Il sesso, nella protagonista femminile di “ Mani vuote” , è trasgressivo: “ Qualche notte sentivo anche altro: Pasquale fare all’amore con sua moglie. Ma lei spesso non voleva, lui bestemmiava sordamente e la prendeva a forza; ” (ibidem,pag.131) “ Desideravo Ciccina e stavo pensando di trovare una via per averla ” (pag.145) “ Io ero l’unico a conoscere tutto, ma non parlai. Né mi pentivo d’aver parlato per Ciccina, però. Se lo meritava, lei, perché era stata cattiva contro un uomo buono e giusto.” (pag.169). Una donna, quest’ultima, sessualmente repressa. Condizionata dalla sua casta sociale. Affidata all’egemonia degli uomini. Una donna, a considerarla, ancora alla mercé dei tabù e riti tribali.

 

 

Vorrei solo citare, oltre l’immediata realtà della nostra terra del Sud sotto gli occhi di tutti, quella scritta di Lara Cardella nel suo primo romanzo “ Volevo i pantaloni ” (Mondadori,1989): “ puttana è qualunque donna che nel modo di vestire e negli atteggiamenti appaia, per così dire, libertina. ” (pag.32). ( 8) “La odiavo, mia madre; sapevo che non era colpa sua e, forse per questo, la odiavo ancora di più.” (ibidem,pag.40)

 

 

Di madri che scombinano i matrimoni , che affliggono i figlie e le figlie fino al completo abbandono della loro volontà nelle loro mani, ce ne sono troppe. L’infelicità di moltissime donne, l’uso infausto dell’aborto clandestino, è legato proprio a questa figura materna eternamente incombente, dalla nascita alla morte, nell’esistenza della propria progenie. Le nonne, invece, sono più nobili perché antiche, perché hanno perso l’infausta forza dominante per essere solo consigliere.

 

 

E’ la nonna, in Strati, a dare forza e consigli. E’ la nonna in Lara Cardella a darle sollievo: “ Io stavo molto bene con lei, perché era buona e divertente, ma volevo molto più bene a mia nonna, anche se mia nonna non era molto giusta, anzi! Voleva più bene a me che a tutti e non perdeva occasione per dimostrarlo, persino quando erano presenti gli altri nipoti con i loro rispettivi genitori.” (op.cit.pag.62/63)

 

 

Emerge in questo primo ciclo di scritti che il protagonista del romanzo di Strati non avverte come riscatto definitivo della propria condizione sociale l’apporto di una donna. Nella seconda serie di scritti , dei quali “ Il nodo” è parte essenziale, la donna invece è l’aggancio il trait-d’union tra la nuova realtà d’oltralpe e il vecchio mondo superato d’origine. (9) Gretchen no ha bisogno di contrapporsi alle altre figure femminili per rivelare la sua “calda” sensibilità. Non è donna appassionata, è passione lei stessa; non donna comprensiva, è la comprensione; non madre risoluta alla propria realtà, ma feconda continuità di vita.

 

 

Ha ragione Rossana Esposito , nella monografia citata in precedenza, ad indicare il romanzo “ Il nodo” come momento di svolta dell’opera di Strati. Scrive la Esposito: “ A partire da “ Il nodo” Strati concentra dunque la sua attenzione su problemi che non interessano solo la realtà del Sud ma tutta la società contemporanea; la sua narrativa viene a perdere così quel carattere meridionale e regionale per acquisire una dimensione europea e universale. ” (…) “ Il romanzo è tutto strutturato sull’antitesi tra civiltà settentrionale moderna ed emancipata rappresentata da Gretchen, la ragazza svizzera libera ed indipendente, e la civiltà meridionale, immobile ed arcaica, rimasta legata ad antichi ed assurdi condizionamenti. ” ( op.citata, pag.39/41) (10).

 

Emerge, accanto alla figura della compagna di studi e di nuove attese da protagonista , la figura della madre, questa volta ridotta però a un fantasma che si frappone tra il padre, con la sua sregolata vera vita di paese, e il protagonista del romanzo, il figlio. (11) . Il sesso anche in questo nuovo scritto è avvolto nella luce della falsità meridionale: “ A volte calcolavo quante ore all’anno sprecavamo nei bordelli. Più di cinquecento ore appollaiati sulle sudice sedie, a guardare gambe, petti,, visi stravolti; ad ascoltare discorsi sozzi.” ( “Il nodo”,pag.132) (…) “ Era tranquilla. Evidentemente ignorava il nome di Tina. Ignorava che Tina era la tenutaria della casa dove lei andava a scialare col vecchio banchiere.” (ibi. pag.152) (…) Sorrisi con me stesso pensando a Tina sempre pronta a correre agli ordini di Franco e miei. Era felice quando facevamo all’amore. Anzi c’incoraggiava a fare all’amore, quando stavamo in casa sua. Ci procurava lei stessa, da brava esperta, le caruse di sua conoscenza.” (ibi,pag.187)

 

Ancora Rossana Esposito scrive, per il romanzo “Il nodo”, a questo proposito: “ il disgusto per il falso moralismo della borghesia provinciale del Sud lo indurrà a sciogliere definitivamente questo “nodo” con il proprio passato…” (ibi,pag.41) Accanto alla rappresentazione della realtà sociale della donna compare quella domestica, servile, racchiusa nella figura della sorella del protagonista del “ nodo”. Una donna quest’ultima il cui destino viene deciso dalla volontà paterna (materna) contrapposta, senza soluzione di continuità, a lei essere non pensante. Queste donne “serie” , casalinghe, sono costrette loro malgrado ad accettare qualsiasi atto compromissivo pur di trovarsi un “ uomo” di sostegno: “ Bene – fece mio padre – all’improvviso. Parliamo di affari più urgenti. Si toccò il mento. Riprese: Noi abbiamo questa creatura, tua sorella, e dobbiamo pensare alla sua sistemazione …” – (…) “ Non riuscivo ad immaginare mia sorella moglie di un uomo rozzo e già sulla quarantina. Attaccato alla terra e alle vacche, che sarebbero certamente più curate e amate di mia sorella; alla quale sarebbe toccato lavorare da contadina per tutta la vita, senza alcuna gioia.” (ibi,pag.100). (12)

 

 

In questo secondo ciclo di scritti la donna è alle prese con la propria identità, ha maggiore coscienza tanto da tentare finalmente una liberazione come in una semplice confessione, davanti al bar, all’amico sapendolo lontano, ormai estraneo a quel contesto, altrimenti? In entrambi i cicli la scrittura di Strati ha funzione di denuncia e di profonda realtà storica. Basta per ricordarlo la frase del protagonista del romanzo “ Mani vuote ” : “ Sempre mi è piaciuto conoscere la storia degli altri, anche a costo di sembrare e di essere un maleducato.” (pag.92) (…) “ E’ un mondo di mangia mangia, di furbi, questo di forti.” (pag.131) (…) “ Le baracche che l’America mandò per i terremotati l’hanno date a chi non toccavano. I trucchi che sempre fanno quelli che comandano. ” (pag.248).

 

 

Gretchen diviene, infine, la nuova madre, la nuova terra, la continuità della vera vita. Ma la donna protagonista della lunga teoria di scritti del “loico Strati ” ( cito Stefano Lanuzza) dov’è finita ? Di certo non “ in fondo al pozzo” ma ha continuato e continua nella realtà a soffrire dell’ingrata insensibilità del circostante genere umano che domina. L’amore vero sarà per sempre negato alla terra e alla donna del Sud. Fabbriche senza presente. Interventi senza alcun confronto con le tradizioni. Sfruttamento al massimo. Hanno impoverito la vera ricchezza della generosa terra che Strati ha conosciuto e dovuto chiamare “ madre ingrata ” nei suoi romanzi. Questa ingrata terra fredda terra di pietre aveva però bisogno di conoscere l’amore vero della sua gente. Aveva negli anni delle grandi migrazioni bisogno ancora più di braccia e di figli, di aiuti reali dallo Stato. Non è andata così!

 

 

L’assenza di uno Stato vivificante e capace di avere un ruolo di madre patria , disegnata sulle spalle e le imprecazioni dei manovali, ha indurito ancora di più l’anima della nostra gente, mitizzata nella barbarie della ‘Ndrangheta, della Camorra, e della Mafia, piaghe insanabili perché tutt’uno con la terra dove sono nate.

 

 

La donna protagonista dei romanzi di Saverio Strati, come il protagonista del romanzo “ Mani vuote”, ha dovuto ascoltare troppe volte e per lungo tempo la frase dettata dalla saggezza di gente “ timorata di Dio ”: “ Non sei fortunato mi disse il vecchio. I tuoi antenati comandavano a centinaia di gente, e tu sei uno schiavo. C’è una legge della natura che è spietata: uno deve pagare per tutti. Questa volta la condanna è caduta sulle tue spalle. ” (pag.251). (13).

 

 

Non vedremo, e noi che scriviamo lo desideriamo con tutte le nostre forze, se non nascerà una forte presa di coscienza democratica nella società della nostra terra del Sud, una donna protagonista delle proprie idee, una madre / terra libera, orgogliosa delle sue forze, capace di offrire vita e dignità, non solo benessere, a quanti pur lontani vorrebbero tornare e non restare a “ mani vuote” .

 

 

Aprile, 1991 vincenzo d’alessio

 


 

Note: 1) esiste sull’argomento dell’emigrazione meridionale una estesa letteratura. Basti pensare all’esodo massiccio avutosi agli inizi del XX secolo verso le Americhe e successivamente in Australia. Negli anni che seguono l’ultimo conflitto mondiale l’emigrazione meridionale ha scelto l’Europa centro meridionale. Saverio Strati è uno di questi emigrati in Svizzera ed ha conosciuto la realtà dell’emigrato. Confrontare anche il contributo di Sebastiano Martelli in Forum Italicum, vol.27,Nos.1-2, Spring- Fall 1993, dal titolo: “ Immaginario collettivo e rappresentazione nella letteratura del Sud ”, pag.229 e seg.

 

 

2) Il senso profondo del distacco dalla madre patria viene lenito dalle rimesse effettuate ai parenti con la speranza, da parte dell’emigrato, di ritornare con i figli. In realtà le cose sono andate diversamente. Gli emigrati sono morti e i figli sono tornati solo per turismo nei luoghi ameni dei genitori. Luoghi inospitali per mancanza di civiltà. Un tradimento continuato nel tempo.

 

 

3) Quando l’unica ancella era la zappa anche la madre terra sembrava ingrata. Non a caso Strati rappresenta nel desiderio di espatriare la rivolta il profondo disagio che sfocia in diversi momenti storici in vera lotta proletaria per ottenere la terra da coltivare per sopravvivere. (vedi, Rocco Scotellaro).

 

 

4) La madre terra costituisce l’unico “ avere ”. Tema che ritorna in molti scritti e film neorealisti.

 

 

5) L’assenza della madre nel romanzo di Strati è l’assenza della madre Patria.

 

 

6) Come non avvertire in questa mancanza di rispetto della madre verso il figlio il mancato rispetto / protezione dello Stato verso i cittadini.

 

 

7) Si scorge limpida e serena la figura della donna forte e sensibile capace di tenere testa ai figli delinquenti.

 

 

8) Troppe volte si alimenta l’ossessione maschilista verso le donne che intendono risalire la china dove secoli di protervia umana l’hanno relegata.

 

 

9)Il lungo peregrinare all’estero di Strati, le esperienze lavorative acquisite, gli permettono di affrontare con maggiore serenità il distacco dalle origini.

 

 

10) Strati ha assunto pieni poteri per valicare le terre calabre e spaziare senza timori il proprio passato.

 

 

11) La madre/ Stato è diventato un flebile ricordo. Il padre è solo un ricordo.

 

 

12) Rimangono, per lo scrittore e noi che leggiamo, dei nodi insolubili legati alla terra del Sud.

 

13) Il protagonista del primo ciclo dei romanzi di Strati onora la vecchiaia e la dignità della Fede e ricerca, nel secondo ciclo di scritti, la vera strada per sfuggire alla nemesi storica.


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E' MORTO SAVERIO STRATI: Una grande perdita per la cultura che non ha saputo valorizzare i suoi utimi scritti - da Salvatore Armando Santoro

E' MORTO SAVERIO STRATI: UN GRANDE SCRITTORE CALABRESE DIMENTICATO DA TUTTI MA NON DA CHI L'HA AMATO ED APPREZZATO

Mannaggia che delusione. Avevo fatto tanto per la sua pensione divulgando in rete la sua situazione (che altri avevano diffuso) ed intervenendo presso il Consiglio Regionale calabrese. Avevo parlato tante volte con lui al telefono (ed anche con la nipote in Calabria) ed avevo in macchina un suo volume di racconti che mi ero riproposto di passare a farmi dedicare. Insomma, non è stato destino di aver potuto abbracciare questo grande in vita. E da Scandicci ci ero passato più volte ma in orari in cui non volevo disturbare perché sapevo non stesse tanto bene. Mi dispiace tanto. Addio Saverio! Mi hai fatto sognare con il tuo volume "Tibi e Tascia" e mi avevi fatto ritornare bambino tanto volte. Ti voglio bene, tanto bene! Un grande che merita adesso di essere riscoperto e, soprattutto, che venga utilizzato il suo materiale cartaceo composto di saggi, nuovi volumi e recensioni. Lui mi ha ripetuto diverse volte che aveva oltre 5.000 pagine di documentazione e che nessuna Casa Editrice gli aveva offerto del lavoro nonostante che lui l'avesse richiesto più volte. Adesso gli sciacalli gireranno intorno al suo cadavere, ma fossi nei panni degli eredi farei pubblicare solo a piccole case editrici che forse gli sono state più vicine delle grandi anche se non hanno potuto aiutarlo.

Salvatore Armando Santoro - Webmaster

 

Il personaggio

Addio Saverio Strati: muore a Firenze
uno dei più grandi scrittori calabresi

E' spirato mercoledì 9 ma la notizia è trapelata solo dopo 48 ore. A dare l'annuncio il sindaco di Sant'Agata del Bianco, il paese del Reggino nel quale il celebre letterato era nato 90 anni fa

Addio Saverio Strati: muore a Firenzeuno dei più grandi scrittori calabresi

Saverio Strati

IL mondo della cultura è in lutto. Se ne va a novant'anni Saverio Strati, uno dei più grandi scrittori calabresi di tutti i tempi. La morte è avvenuta mercoledì 9 a Firenze, nella terra in cui da anni aveva stabilito la sua residenza, ma la notizia è emersa solo oggi e a renderla nota è il sindaco di Sant'Agata del Bianco, Giuseppe Strangio, il paese della Locride nel quale Strati era nato il 16 agosto 1924.

IL PROFILO: RACCONTAVA LE BATTAGLIE DELLA SUA TERRA

Proprio in vista del novantesimo compleanno dello scrittore era stata organizzata una serie di iniziative in suo onore e il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano aveva conferito una medaglia alla manifestazione riconsocendone l'alto valore. Ma il 2014 era iniziato con un dolore per Strati, che aveva appreso della morte di un altro grande nome della Calabria, Vincenzo Ziccarelli, scomparso il 6 gennaio (LEGGI): «Qualsiasi cosa dicessi o scrivessi in questo momento, mi porterebbe lacrime», aveva commentato Strati.

Due polmoni che hanno dato ossigeno culturale alla Calabria, Ziccarelli e Strati. Lo scrittore di Sant'Agata del Bianco era sempre stato affascinato dal mondo lettarario, anche quando, da giovane, lavorava come muratore. Dopo la seconda guerra mondiale riesce a riprendere gli studi interrotti e a conseguire il diploma. Poi si iscrive all'Università di Messina, per studiare Medicina, secondo la volontà dei genitori. Presto, però, riabbraccia le lettere. E nel 1953 si trasferisce a Firenze, per completare gli studi. Appaiono i suoi primi racconti sulle riviste Il Ponte, Paragone, e sul quotidiano Il Nuovo Corriere. E scrive i suoi primi romanzi: La Teda e Tibi e Tascia.

Per sei anni si trasferisce in Svizzera, poi dal 1964 torna in Toscana, a Scandicci, dove vivrà fino agli ultimi giorni. Nel 1977 il suo romanzo "Il selvaggio di Santa Venere vinse il Premio Campiello".

Ma il tempo è ingeneroso e per Strati la vita diventa difficile. Solo nel 2009, al termine di una campagna promossa dal Quotidiano della Calabria, il Governo gli concede i benefici della Legge Bacchelli con un assegno vitalizio "alla luce degli speciali meriti artistici riconosciuti". In questi giorni, per i suoi 90 anni, sarebbe dovuto arrivare il tributo di riconoscenza della sua gente ma Strati se n'è andato. Schivo come sempre, nel silenzio.

 

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