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3° BANDO LETTERARIO VERETUM - FINALISTI E TESTI - da Salvatore Armando Santoro

 

3° BANDO LETTERARIO INTERNAZIONALE DI POESIA NARRATIVA E SAGGISTICA VERETUM 2017

 

VERBALE DI GIURIA

 

Dall'esame dei voti espressi estrapolati in ordine cronologico dalla graduatoria finale dai nove componenti la lista dei Giurati del 3° Bando Letterario Internazionale di Poesia, Narrativa e Saggistica Veretum 2017 il Presidente della Giuria, Dott. Salvatore Armando Santoro, ha stilato il presente verbale finale del concorso:

 

SEZIONE POESIA

(La graduatoria è compresa tra un voto massimo di 75,46 ed un voto minimo 65,06)

 

1° Classificato – Targa ed euro 300

Nunzio Buono di Casorate Primo (PV)

 

Macramè

 

Ho indossato i tuoi sguardi.

Minuziosi lemmi di silenzi. Tra le mani

un ritaglio di vita conta i nodi.

 

Sul comodino

la cornice conserva il tempo

nella misura della polvere.

 

Erano giorni posati a venere

la luce a nord della parete

teneva l'ombra di noi

 

- muoversi dentro casa

 

La primavera dai campi di vento

portava fiori a colorare il cielo

 

- Ho una valigia piena di ritorni

 

Aspetto un treno.

La coincidenza ha un volto di nebbia.

- Qui, tu, sei.

 

Sulle labbra ti tocco le parole.

 

 

 

 

 

 

 

2° Classificato

Carlos Solarte Vetancourt Santiago – di Valera (Trujillo) - Venezuela

 

Discurso

atrapa los números

los billetes que tanto te desesperan

a mi me gusta atrapar las palabras

nacientes de las flores

beber la armonía

alucinante de la naturaleza

trágate todos los frutos manufacturados

quédate con los edificios y el concreto

yo me fumo la cadencia de la madrugada

me inyecto de tierra negra y jazmín

(mis alucinógenos predilectos)

envuélvete en las sábanas del progreso

compra cualquier artículo

de cualquier tienda

paga todos los servicios

a mí me arropa el canto de los helechos

obtener la sonrisa de una mujer

cuando le leo un poema

(su sexo a veces) es vital

para mi

atrapa los números

los billetes que tanto te desesperan.

 

Riflessione (Traduzione di Salvatore Armando Santoro)


trappole le banconote
i biglietti che tanto ti fanno disperare
a me piace intrappolare le parole
che nascono dai fiori
bere l'armonia
stupefacente della natura
gustare tutti i frutti prodotti
che maturano tra costruzioni e cemento
io mi fumo l'arrivo dell'alba

mi inietto terra nera e gelsomino
(i miei allucinogeni preferiti)
arrotolati in fogli di progresso
acquista quello che vuoi
in qualsiasi bottega
paga tutti i servizi
a me basta il canto delle felci

guadagnare il sorriso di una donna
quando le leggo una poesia
(il suo sesso a volte) è vitale

per me
trappole le banconote

i biglietti che tanto ti fanno disperare.

3.a Classificata

Emilia Fragomeni di Genova

Crudele il tempo

 

Crudele il tempo... Corre via veloce,

non risponde, non rimanda né un suono

né un'eco su queste antiche pietre,

dove insieme corremmo a perdifiato

per acchiappare scintille di dolcezza.

Avvolta nel gomitolo del tempo,

mi trasale il prodigio dell’attesa

- di me fanciulla, trepida, radiosa,

sulla panchina di struggenti incanti –

di un tempo che correva in braccio

al vento, su ciottoli candidi di canti

e fantasie celate di ingenui sogni.

Ma oggi è l’autunno che mi conduce

agli amati sentieri e mite si posa

su passati stupori, aggrappati a

fragranze perdute. Una sottile

nostalgia, soffusa, avvolge allora

l’anima confusa, va oltre la storia,

oltre le cose, oltre il presente, a

interrogare la voce del tempo.

Solo pallide immagini trattiene,

colori sopiti, penombre silenziose,

tra pagine sfogliate, strappate

dal vento, le ultime, forse,

nella corsa spietata del tempo.

Anche di me, un giorno, di tutto

il mio vissuto mai narrato, sarà,

forse, una buia parentesi di vuoto

e di silenzio. Il mio libro muto. 
Le pagine disperse nel vento...

 

 

4° Classificato

Vincenzo D'Ambrosio di Brindisi

 

Digli che lo aspetto

 

Sarai là.

Potrai allora una carezza. La mia.

E dirgli che lo aspetto,

io lo aspetto.

Come terra abbandonata

spaccata e arida

che attende il bacio

di una sola lacrima salata.

Come un ramo spoglio

che s’allunga, ossuto, al cielo,

e bianco di galaverna

smania un alito di primavera.

Come la spiaggia tiepida,

languida e deserta

si offre alla carezza dell’onda

nella luce ambrata del tramonto.

Come una panchina discreta

di un giardino dimenticato

che fu fiori, altalene, cinguettio di bimbi,

ricorda i baci dei nuovi amori.

Tu sarai là,

potrai quella carezza,

le dita tra i suoi riflessi dorati …

digli che io lo aspetto.

 

 

5° Classificata

Alessandra Costanzo di Roma

 

Saudade

 

Saudade nella linea azzurra del mare,

sconfinato desiderio nel bisbiglio dell’onda

che accarezza il cammino silenzioso ed immobile

di statue di sabbia senza templi.

Saudade illusione disciolta nella trasparenza dei miei occhi stanchi

dietro vetri appannati dal fiato caldo del respiro

che disegna cerchi di dolore lacerati da nodi mai disciolti

di un marinaio cieco nel silenzio della luce.

 

Saudade nel ticchettio sommesso di una pioggia di cristalli,

fresca e fragrante di rugiada,

che si scioglie nel grido di una Stella.

 

 

Saudade nel sogno di una sposa,

l’inizio del volo di un cuore soffocato dalla tempesta

nel suo equilibrio folle di parole senza tempo,

ragnatela invisibile nella prigione di due teneri amanti.

 

 

Saudade nel suono di fragili conchiglie

dove vibra il respiro di una perla in un canto di Infinito d’astri

melanconica melodia nel pianto di un naufrago tramonto

nelle limpide acque della notte.

 

 

Saudade nei raggi dell’Aurora dove l’anima si culla

e dipinge il mio vestito di sinuosi arabeschi d’ambra

nello sbuffo di una nuvola rosa

tra le foglie macchiate d’oro di un’antica quercia.

 

Scosto le tendine blu della mia finestra bianca:

 

Saudade

una vela chiara, un pescatore sulla riva, il cuore gonfio di nostalgia.

E’ così dolce il vento sulla tua Isola,

sparge il suo profumo di zagara e gelsomino

fra i miei capelli e la tua mano,

carezza nell’ultimo respiro di un fiore spuntato nella neve.

 

 

DIPLOMI D'ONORE

 

1° Massimo Parolini di Trento

 

L’INTERVISTA MANCATA (A Mario Luzi, in Trento)

 

Passò lieve, per parlarci delle cose che permangono…

Quale uomo, quale umanità”? –recitava l’invito…

Seduto, sulla mola delle domande,

bianco come un’ostia sulle lingue accoglienti

strofinava la mente sull’inciampo, tra oscuro

e manifesto, donando il seme azzurro e un po’ di terra…

«Cosa metterebbe nello zaino traghettando oltre il millennio»?

«Un giorno, penso, vedremo una forma

all’apparenza umana ma che dell’uomo avrà

perso la sostanza la propria umanità…»

 

L’appuntamento era al mattino

fuori dal comune.

Mi prese sottobraccio, per condurmi

là dove lo conducevo

fra grifi e leoni in lotta col drago…

Varchiamo la soglia del Duomo:

la madonna degli annegati, la leggenda di San Giuliano

l’arca di Vigilio, il baldacchino in pietra di Castione

«Son questi i luoghi… dove i padri…»

e quasi la voce gl’impediva di parlare...

« Sì, maestro, le sessioni solenni

conciliari, gli austeri decreti decisi

all’ombra del Cristo scolpito da Frei…»

 

E poi giù, alla cripta, da Adalpreto e gli altri porporati …

 

Ma io sapevo che il poeta

voleva scendere ancora

in fondamenta indelebili, intraviste,

e lo lasciai solo, salutandolo, senza interviste

 

a squadrare l’invisibile

2° Claudia Piccinno di Castelmaggiore (Bologna)

 

Fantasioso erede di Pitagora


La vita mi tatuò dei numeri 
sulla parte sinistra del cuore.
Li riprenderò per farne puro canto
che annulli i calcoli del dare e avere
e cancelli le divisioni col resto di tre.
Fu il tre a rimanere illeso
da somme e sottrazioni.
Quel tre che non volle
concedere parità 
nel confronto delle altrui opinioni.
Aridità prevalse nel conteggio
e l'ira del per si scatenò.
Io sono il per
fantasioso erede di Pitagora,
non amo gli utili, né il dividendo,

fui brevettato per divulgare
multipli d'amore.

 

 

 

3° Gaetano Catalani di Ardore Marina (RC)

 

Fantasmi di legno

 

Sprazzi d’argento sul tramonto mentre la brezza le chimere allontana,

illusioni che la mente distrugge, ma che il cuore ripara.

S’affaccia la luna e il bianco si fa luce sulle pietre da tempo senza orme,

su una vecchia che fila la lana, sulle ombre che meste s’allungano.

Silenziosa sale ora la bruma, poi ridiscende sui vitigni scarni,

fantasmi di legno di ricordi intrisi fra il lieto gracidare delle rane.

E’ una notte profumata d’emozioni e un turbine di note mi travolge,

ma un’anima a brandelli mi riporta la voce di mia madre che mi chiama.

La vecchia casa ormai è abbandonata, edera e rovi le finestre occultano,

una dolce malinconia mi attraversa e il ghiaccio si fa lacrima, si scioglie.

Rivedo gli occhi sognanti di un bambino mentre guarda volare un aquilone,

odo la voce di mio padre, quasi reale, tra la gramigna e i papaveri assolati.

Pochi istanti e i volti si scompongono, restano solo brividi che scuotono,

piango ancora, ma senza far rumore per paura che qualcuno se ne accorga.

Il mio sguardo si perde all’orizzonte mentre l’autunno rassegnato dorme,

ora non guardo più i capelli bianchi e i solchi scavati sul mio viso.

Inesorabile scende sempre la sabbia nella clessidra del tempo che resta,

non ho rimorsi, forse solo un rimpianto, mentre la notte porta via le sue stelle.

 

 

 

 

4° Vito Cassiano di Tricase (Lecce)

 

Sera

 

Placato è il mare,

anche la bora s’addormenta,

l’acqua al crepuscolare

diventa bianca e lenta,

giunge sulle rive assorte

al sole che si spegne.

Ombre s’affollano alle porte

mentre s’accendono le insegne.

Live brezza scrolla il pino

tra passeri vocianti e rissosi,

fanciulli col capo chino

sul davanzale guardano pensierosi.

Gemme germinano dalla luna

sul mare fatto a scaglie,

tutt’intorno s’aduna

un batter d’ali , fremito di quaglie.

Il concerto di grilli nella notte

per lungo dura, il loro frinire

al vegliare mio insinua forte

un desio e nell’anima ardire

d’incedere sulla scia lunare

verso l’uscio del cielo,

il canto delle stelle si può ascoltare

e tutto si stende sotto tenue velo.

 

 

 

5° Marisa Provenzano di Catanzaro

 

Oltre l’indefinito limite

 

E di me diranno le mille e vacue parole

che descrivono il visibile e l’apparente

e che del mio essere non sveleranno nulla

Rimarrà l’ignota voragine del profondo

e sconosciuto senso dell’io interiore

ed io ormai, muta ombra del silenzio,

cavalcherò le galassie oscure dell’oblio

e solo qualche verso sciupato dal tempo,

su pagine inaridite dal sospiro dell’assenza,

racconterà di me e dei miei sogni

Sarà un gioco di sorrisi e pianti

e tutto scivolerà oltre l’indefinito limite

di questo tempo bugiardo e senza sconti

mentre io pregherò che il sole colmi

gli spazi di chi ho amato e che rammenti

che nel cuore dolente di un poeta

rimane il filo rosso che riannoda,

come tela di ragno laborioso,

il cielo, la terra e l’infinito.

 

 

DIPLOMI DI MERITO

 

1° Sonia Colopi di Lecce

 

SCOGLIERA

 

Lungo costa di terra amata,

leggero in soffio d’ali va il passo,

spinto da sguardo perso

nel blu di cielo e mare.

Mostra scogliera abrasa da sale

e da furore d’onde ferita,

anfratti e grotte, dimore di ninfe

che suono in canto hanno di ritorno

sul ritmico andare della risacca.

In lontananza le bianche boe,

sono chiome di dee tra loro in adunanza

in apparire di danza su sinfonia d’onde.

Profumo dà la salicornia ai baci di refoli di brezza,

s’oblia nel cuore tristezza e affanno, mentre labbro

disegna sorriso col roseo colore della speranza.

 

 

2° Santi Cardella di Palermo

 

Oltre i sensi: l’idea

 

A quelle rive ove mi trasse amore

per darmi tanto misterioso affetto

ho chiesto di riunire nel mio petto

le fonti della gioia e del dolore.

 

Era nell’aria un delicato odore

di gelsomino e candido mughetto,

sentivo il mormorio caldo e diletto

del vento fra le corde del mio cuore.

 

Volai nell’oltre con la fantasia,

oltre la terra, il sole e il cielo blu,

oltrepassai le stelle e pur la via

 

lattea si sciolse e non la vidi più.

Ebbro approdai all’idea dell’armonia

ove dentro una culla c’eri tu.

 

3° Nunzia Piccinni di Monteiasi (Taranto)

 

DIETRO UNO SPECCHIO

 

Ho sparso qua e là note di me,

della musica che ho dentro,

dei miei alti e bassi, delle mie stonature

e di certi miei impeccabili giri di valzer.

Ho gettato a ripetizione sassi piccoli e grandi,

per svegliare lo stagno

in cui nuotano i miei pensieri.

Ho riaperto i bauli impolverati della mia memoria,

per trovare le chiavi

di segreti non ancora svelati.

Ho ascoltato il silenzio di gente che andava via,

per soffocare la mia ombra che piange,

urla e si dispera.

Ho tagliato acque scure e maledette,

per riemergere dagli abissi dei miei peccati.

Ho sputato sangue e veleno,

per macchiare di rosso e nero

la mia cruda trasparenza.

Ho annusato il dolore degli altri,

per sentire l’odore del mio tormento.

Ho graffiato sulle spalle del tuo rifiuto,

per tracciare nuove strade

dove correre e sudare.

Ho scritto parole di fuoco e versi di vento,

per incendiare il mio corpo e far volare le mie ceneri.

 

 

 

4° Vito Massimo Massa di Bari

 

Tra le nebbie a Nassiriya

 

Terra gravida che pulsa

di sangue e di rugiada,

come ruscello batte

nella roccia e nei pensieri

e suoni senza accordi

che flettono coscienze

tra lingue d’aria

e ortiche in campi secchi.

 

Grappoli di vita

impastati grumo a grumo,

tra monotone e informi croci

addossate ad una fossa

che si scorpora dal suolo

reclamando voci.

 

Tutte uguali, tutte nere

come stormi di falene,

in trincee profanate dall’oltraggio

ad impedire l’ora dell’approdo

agli immortali pianti

tra le nebbie a Nassiriya.

 

Io non so in quale cielo

e per quale Dio,

ma ci sarà un luogo

dove canteremo insieme

e pregheremo insieme

e libere saranno le bandiere

di spiegarsi al vento.

 

 

5° Magi Manuela di Tolentino (Macerata)

 

IL CANTO DEL PERDUTO AMORE

 

Chiesi al canto del perduto amore di tacere

e di fendere le trame ricucite,

ordire nodi di discordia

affinchè il plagiato mio risveglio

diventasse orda d'incoscienza

e poggiare lieve il capo su guanciali d'infinito.

Fui orma senza ombra nel cammino

quando spigoli di case abbandonate,

celavano il profilo del mio volto

e la bruma mi bagnava il passo.

Chiesi alla memoria venti di tempesta

affinchè le fronde della primavera,

rimanessero senza foglia alcuna

e seccassero le stagioni della sera.

Chiesi infine di dimenticare il tempo

quando cadenzava la stessa goccia

nello spazio angusto di un abbraccio

e sulla mia bocca.

 

 

DIPLOMA DI MERITO ESTERO

Simonelli Carlo di Boll (Berna) – Svizzera

 

Vivere

 

Guardando il mare 

la notte ci abbraccia 

e ci tiene stretti fino al domani 

che non verrà mai
Carne e sangue palpitanti 

e la certezza che siamo vivi solo l’uno vicino all’altro
Io ti direi: non siamo che il respiro del mondo. 

Un alito che ad ogni momento si confonde e fa sì

che non sappiamo chi è l’uno e chi l’altro. 

Che si mescola nei nostri respiri 

per essere un unico mondo

e confonde le nostre anime smorte. 

Non siamo che sabbia 

e il vento in tormenta scava dentro di noi 

passandoci su come la vita. 

Gridandoci: vivi! 

Ad alcuni lascia solchi profondi, altri sono portati via completamente. 

Travolti, annientati.
Sparsi per l’intero globo.
Come sabbia portata dal vento 

mi poserei sulle tue labbra 

e tu sentiresti l’amaro e ruvido sapore dell’amore. 

E allora sapremo di essere vivi 

e di non aver vissuto 

invano. 

 

 

DIPLOMI SPECIALE

 

1° Maria Alemanno di Bari

TARGA Proloco Patù e Circolo Luzi per una poesia inerente la località del Vereto

 

Vereto

 

Sciabordio lento torna e ritorna

per ritorti ricordi riporta ancestrali litanie,

remote nenie per un sonno soave cullato dal mare.

Acqua trasparente lambisce la mia pelle,

anfratti alla corrente sono le pieghe del corpo.

La mia terra negli occhi, l’odore, il rosso sapore

e se gli ulivi il canto delle rondinelle intonano

traboccano ricordi da pertugi insospettabili:

voci di padri e madri lontani, di echi sottili lungo gialli selciati.

Incede il passo sull’assolato sentiero,

allo scoperto di mura e torri antiche,

un tempo nemiche dell’oscuro straniero;

ora tace - pare - la pietra, indurita dall’afosa terra:

solo il frinire di vite effimere svilisce

l’austera immagine dell’ara protettrice.

Vergine, Vereto ti venera ancora e i vicoli,

prostrati a valle, non smettono i loro lamenti:

sorti da ingiusta violenza accolgono l’eco di cento

cementi, culla ombrosa d’ìnclite spoglie.

Cento i macigni, cento i soprusi, cento i sospiri

che come canne ondeggiano: vento, sole e mare si alternano,

ma nulla le spezza e ripetono al cielo

l’onta subita dal sangue saraceno.

Dall’ara accoglie il tuo sguardo, l’affanno

di uomini e donne, figlie e fratelli di fieri guerrieri:

chi vincitore, chi vinto e chi dal barbaro violato, avvilito;

Giovani immolate ad un tesoro inviso:

la gola profonda cova le urla di morte di prigioniere involontarie:

ma nulla è per niente e il nome resta a

sigillo della gente.

 

 

2° Calogero Pettineo di Moncalieri (Torino)

 

Siamo granelli di sabbia al vento

 

Orgogliosa l’immagine si altera

nell’opera teatrale del tempo

dando fiato alle trombe

con coriandoli in festa

che piano si posano

verso il sole che tramonta.

E siamo noi, sempre noi

brezza che accarezza leggera

come granelli di sabbia al vento

le lusinghe di tutta una vita.

Siamo vigore, siamo cuore

siamo il coraggio di camminare

ed elevarsi attimo dopo attimo

tra lo splendore e il dolore

fino a erodere i passi

e perdersi nella luce del nulla

senza giusto riposo

dimenticati nelle parole

e negli sguardi

di una sbiadita foto

e una croce arrugginita.

 

 

 

3° Arosio Renato di Lissone (Monza)

 

ULTIMA TRACCIA

 

Al minuto preciso

di un'ora precisa

che non conosco,

la mia mente,

dopo un radunar di foglie,

mi presenterà

le ombre del passato,

i ricordi appariranno

sullo schermo della memoria,

veloci mi daranno

un'ultima traccia

della percorsa vita

ormai pronta

a divenir ricordo,

unico aereo legame

con chi ho tanto amato

pur nell'intensità

della mia solitudine.

 

 

4° Domini Maurizio di Roma

 

SOLO DI PASSAGGIO

 

Sono solo di passaggio
mentre allaccio le scarpe
a piedi stanchi di tempo.
Sento rumori insoliti
dietro una finestra
illuminata a giorno
da una luce cara.
Intanto tutto scorre
come torrente in piano.

 

 

5° Enrico Ruggeri di Poggiardo (Lecce)

 

LO SPECCHIO ERA LÌ

 

Lo specchio era lì.
Una delusione che mi somigliava percorreva il riflesso,
i desideri avevano fatto un solco nel letto
ed il coraggio si era appeso a un chiodo.
Le forze strisciavano sul pavimento fino a svanire.

L’ oggi era triste

La vita si vendicava incollandomi al materasso tutte le mattine del mondo
e le parole mi cadevano dai denti prima d’essere pronunciate.

Un grido mi trapassò dal corpo alle lenzuola

Il rumore formava sul soffitto una crepa
che si lasciava riempire di sole nell’ora più calda

e i raggi stridevano sulla mia fronte

come freni su rotaie malmesse.

Avevo fame
L’anima era salva.
E, dentro lo spirito,
riposava intatta
la speranza nel domani

Presto la vita mi assumerà di nuovo.

 

 

MENZIONI DI MERITO DELLA GIURIA E DEL CIRCOLO MARIO LUZI

1° Borsoni Paolo di Ancona

 

UN ISTANTE

 

Tirando con l’arco, essere la freccia;

scoccando la freccia, essere l’arco;

e con la punta affilata che sibila

nell’aria slanciarsi verso il bersaglio.

 

Mentre l’acciaio acuminato s’incunea

tra gli atomi della materia, fondersi

con l’inquietudine densa

che vibra e freme a ogni istante nel suolo.

 

Fra gli squarci e le ombre fra gli alberi

essere terra, essere cielo.

Con i calzari che affondano

sul sentiero sentire che non c’è nulla

 

in questa vita e nel cielo cui tendere

né destino cui giungere,

solo rare radure dove flettere

fino al suo culmine il filo di un arco

 

e come una stringa sottile che vibra

e freme nell’aria scoccare

un’esile freccia per colpire

un bersaglio che nella curvatura

 

esiziale della vita e del vuoto

è celato solo in quella scintilla

di emozione e di consapevolezza

che si illumina dentro l’arciere.

 

 

2° Ada Cancelli di Uggiano La Chiesa (Lecce)

 

Alle Spoglie del Tempo

Ho un solo euro in tasca
Una sola scala da salire
L'ultima rampa s'azzuffa
Alle spoglie del tempo
Forte la mareggiata dilata
Gli spazi tra gli oppressi
E' luce sulle foglie secche
Ai rami stanchi - spogli
Del privilegio dei fiori.
Solo il mio viso tenta 
Di salire - L'euro pesa
Ed alla malattia lo dono.
Disegno i tuoi occhi con la luce della libertà.
Nelle tue vene scorrono le mie lacrime - 
madrine del temporale.
I fulmini spianano l'amore sulla terra.
Ed il mio corpo - giace freddo sulla terra.
Ancora delineo il tratto del tuo viso: 
ancorato al ricordo.. Si sperde la mia voce.
Allora invento un nuovo pianeta
Dove i dinosauri ritornano a vivere
Dove io posso baciare la tua bocca
Dove i tuoi desideri sfoggiano in pittura
E la mia Anima si veste della tua. Così, 
come rugiada luccica sull'erba. Le
mille gocce al Sole - Si riconoscono.
Anche Saturno riconosce il suo Anello.
Ed ancora disegno i tuoi occhi -
mentre i dinosauri si baciano sui volti.

 

 

2° Marseglia Fausto di Marano di Napoli

 

BENVENUTA MALINCONIA

 

Benvenuta malinconia,

avara di sogni e di speranze,

che di tristezza

riempi le notti insonni.

Tu che trafiggi il cuore

con mille angosce…

pur nutri le pulsioni.

Tu che tormenti lo spirito…

pur doni ancora emozioni.

Tu che esplori

le ansie e le paure…

pur dai impulso alla vita.

Tu che istilli veleno…

pur dai voce al supplizio.

Tu che proietti

ombre e fantasmi…

pur dai forza al pensiero.

Tu che rubi il tempo…

pur sostieni il dolore.

Tu che dai ansia nell’attesa…

pur sei compagna della notte.

E nella veglia amara

col ribollir dell’anima…

lentamente traghetti

al nuovo giorno.

 

 

3° Giovanni Monopoli di Taranto con la poesia

 

La voce che non ha riconosciuto

( Alzheimer)

 

Uno sfogliato calendario, l’incontro di giorni,

son bastati pochi istanti e poi il vuoto intorno

col sole a scaldare flaccide membra, frastorni

nella glaciale cavità incombente, taciturna.

 

L’ascolto di quella voce che non ha riconosciuto

l’osservo d’un momento con la fame che digiuna

e una flebile musica accompagna debole fiato

nell’inevitabile tramonto d’una lontana luna.

 

Una parola, una sillaba percepita

con umidi occhi per farsi capire,

una gelida stanza… l’affannoso respiro

un cuore a battere silenzioso nel fioco suo udire.

 

Lo sguardo assente, avvolgente, muto

una perduta memoria che l’animo coglie

manca quel gioioso sorriso, avvisaglie

di quella voce che non ha riconosciuto.

 

Corre sul filo della speranza, è tremore,

quel confine d’un momento lontano

nel ricordare chi gli si siede accanto

mentre il buio avviluppa il tempo per un addio,

un addio che tra le braccia d’amor dimora.

 

4° Cristian Danieli di Gressan (Aosta)

 

Immobili partenze

 

Mi lascio

violentare

dalla Vita

che scorre

tra le dita

senza riporre

 

Mi tralascio

nel suo lento

trasportare

invisibile vento

ma qui resto

inerme e mesto

e non tento

 

 

 

5° Antonio Cotardo di Caprarica (Lecce)

 

L’ALBERO CADUTO

 

Silenzioso sei cresciuto,

solitario come un barbone

gettasti le tue radici.

Orgoglioso ed impavido,

puntavi il cielo bramando di toccarlo.

Ospitale e robusto,

sicuro rifugio di un pettirosso

teatro magnifico fosti

per i concerti estivi delle cicale.

Sfavillante la tua chioma,

mai la vidi piegarsi

al cospetto di nulla.

Giunse l’ennesimo dicembre

gelido come un addio,

fu lui a trascinarti giù con un tonfo sordo

mentre il cielo si tinse di un azzurro beffardo.

 

 

MENZIONE DI MERITO ESTERO

2° Turiano Aprile Maria di Melbourne – Australia

 

LO ZAMPOGNARO - Australia

 

L’estate si è dilegua

e l’autunno ha preso il suo posto.

Quanta tristezza

che deprime il mio spirito

e con sapienza si dibatte

in questo grigio giorno,

poi una gelida tromba d’aria

annuncia l’arrivo

della stagione invernale,

pioggia e raffiche di vento

si alternano senza sosta

fino all’arrivo della candida neve.

Son piccoli e soffici i fiocchi

che all’ambiente

donano un eterno candore,

si ode da lontano

il suono delle zampogne

e il zampognaro che gira per i vicoli

dilettando grandi e bambini,

questa sua musica annuncia

a noi credenti il Santo Natale.

Festa d’amore e pace,

proclama il Vangelo,

donando a noi di questo mondo

una sincera fratellanza.

 

PREMIO SPECIALE GIURIA E CIRCOLO CULTURALE MARIO LUZI GIOVANI POETI EMERGENTI

Francesco Cellino di Torino

 

Un amore nell’ombra

 

Perse notti della mia gioventù

tra intensi ricordi smarriti nel cuor mio,

in lontananza osservo i miei sentimenti

catturati dalla pioggia

portati via da un impetuoso vento.

Quando ti vedo le parole scivolano

scompaiono dentro la mia anima,

rimango in silenzio

incantato dai tuoi meravigliosi occhi.

La paura mi assale

rendendomi un guscio vuoto

corpi vicini che non si sfiorano nemmeno

immensa distanza tra di noi.

Un giorno al tramonto la speranza è

di rivederti anche solo per un minuto

là sulle rocce che ci videro bambini

dove allora è nato e dove ancora oggi vive

il mio amore per te.

 

 

PREMIO PRESIDENZA PROLOCO DI PATU'

Maria Cosi di Patù(Lecce)

 

AL MARE

 

Mi piacerebbe o mar starti vicino,

seduta su di una piccola scogliera,

i pie’ lambiti dall’azzurra onda,

mirando l’orizzonte sino a sera.

 

Ti ho conosciuto lo sai, sin da bambina,

trastullarmi amavo con le tue fresch’onde,

anche se talvolta timor mi procuravi,

quando spumeggiando, forte urlavi.

 

Sovente d’appartarmi avevo voglia,

per ammirar l’immensa tua distesa;

usavo confidarti sogni ed ambizioni,

vasti progetti e segrete aspirazioni.

 

Quanti dolci pensieri hai tu fornito

alla mia fervida ed ardita fantasia!

Verso ignote mete mi hai portata

e ad isole stupende ho poi approdato.

 

Strani messaggi spesso ti affidavo,

anche se a destinazione mai potean arrivare;

Tu, li accoglievi mormorando lieve

e nelle profondità abissali li riponevi.

 

Mare, sei incantevole nella tua bonaccia,

maestoso quanto furente

l’onde spumose infrangi.

Nella tua vastità si specchia il firmamento:

della creazione sei bellezza e vanto!

 

 

PREMIO STUDENTI

MENZIONE DI MERITO allo studente De Nuccio Sebastiano di Patù (Lecce)

 

A te

 

Senza dolori senza rimpianti

solo sangue innocente disperso

solo tristezza sotto questo cielo terso.

Né un rimorso né un pensiero

sempre dritti per il loro sentiero,

a tutti i costi ammazzare

a tutti i costi andare avanti

eliminando chi sta dietro

chi sta dietro per le difese

del suo paesaggio e del suo paese.

A te che morendo con onore

imprimi un segno nel nostro cuore

lasciando a noi il coraggio di testimoniare

che per sempre avanti dovremo portare.

 

STUDENTI ESTERO

 

1.a Classificata

Magdalena Livnjak – 3.a Classe Sei di Cittanova – Istria (Croazia)

 

La primavera

 

Le rondini ritornano ogni anno,

sono brave, perché lo sanno.

Le rondini volano nel cielo,

ma a loro non piace lo zucchero a velo.

Vado a giocare in giardino,

con il mio cagnolino.

Vado fuori a giocare con gli amici

e tu mi dici "guarda come siamo felici!"

 

2.a Classificata

Noemi Zlatić Sanković – 3.a classe di Sei (Cittanova) – Istria (Croazia)

 

La primavera

 

La primavera é piena di fiori

e ha mille colori.

mi piacciono i tramonti

sopra i ponti.

Questa é una filastrocca

e la scrivo mangiando un'albicocca.

La primavera con fiori d'oro

a noi piace cantare tutti in coro.

 

 

 

3.a Classificata

Poropat Martina – 3.a classe di Sei (Cittanova) – Istria (Croazia)

 

Primavera

 

Primavera finalmente sei tornata

e le giornate non le trascorro più agitata.

Il sole é bello e pieno

sembra un fiore sereno.

La brezza del vento é fresca

io mi sento una pesca.

 

 

Diploma alla Classe 3.a di Sei Cittanova – Istria (Croazia)

per l'ottimo piazzamento di tutti gli allievi partecipanti al Bando (Madgalena Livnjak, Noemi Zlatić Sanković, Martina Poropat, Luca Stabile, Sven Perić, Nicole De Faveri, Lorenzo Radizlović, Lara Scarabelli, Nina Batalija, Vanja Anić,Toni Kocijančić

(Punteggio cronologico da 72,15 a 68,64).

 

Diploma di Merito

all'insegnante Mauric Sabrina della 3.a classe di Sei (Cittanova) – Istria (Croazia)

 

 

 

HANNO VALUTATO I TESTI I GIURATI:

-Cinzia Baldazzi di Roma – Giornalista Rai1, saggista, critica letteraria, teatrale e musicale.

-Lorenzo De Ninis di Lignano Sabbiadoro (Udine) – Professore di lettere in pensione, poeta e webmaster del portale www.poetare.it.

-Gordiano Lupi di Piombino (Livorno)–Editore, giornalista, scrittore, traduttore, pubblicista, direttore de “Il Foglio Letterario”

-Giulio Maffìi di Tirrenia (Pisa) – Poeta e saggista, già direttore editoriale sezione poesia per le edizioni del “Foglio Letterario” di Piombino.

-Sara Rodolao di Imperia – Poetessa, scrittrice, operatrice culturale.

 

 

SEZIONE POESIA VERNACOLO

(La graduatoria è compresa tra un voto massimo di 79,86 ed uno minimo di 66,23)

 

1° Classificato

Santi Cardella di Palermo

 

'u gira…suli Il gira…sole

Sicilia, ’nta ’n’aricchia t’aiu a parrari Sicilia, in un orecchio ho da parlarti

d’un misteriu ca tegnu dinta o cori d’un mistero che vive nel mio cuore,

fattu ca nun mi fa cchiù arragiunari: fatto che non mi fa più ragionare:

dunni va ’u suli quannu scinni e mori? dove va il sole quando scende e muore?

 

S’ammuccia nicu nicu ’nta li grutti Si cela piccolino nelle grotte

di li vulcani sparsi sutta ’u mari, dei vulcani che stanno sotto il mare,

astuta a luci e nni fa fissa a tutti spegne la luce e prende in giro tutti

ca arristamu alluccuti a talïari? che restiamo stupiti ad ammirare?

 

Ma doppu comu fa ’stu schifïusu Ma dopo come fa questo folletto

a spuntari ’nto cielu suspirannu a spuntare dal cielo sospirando

supra i pissiani dunni sta Maria? sulle persiane dove sta Maria?

 

e dda mi lassa stupitu e cunfusu e là mi lascia attonito e interdetto

quannu s’affaccia tenniru e cantannu quando s’affaccia tenero e cantando

sutta a li cigghia di la bedda mia! sotto le ciglia della bella mia!

 

 

 

 

2° Classificato Gaetano Catalani di Ardore Marina (RC)

 

U pacciu


Màmmita, povareglia, era squagghjàta,

si cunsigghjàvanu tutti m’abortisci,

Nc’é na simènza ch’esti ereditata

ed igliu è pacciu prima pemmu nesci”.

Ciangìvi sempi toccandut’i gudèglia

pecchì ndaviv’i vermi dint’a panza,

ma u medicu cantav’a canzuneglia

E’ pacciu, non avi cchjù speranza”.

Quand’u gagliu carcarijàva ti jarzàvi,

guardavi u suli chi nascìa du mari,

cu tutti gli culùri ti ‘mbonàvi

e u cori non potìvi cchjù frenàri.

Maricchjègliu, guarda semp’i pisci!

Chi faci tuttu sulu a fraja i mari?”

Non c’era nu cristian’u ti capisci

e mprescia ti ncignàvi ad arraggiari.

Non eri pacciu, no, eri un poeta

cull’anima rinchjùta i sensaziuni,

campàvi sulu sulu comu n’asceta

c’u cori sempi gurdu d’emoziùni

Morìsti cumbogghjàtu d’acquazzìna

e non dassasti mancu na poisìa,

u sacciu, i scrivivi sup’arrina,

luntanu du repartu i psichiatria.

Stasìra mi cunsul’u guard’i stigli

e ti penzu ngiaciàtu nta cocchjùna,

immagginu ca senti pur’i grigli,

nto silenziu, sutta stu chjar’i luna.


Il pazzo (Traduzione)


Tua madre, poveretta, era fuori di testa,

le consigliavano tutti di abortire,

C’è un gene che è ereditato

è lui è pazzo prima ancora di nascere”.

Piangevi sempre toccandoti le budella

perché avevi i vermi nella pancia,

ma il medico cantava la canzonella

E’ pazzo, non ha più speranza”.

Quando il gallo cantava ti alzavi,

guardavi il sole che nasceva dal mare,

con tutti quei colori ti riempivi

e il cuore non potevi più frenare.

Poverino, guarda sempre i pesci!

Cosa fa tutto solo sulla spiaggia?”

Non c’era una persona che ti capisse

e subito cominciavi ad arrabbiarti.

Non eri pazzo, no, eri un poeta

con l’anima riempita di sensazioni,

campavi solo solo come un asceta

col cuore sempre sazio di emozioni.

Sei morto coperto di rugiada

e non lasciasti nemmeno una poesia,

lo so, le scrivevi sulla sabbia,

lontano dal reparto di psichiatria.

Stasera mi consolo a guardar le stelle

e ti penso accovacciato su qualcuna,

immagino che senti pure i grilli,

nel silenzio, sotto questo chiar di luna.

 

3.a classificata Paola Bianchi di Roma

 

Le Madonnelle

 

Si te capita de passà pé Monti
butta n’occhio ai cantoni dei palazzi
-nun devi da cercà su granni spiazzi-
sai quante Madonnelle che ce conti?

Che meravija quelle Madonnelle
quell’artarini messi lì pe’ via
pieni de fiori er giorno de Maria
alluminati co’ tante fiammelle.

Sbrilluccicava de notte ogni rione
Roma sembrava n celo co’ le stelle
l’acqua cantava da le funtanelle
c'erano rondini sopra er cornicione.

La questua fatta da le popolane
pè comprà du’ lumini e n po’ de fiori
era na gara pe scaccià dolori
tra le donne de Borgo e monticiane.

E la madre madonna addolorata
pregava pe su' fijo carcerato;
piagneva er fijo che nun era nato
quell’artra donna, pora ciurcinata…

S’ariccommannava a la Madonna bella
la giovinotta pé nun restà zitella
quanno tremaveno lumi ar vento lieve
er giorno de la Madonna de la neve.


Traduzione

Se ti capita di passare nel rione Monti dai uno sguardo ai palazzi, non devi cercare in spazi ampi,

trovi tante Madonnelle. Che belli quegli altarini messi sulla strada con tanti fiori e lumini per la festa

della Madonna, di notte ogni rione brillava di luci Roma assomigliava al cielo con le stelle sembrava

che l’acqua uscisse cantando dalle fontanelle, sui cornicioni c’erano nidi di rondine.

Le popolane chiedevano qualche soldo per comperare fiori e lumini ed era una gara fra le donne

del rione monti e del rione borgo. Una madre pregava la Madonna per il figlio che era in prigione,

un’altra piangeva per il figlio perso in gravidanza, una ragazza si raccomandava alla Madonna

della neve per trovare marito.

 

 

DIPLOMA D'ONORE

 

1° Armando Bettozzi di Roma

 

È un continuo…Le attività italiane - tartassate dalla burocrazia e dal fisco, in cento modi - chiudono! Al loro posto spunta – come per incanto – un’altra attività…- tra l’altro, manovrata con furbizia, per sfuggire (lasciata sfuggire) a ogni controllo…

 

Na bbòtta de maggìa….

 

Sortènno p’annà ffà ‘r solito giro

ierammatìna a un quarto a mezzoggiorno

annànno verso piazza der fachiro,

me guardo ‘n po’ stranito torno, torno…

 

Ma ‘ndo cacchio sto a ‘nnà…” fò nfra me-e-me.

Me sto a sbajà…Pò èsse?...! Er cartolaro…

Lì c’era er cartolaro…E llà…Ma che è…?!

Là…sò sicuro…c’era er pizzettàro…

 

Ma anvédi…che ròbba…nu’ è possibbile…!

Ma che succede…Stessi a scimunìmme?!

<Ótolavaggio>…Che?!...Ma è terìbbile!...

<Kebàbbe>…<Frutta AliBabbà>…Ma dìmme…!

 

Tuto a pochi èuli!” ammiccava, ‘n cartello.

Proprio llì ‘ndove inzin’ a l’artro ieri

ce stàveno er Sòr Gìggi côr fratello

a vénne quer che serve a li cantieri…

 

Me stava a girà tutta la capòccia!

Ma, ched’era…’na bbòtta de maggìa?…

Fussi stato – la notte – a ffà bisboccia?!…

Nun s’ariconosceva, quela via.

 

Ma…sto disastro…a chi è che j’è piaciuto?

Me stavo a domannà…guasi piagnènno…

Forze è n incubbo!”…m’annàvo dicènno…

Ma era vero!...Nu’ ho rètto, e...sò svienuto.

 

 

Un colpa di magia (Traduzione)

 

Uscendo per fare il solito giro, / ieri mattina a un quarto a mezzogiorno / andando verso piazza del fachiro, / mi guardo tutt’intorno un po’ stranito…// “Ma dove diavolo sto andando…” dico fra me e me. / Mi sto sbagliando…Può essere?...Il cartolaio…/ Lì c’era il cartolaio…Ma che succede…?! / Là…sono sicuro…c’era la pizzeria…// Ma guarda …guarda…Non è possibile…! / Ma che succede…Che stessi rincretinendomi?! / <autolavaggio>…Cosa?!...Ma è terribile!.../ <Kebab>…<frutta AliBabà>…Ma dimmi te…! // <Tuto a pochi euli> pubblicizzava un cartello. / Proprio lì dove fino all’altro ieri / ci stava il signor Luigi col fratello / a vendere le mercanzie per i cantieri…// Sentivo dei giramenti di testa! / Ma, cos’era…un colpo di magia?.../ Fossi stato, la notte, a fare bisboccia?!.../ Non si riconosceva quella via. // Ma…questo disastro a chi è piaciuto? / Mi stavo domandando quasi piangendo…/ “Forse è un incubo!”…andavo ripetendo a me stesso…/ Ma era vero!...Non ho più resistito, e…sono svenuto.

 

 

2° Fausto Marseglia di Marano di Napoli

 

O DDOCE E LL’AMARO D’’A SERA

(Testo in vernacolo napoletano)

 

Che confusione c’è stata stammatina…

ma finalmente è fernuta ll’ammuina.

O sole se n’è ghjuto, è venuta ’a luna,

e p’’e strade ’un ce sta cchiù nisciuno.

 

A radio spanna nu mutivo antico

e se sente na pace dint’ô vico.

Me cunnulèo cu ’a seggia fòr’ô balcone

ncopp’ô licordo doce ’e ’sta canzone.

 

Chistu  mumento è ddoce overamente,,

quanno nun è sta cchiù mmiez’ â gente,

quanno può allentà nu poco ’a tensione

e può restà tu sulo fore a nu balcone.

 

Ll’uocchie se chiudono mpruvvisamente

e te scuorde ’e chello ca tenìve a mmente.

O primmo suonno chianu chianu te faje

mentre ’a notte t’accarezza e nun ’o ssaje.

 

Ma po’ nu brivido  t’acchiappa nfaccia

e cirche ’o lenzuolo allunganno ’e bbraccia,

accapizze ca staje fòr‘ô balcone

e vaje ’nt’ô lietto senza ca te n’adduòne.

 

Cirche ’e ripiglià ’o suonno ca îve lassato,

ma nun ce ’a faje pecchè te ssì scetato.

Te ggiri e t’avuòte cu ’a capa ’nt’ô cuscino

ma oramai è aspettà sulo ca fa matino.

 

Chesto succede quanno tiene già n’età:

O juòrno nun vide l’ora e te ne ij’ a cuccà,

ma appena piglie suonno subbeto te scìte…

e pienze comm’è scumbinata chesta vita.

 

 

IL DOLCE E L’AMARO DELLA SERA

(Testo in italiano)

 

Che confusione c’è stata questa mattina…

ma finalmente è finito il chiasso.

Il sole se n’è andato, è arrivata la luna

E per le strade non c’è più nessuno.

 

La radio trasmette un motivo antico

E si sente una pace per il vicolo.

Mi dondolo con la sedia fuori al balcone

sul ricordo dolce di questa canzone.

 

Questo momento è davvero delce,

quando non devi stare più fra la gente,

quando puoi allentare un po’ la tensione

e puoi restare tu solo fuori ad un balcone.

 

Gli occhi si chiudono improvvisamente

e dimentichi ciò che avevi nella mente.

Pian piano ti addormenti col primo sonno

mentre la notte ti accarezza e non lo sai.

 

Ma poi un brivido ti scuote il viso

e cerchi il lenzuolo allungando le braccia,

realizzi che stai fuori al balcone

e vai nel letto senza accorgertene.

 

Cerchi di riprendere il sonno interrotto,

ma non ce la fai perché ti sei svegliato.

Ti giri e ti rigiri con la testa nel cuscino

ma oramai devi attendere solo il giorno.

 

Questo accade quando hai già un’età:

Di giorno non vedi l’ora di andare a dormire,

ma appena prendi sonno subito ti svegli…

e pensi come sia disordinata questa vita.

 

 

3° Antonio Damiano di Minervino (Lecce)

 

NTR’ A DHU FUNNU DE LETTU

(dedicata a mio padre)

 

A vita sua ha’ scuruta faticannu,

a mmalatìa nu’ ll’haje sparagnatu,

li recumaterna ritti ‘lli vannu

pe’ llu bonu c’ha’ sempre simminatu.

 

S’hannu fatti ‘nnanti poi tutti ‘i cuai,

tra li ‘spedali e ‘na trista vecchiaia,

lu surrisu nu’ ll’ha’ lassatu mai

dh’ommu forte divintatu de paja.

 

D’ogni corpu d’aria s’ia rricuardare,

na parte de ‘a pensione a mmidicine,

era presciu, se ‘u sapivi pijare,

ntr’ a dhu lettu du ha’ canusciute spine.

 

Nci su’ stati duttori de cuscienza

e certi capiune dhu vecchiareddhu,

de ‘ssistimenti nu’ nn’è statu senza

ma nu’ bbulìa ‘lli dici mai “pareddhu”!

 

Sempre bona cuida finu alla fine,

de ‘ntr’ a dhu funnu de lettu cunsijannu,

a tutte ‘e cose dicìa sempre “sine”

puru ca ìa rispunnire cullu ‘nfannu.

 

In paradisu se n’è sciutu rittu,

dhu mesciu de vita de sire meu

e, quannu leggu quiru c’aggiu scrittu,

lu primu ca se ‘nnutica su’ jeu!

 

IN QUEL FONDO DI LETTO (Traduzione)

 

La vita sua ha trascorsa lavorando,

la malattia non l’ha risparmiato,

i requiem diritti gli andassero

per il buono che ha sempre seminato.

 

Si sono fatti avanti poi tutti i guai,

tra gli ospedali e una triste vecchiaia,

il sorriso non l’ha lasciato mai

quell’uomo forte diventato di paglia.

 

Da ogni colpo d’aria si doveva riguardare,

una parte della pensione in medicine,

era contento, se lo sapevi prendere,

in quel letto dove ha conosciuto spine.

 

Ci sono stati dottori di coscienza

e certi capivano quel vecchierello,

di assistenze non è stato senza

ma non voleva gli dicessi mai “poveretto”!

 

Sempre buona guida fino alla fine,

da dentro quel fondo di letto consigliando,

a tutte le cose diceva sempre “sì”

anche se doveva rispondere con l’affanno.

 

In paradiso se n’è andato dritto,

quel maestro di vita di papà mio

e, quando leggo quello che ho scritto,

il primo che si emoziona sono io!

 

DIPLOMA DI MERITO

 

1° Sabino Zaza di Corato (Bari)

 

Mene'

 

Figghja maje, prime ca me ne voche o alte munne

vite c'ava sta na lettre sotte u condrafunne

chedda è la lettre ca me screvì u prime zite

ca me venaje appierse e ghje u velaje pe marite.

Nan èrre bèrefatte ma me piaciaje percè èrre speciuse

e a mamme ed attaneme u tenaje alla scuse.

M'arrecorde quanne me fermò mèzze alla strate

devendièbbe totta rosse e abbambate,

nan zapièbbe responne quanne me facì la dichiarazione

e scappenne angore me vedaje qualcune,le decièbbe vai via cafone!

Na cause azzecchièbbe ca nan èrre nu artiste,ma une de fore

però quanne u vedaje alla sfesciute m'abbattaje u core.

Prime se sciaje nanze ad occhjate e serdelline

e quanne staje a recamà sculquaje da rète la vetrine

mo ca la liesce capisce percè la soche tenute stepate,

e quanne re decièbbe a mammà ca ne giovene avaje venì a dà la mbasciate,

pe nan fammue spesà me ne decerne de rutte e sane

percè canesciajne la famigghje du attane.

Cudde uagnaune èrre poverièdde

nan tenaje manghe ne fondarièdde

deciajne ca oltre a nan tenaje nudde,

èrre na famigghje de mescerudde.

Figghja maje prime le matremunie se cumbenajne

penzajne alla proprietà e alla dote ca pertajne

nan faciaje nudde ce masque o fèmene èrene brutte

l'imbortande ca re saccure èrene chiajne de frutte.

D'attande nan me pozze lamendà

alla case mè nudde è fatte mangà

furene le famegghjare ca me u ammenèrne nanze

percè èrre une ca pertaje la sostanze.

Ma è state na vite sciapite senza sapore

me u spesièbbe pe dà alla famigghje maje l'onore.

Però mè èsse chiamate a nome accamme le cristiane

manghe ce èrre na figghje de na cane

menè daddò,menè daddà,fo chesse e fa chedde

trattate accamme na schiavarèdde

assalute prime de mbrì

attande u sendièbbe chiamà:Marì,Marì!

 

 

RAGAZZA (Traduzione)

 

Figlia mia, prima che me ne vado all'altro mondo, vedi che sotto il cassetto della biancheria c'è una lettera che mi scrisse il primo spasimante che mi faceva la corte e che io volevo sposarlo. Non era bello, ma mi piaceva lo stesso, perché era sveglio e spiritoso e ai miei genitori non dicevo niente di questa relazione. Mi ricordo quando mi venne incontro per dichiararsi apertamente diventai tutta rossa e infuocata, e non sapendo cosa rispondere, scappando per non essere vista da qualcuno, gli dissi:- vai via cafone! Una cosa che nella ciurcostanza, avevo indovinato che non era un artigiano, ma un contadino. Però, quando lo vedevo di sfuggita, mi batteva il cuore. Prima si amoreggiava con sguardi e fischiettii, e quando mi mettevo a ricamare, lo guardavo da dietro la vetrina. Adesso che la leggi capisci perché l'ho tenuta nascosta. Quando lo dissi a mia madre che un giovane sarebbe venuto ufficialmente a chiedere la mia mano, per non farmelo sposare me ne raccontarono di tutti i colori perché conoscevano la famiglia del padre; tra l'altro era anche povero non aveva neanche un pezzo di terra ed oltre a non avere nulla era una famiglia di debosciati. Figlia mia, all'epoca i matrimoni si combinavano, pensavano alla proprietà e alla dote che portavano, non stavano a guardare l'aspetto estetico, l'importante che ci fosse la sostanza. Tuo padre, a voi e alla casa non ha mai fatto mancare nulla, infatti furono i famigliari a presentarmelo perché era benestante. E' stata una vita scipita senza sapore, lo sposai per dare onore alla famiglia. Mai essere chiamata con il mio nome come i cristiani , ragà di quì, ragà di là, fai questo e fai quello trattata come una schiavetta. Soltanto prima di morire sentii tuo padre chiamare: -Marì, Marì.

 

 

2° Fermando Mita di Ruffano (Lecce)

 

A CARUSEDDHRA

 

CARUSEDDHRA CA TE VITTI NFACCIATA

CCI BBULIA TTE’ VISCIU NNAUTRA FIATA

STA PASSU E SPASSU SUTTA STU BALCONE

GIA’ SSTA’ BRUSCIU TUTTU TE PASSIONE

ULIA TTE CUNTU PROPRIU A TTIA

PRIMA CU CUNSUMU TUTTA A VIA

CONTINUU CU NGIRO SEMPRE TORNU TORNU

MA TE TICU U VERU NNU PICCA ME NE SCORNU

ULIA TTE MMOSCIU CCI TEGNU INTRA LLU CORE

E PROSSIMU CU SCOPPIA PE LL’AMORE

MA OIU CU EGGIU FORTE TE L’AGGIU DDARE

LA MIA NONN’E’ CCHIU VITA SE NO TTE POZZU AMARE

IEU CA TE PACENZIA NE TEGNU TANTA

ULIA TTE TEGNU PE MMIE COMU NNA SANTA

NNA ?? ECCULA , STA ESSE PROPRIU MOI

STA MME FACE SEGNI DICE CCI BBOI

STA NNE NTONU GIA’ NNU BEDDU CANTU

L’OCCHI MEI SANNU MMUDDHRATI PE LLU CIANTU

 

 

La signorina (Traduzione)

 

SIGNORINA CHE TI VIDDI AFFACCIATA

QUANTO VORREI VEDERTI UN'ALTRA VOLTA

VADO AVANTI E INDIETRO SOTTTO IL TUO BALCONE

SONO ARSO DALLA TUA PASSIONE

VORREI PARLARE PROPRIO A TE

PRIMA DI USURARE TUTTA LA STRADA

CONTINUO A GIRARE INTORNO

MA , A DIRE IL VERO UN POCO MI VERGOGNO

VORREI FARTI VEDERE QUELLO CHE HO NEL CUORE

CHE E’ PROSSIMO AD ESPLODERE PER AMORE

MA VOGLIO ESSER FORTE , TE LO VOGLIO RISERVARE

NON VIVO PIU’ , SE NON TI POSSO AMARE

IO CHE DI PAZIENZA NE HO TANTA

VORREI AVERTI PER ME’ , COME UNA SANTA

ECCOLA, SI AFFACCIA PROPRIO ORA

SI SBRACCIA PER DIRE COSA VOGLIO

GLI RISPONDO INTONANDOGLI UN BEL CANTO

CON I MIEI OCCHI BAGNATI PER IL PIANTO

 

 

3° Giancarlo Colella di Acquarica del Capo (Lecce)

 

Lu rispettu de li morti

 

Ancora osci allu paese meu

pe ogni mortu nc’è nu rispettu ranne,

sia ca sia riccu o senza le mutanne,

sia ca dorme an palazzu o ammenzu u feu.

 

Quannu unu more tuttu lu paese

face le condojanze a campusantu,

de fiuri ammenzu a via tuttu nu mantu

e la famija poi nu varda a spese:

 

la banna, le curune, lu chiasciune,

lu chiaùtu, lu carru e i paramenti,

le scarpe, lu cappeddu e lu custume.

 

Ma de lu stessu mortu quann’era viu

ciuveddi mai se ne futtìu nu cazzu,

la gente, li parenti … e mancu u fiju!

 

 

Il rispetto dei morti (Traduzione)

 

Ancora oggi al mio paese/per ogni morto c’è un grande rispetto,/sia che sia ricco o senza le mutan-de,/sia che dorma in un palazzo o in campagna./Quando uno muore tutto il paese/fa le condoglianza al cimitero,/per la strada è tutto un manto di fiori/e la famiglia poi non bada a spese:/la banda, le corone, il lenzuolo,/la bara,il carro e i paramenti,/le scarpe, il cappello e il vestito./Ma dello stesso morto quand’era vivo/mai nessuno se n’è fregato un cazzo,/la gente, i parenti … e neanche il figlio.

 

 

DIPLOMA SPECIALE DONNA

 

Katia Papandrea di Aosta

L'âno

Tan dè travai a la campagne

I fijoe l'âno .

Jamì lagné!

Ma què difisilo!

Can y a pomé voya dè travayé,

Impousiblo dè lo fae boudzé!

 

L’asino (Traduzione)

Tanto lavoro faceva l’asino in campagna

Mai si stancava

Ma che difficile

Quando la voglia di lavorare gli passava

Impossibile farlo muovere di nuovo!

 

HANNO VALUTATO I TESTI I GIURATI:

 

-Cinzia Baldazzi di Roma – Giornalista Rai1, saggista, critica letteraria, teatrale e musicale.

-Lorenzo De Ninis di Lignano Sabbiadoro (Udine)–Professore di lettere, poeta e webmaster diwww.poetare.it.

-Miguel Rosario di Firenze – Attore e regista Venezuelano, autore di testi per il teatro, Direttore artistico Compagnia “Il Bernoccolo”.

 

 

 

 

 

SEZIONE POESIA – HAIKU

(La graduatoria è compresa tra un voto massimo di 80,37 ed uno minimo di 60,97)

 

1° Classificato – Diego Bello di Roma con l'haiku

 

Sera d'arancio
Anche una barca in secca
traghetta sogni

 

 

2° Classificato – Nunzio Industria di Napoli con l'haiku

 

la notte accende

uno sciame di stelle

lucciole insonni

 

3° Classificato – Matteo Piergigli di Monte S. Vito (Jesi) con l'haiku

 

Il fiume in secca

gracidare di rane

l’argilla spacca.

 

 

DIPLOMA D'ONORE

1.a Rita Stanzione di Roccapiemonte (Salerno) con l'haiku

 

Sui fiori d'acqua
Solco di miele e ombra
la brezza è ferma

 

2.a Maria Clotilde Cundari di Napoli con l'haiku

 

luna d’estate

uno spicchio sul mare -

culla di luce

 

Aldo Simone di Lecce con l'haiku

 

Sotto il sole
Profumano i fichi -
Da mille anni.

 

DIPLOMA DI MERITO

Renato Arosio di Lissone (Monza) con l'haiku

 

bambini morti

in Honduras e Africa

stelle cadenti

 

Donato Leo di Gioia del Colle (Bari) con l'haiku

 

Torrida estate

Sbocciano amori nati

Sulla battigia

 

3.a Chiara Sardella di Conversano (Bari) con l'haiku

 

Non ho parole

Sui corvi che sorvolano

le guglie gotiche.

 

 

 

HANNO VALUTATO I TESTI I GIURATI:

-Cinzia Baldazzi di Roma – Giornalista Rai1, saggista, critica letteraria, teatrale e musicale.

-Lorenzo De Ninis di Lignano Sabbiadoro (Udine)–Insegnante di lettere in pensione, poeta e webmaster di www.poetare.it.

-Fabia Binci – di Genova Insegnante di lettere in pensione, esperta poesia Haiku e Presidente Unitre Arenzano e Cogoleto (Genova)

 

 

 

SEZIONE NARRATIVA

(La graduatoria è compresa tra un voto massimo di 84,98 ed uno minimo di 69,30)

 

1° Classificato - Matteo Tonnicchi di Brighton–Inghilterra

(Premiato con targa ed euro 200)

 

DAAKHEL ALBAHR

Socchiuse gli occhi; attorno a lui la massa di persone iniziava ad agitarsi scomposta. Mormorii confusi. «Hanno trovato i disertori,» pensò. Strinse al petto sua figlia. «Si sono nascosti di sopra, li hanno già trovati». Uno scossone lo fece sussultare: aprì completamente gli occhi. Il sogno lasciò posto alla realtà: era nella stiva della nave, che rollava violentemente. I suoi compagni di viaggio erano in tumulto. Fuori infuriava la tempesta; il vociare concitato si alternava a un sottofondo di preghiere. «Rimani qui; papà ora va a vedere. Non ti muovere. Tieni, mettilo,» intimò alla bambina passandole un giubbotto salvagente. Poi si fece strada tra la gente, verso le scale del boccaporto. Arrivato in cima socchiuse il portellone e si affacciò. Il petto, svuotatosi dell’acre odore di sudore e sporcizia, si riempì di gelido vento salmastro. Nella notte fonda il mare era fuori di sé: si innalzava in grattacieli alti, imponenti, che crollavano fragorosamente schiaffeggiando il pontile. «È esplosa un’altra autobomba in piazza Saadallah alJabiri,» in lacrime, così gli si era presentato il fratello nella casa alle periferie di Aleppo. «Tua moglie era lì. Sono riuscito a tirare fuori la bambina. Ma tua moglie; l’ho persa». Gioco al terrore di Bashar alAssad, oppure scellerata protesta dei ribelli; cosa poteva dire alla bambina, i grandi occhi neri incoscienti, cemento e sangue sulle guance. «Devo trattenere le lacrime, la paura, farle vedere che suo padre è forte; farla sentire tranquilla» aveva pensato, costringendosi a un sorriso rassicurante. Un momento di tregua: tutto intorno le onde gorgogliavano raccogliendo la loro furia. Quella calma minacciosa gli aveva mozzato il fiato, a bordo della motocicletta al confine: attraversando il deserto, tenendo la figlia sulle ginocchia, abbracciata a lui. Gli avevano assicurato che il percorso era sicuro. «Sempre dritto, trenta gradi a nordest,» gli avevano detto, «le hanno tolte tutte da quella parte». Tutte, le mine a protezione della frontiera. Doveva mantenere il tragitto, senza la minima variazione; ai lati di esso, di tanto in tanto, cadaveri mutilati emergevano dalle sabbie roventi. La piccola mano della figlia nella sua. «Cosa fai qui? Ti ho detto di aspettare. Torniamo giù, non si può uscire» disse. Chiuse il portellone saldamente, prese la figlia in braccio e la riportò nella stiva. Un tuono ruggì fragorosamente intimando il silenzio: nonostante ciò, le preghiere andarono avanti.

Le preghiere erano andate avanti, nonostante fuori dalla Grande Moschea il minareto millenario fosse stato raso al suolo da colpi di cannone. Sfregio per mano di Jabhat alNusra, oppure lo stesso esercito; cosa dire all’umanità, i grandi media del mondo indolenti, occupati da pettegolezzi, scandali politici, andamenti di borsa. Le onde tornarono: con la forza di un titano sollevarono la nave in alto, fino a ribaltarla. Rituffato sottosopra nel mare, il ponte cedette crepandosi attorno al portellone, che venne strappato via: l’acqua ghiacciata si fece strada nel boccaporto iniziando ad invadere la stiva, a ghermire uomini, donne e bambini come una fiera sulla preda. Le luci si spensero. Alcuni urlavano; altri pregavano a voce più alta. Lui no. Strinse al petto sua figlia, e affrontò le acque.

«Ah, li hai portati, bene,» disse l’ufficiale seduto alla scrivania. L’appuntato entrò con un sacchetto di carta in mano; da esso esalava un odore dolce, delizioso. L’ufficiale lo afferrò, ci affondò la mano: «A quest’ora del mattino ci fanno venire a fare i controlli. Nemmeno il tempo di fare colazione,» borbottò. «Allora, l’interprete?» chiese poi, prima di addentare uno dei cornetti alla crema. L’appuntato fece entrare un uomo alto, moro, dalla pelle olivastra. «Da dove vieni?» chiese l’ufficiale, dopo aver mandato giù il boccone. «Dal centro rifugiati politici,» rispose quello. L’ufficiale annuì. Poi trattenne il cornetto tra i denti; si alzò, mise su un kway; prese il sacchetto; fece cenno ai due di seguirlo fuori. Raggiusero il centro del campo profughi, sulla spiaggia di Lampedusa. La pioggia scendeva ancora, adesso leggerissima, in balìa della brezza. Arrivati di fronte alla massa di sfollati: «Mizzica quanti,» esclamò l’ufficiale, «e mi hai detto che erano il doppio quando sono partiti?» «Tu,» rivolto all’interprete «chiedi un po’ da dove vengono». Mentre quello chiedeva in giro, l’ufficiale continuava a mangiare. Tese il sacchetto verso l’appuntato: «Vuoi?» L’appuntato rifiutò con un cenno della mano; l’altro scrollò le spalle. Mise in bocca l’ultimo cornetto e si leccò le dita. Dopo qualche minuto l’interprete tornò: «Quelli lì sono Eritrei. Quel gruppo dalla Nigeria. Ci sono una ventina di Somali e qualche Sudanese. Quelli lì, invece, vengono dalla Siria». «Dalla Siria?» sbottò l’ufficiale; prese i fazzolettini di carta in fondo al sacchetto ormai vuoto; si pulì la mano. «Mo’ pure dalla Siria. Andiamo bene». Poi indicò una figura rannicchiata su una roccia: «e quella bambina da sola? Chiedi un po’».

L’interprete le si avvicinò e iniziò a farle delle domande. «Ha detto che è venuta col padre,» tradusse. «Chiedile dov’è, allora» disse l’altro. L’uomo formulò la frase in arabo, dolcemente. La piccola ci pensò. Poi rispose: «Daakhel albahr». Un attimo di silenzio; l’ufficiale incalzò spazientito: «Allora?» «Dentro il mare,» tradusse l’uomo «ha detto che suo padre è dentro il mare».

Il sole stava sorgendo, la pioggia aveva smesso completamente. La bambina inclinò la testa e socchiuse gli occhi; dietro di lei la massa d’acqua iniziava a calmarsi. Nello sciabordio della risacca: «No. Non farlo. Non voltarti». La piccola strinse le mani sul giubbotto salvagente che ancora aveva indosso. «Non piangere, non aver paura, fai vedere che sei forte; stai tranquilla». «Non ci sono più le strida del vento, il rombo delle onde». «Non ci sono più le armi, le bombe, le rovine in frantumi». «Non c’è più Aleppo: qui, in quest’alba, sei libera dal silenzio della morte,» che urla dalla Siria.

 

 

 

 

2° Classificato - Carlo Simonelli di Boll (Berna) – Svizzera

 

 

IL PESO LEGGERO DELL'INNOCENZA 24.2.2016

 

Quando si sentiva triste, la sera si avvicinava al parapetto, vi poggiava le braccia e guardava lontano. La distesa d’acqua, a toccarla con gli occhi era a un centinaio di metri, ma se voleva bagnarsi i piedi doveva scendere da un sentiero, ripido e stretto, che tagliava per le rocce sabbiose, poi per i campi coltivati, e camminare ancora per un pezzo prima di raggiungere la spiaggia. A guardare di sotto, non si vedevano che spuntoni aguzzi, d’un bianco sporco, ma don Felice non ci guardava, perché soffriva di vertigini. Si limitava a pensare ai fatti del giorno, a sua madre, a quel paese dove era stato spedito due anni prima e al sole rosso che gli scuriva il volto non meno dei pensieri. E il cupo peso della vita gli poggiava sulle spalle e premeva fino a lasciarlo senz’aria, un vecchio spirito gli rubava gli sguardi prima che arrivassero a toccare l’orizzonte.

Quando era partito, tanti s’erano chiesti il perché, e certo i più avevano già una risposta pronta da dare, anche se non tutte uguali, ma nessuno al suo arrivo nella nuova parrocchia s’era fatto domande. I religiosi vanno e vengono secondo la volontà di Dio e dei superiori.

Don Felice non se l’era chiesto, il perché, e forse era l’unico che ne avrebbe avuto il diritto e avrebbe dovuto farlo. Alla comunicazione del trasferimento aveva abbassato il capo, con cristiana accettazione, aveva esitato un attimo prima di aprire bocca, e con un filo di voce aveva chiesto quando doveva partire. Appena si venne a sapere del suo comportamento, per la gente fu tutto chiaro. Non si trasferisce un parroco senza un motivo, bastava semplicemente scavare tra i ricordi e qualche colpa sarebbe venuta fuori. Nei paesi si sa sempre tutto, non ci sono paesi dove si può vivere lasciando tutti all’oscuro di ciò che si fa. E lui faceva. E la gente sapeva. E lui meno faceva e più la gente sapeva. Li avevano visti uscire dalla parrocchia accaldati e sudati, coi vestiti sgualciti e sporchi, e a volte anche strappati, quei bambini. E da quando avevano imparato ad andare in parrocchia ritornavano sempre più tardi e tra rimproveri e botte raccontavano di aver giocato a pallone o ad acchiapparella. Quando vennero a mancare dei cimeli in chiesa, si sapeva dove erano finiti; in quale stanzino chiuso a chiave; occhi buoni li avevano visti caricati di notte su un’Ape gialla da ombre che bestemmiavano, e portati chissà dove, chissà perché. Tante cose di valore avevano fatto la stessa fine, e quando la famiglia di don Felice cominciò a fare qualche lavoretto in casa pure i più incerti si ricredettero. Come se non fosse bastato, anche quella ragazza rimasta incinta a sedici anni era stata un colpo a un alveare, uno sciame di dicerie che ronzavano impazzite nell’aria e pungevano a caso chi capitava a tiro, chi si trovava sul proprio mormorio. Era timorata di Dio, certo, e allo Spirito Santo i buoni fedeli erano disposti a credere e ci credevano fermamente quando parlavano di fatti avvenuti per certo solo duemila anni prima, ma al giorno d’oggi poteva essere solo un espediente ingenuo per discolparsi, non poteva essere vero. Soprattutto se lo Spirito Santo, con tanta gente dabbene che c’era in paese, si era presentato alla figlia di Giovannino del Mercato, carpentiere. I sospetti, su chi fosse lo Spirito Santo si restringevano a tre o quattro dei dintorni, tra i quali quel don Felice che ogni giorno se la ritrovava nel confessionale, a qualsiasi ora.

Così, quando si seppe la notizia del trasferimento, nessuno si meravigliò. Tutti pensarono che qualche lettera anonima fosse giunta al vescovo, o più d’una, e che finalmente, quel sant’uomo aveva fatto il dovere del suo ministero. Sissignore, era ora!

Non s’era mai abituato alla nuova parrocchia e non aveva mai legato con i nuovi parrocchiani, non che fossero cattivi, ma era lui che li teneva a distanza, l’esperienza gli aveva insegnato che l’uomo è malvagio, nel suo corpo vi si annida il demonio e per non farsi tentare e sbranare bisogna tenerlo a distanza, e lui così faceva col bastone dell’indifferenza, che tirava fuori ogni volta che qualcuno tentava di avvicinarsi troppo ai suoi sentimenti. Quando si cercava di guardagli nel fondo dell’animo.

A mettergli ancora più tristezza era sua madre, malata, e lui sapeva che pur raccontando in giro della fortuna che le era capitata di avere un figlio con la vocazione avrebbe voluto dei nipoti e non ritrovarsi la casa vuota e sbiadita, dove nuvolette di polvere galleggiavano a mezz’aria tagliate dai raggi di sole che penetravano dalle finestre, stanze vuote restituivano l’eco di una sterile vita di privazioni, nella quale si sentiva da anni puzzo di morte.

Un giorno, mentre era in canonica squillò il telefono. Era la moglie di Giovannino del Mercato che lo pregava di battezzare suo nipote, che avrebbero voluto che fosse proprio lui a farlo, perché lo conoscevano e il nuovo parroco era di un’altra pasta, superficiale per le cose dell’anima, aveva sì la vocazione, questo non lo metteva in dubbio, ma voleva farlo da lui questo battesimo. A don Felice parve strano, ma non seppe dire di no.

Il bambino era appeso al petto della giovane madre, tutta vestita di bianco come una sposa. I parenti occupavano due file di panche e si riconoscevano dai vestiti pacchiani e le facce rosse di vino e di fatica. Quando l’acqua gli bagnò la fronte, il neonato cominciò a strillare e piangere. Fu allora che don Felice alzò gli occhi e incrociò lo sguardo con quello severo di un uomo che gli sembrava di conoscere, ma non riusciva a ricordare chi fosse. E più cercava di legare quella faccia a un nome, a un’esistenza, e più gli si annebbiava la mente, si cancellavano i ricordi, gli si sovrapponevano. Le nuvole che aveva visto la sera prima si addensavano, presto sarebbe venuta la pioggia. Il vento gli soffiava parole che non riusciva a sentire, che si confondevano l’un l’altra, in un turbine rumoroso si univano e lo avvinghiavano in spire strette che gli facevano perdere il fiato. Dopo un breve capogiro si era accorto, così, che tutti lo stavano fissando, che i fedeli si aspettavano che dicesse qualcosa. S’era interrotto nel mezzo di una frase e dalle navate attendevano che continuasse, ma non sapeva cosa avesse detto prima e dove fosse rimasto. A pensarci bene, non gli veniva in mente nemmeno chi potesse essere quella bianca sposa al suo fianco, quel tenero frutto mondo tra le braccia, tutte quelle bocche aperte che aspettavano una parola. E il turbine riprendeva e lo sballottava nell’immensa confusione di ricordi mai avuti, di cose mai fatte, nei cattivi pensieri del mondo. Ma l’uomo continuava a fissarlo, più degli altri, lo teneva in suo potere, un potere maligno, mentre la sua mano a mezz’aria ancora lasciava cadere un rivolo d’acqua sulla creatura, finiva per terra, bagnava il marmo consunto dai secoli. Fu in quel momento che don Felice guardando il bambino pensò a sua madre, la sua stessa testa liscia dai pochi capelli bruciati, il dolore e il pianto incontrollato, la fatica della malattia che le consumava ogni giorno le ossa, bianchi gessetti che non lasciavano traccia sulla lavagna di una vita, e la polvere che frullava a un raggio di sole posato sul tabernacolo. L’uomo era a un passo, e lo fulminava, stava di fronte come lo Spirito Santo, in mezzo ai crocifissi e alle madonne, all’odore acre d’incenso bruciato. Si aspettava, come gli altri, una sua parola che non voleva uscire, e forse non era altro che l’afonia dell’intera esistenza. Lasciò cadere quello che aveva in mano e si mosse piano lungo le panche della navata seguito da occhi fermi e bocche aperte. Spinse il pesante portone di legno e uscì sulla piazza di fronte alla chiesa. Camminò per un centinaio di metri fino alla balaustrata, appoggiò le braccia e guardò lontano, dove le nuvole azzurre si abbracciavano e confondevano, pioveva adesso, lì in mezzo al mare, presto la tempesta sarebbe arrivata , portata dal vento, avrebbe lavato la polvere dalle strade, ma alla prima schiarita sarebbero state di nuovo sporche, nessuna pioggia può nettare dal male del mondo, nessun fuoco estirpare le colpe incerte, dietro di lui la gente era uscita silenziosa dalla chiesa e gli faceva da seguito, tenendosi a distanza.

Don Felice s’arrampicò sul parapetto come un angelo nero che sembrava ancora più scuro di quando era al fianco di quella madonna col bambino in braccio, alzò le mani al cielo, e gettato un grido in un momento scomparve di sotto, andando a finire tra le rocce che adesso s’erano tinte anche di rosso.

 

 

3° Classificato - Donato Nuzzaci di Santa Cesarea Terme (Lecce)

 

FERRO, FUOCO E FANTASIA

 

Littorina, impiegata presso le Ferrovie Sud-Est, tra voglia di evasione dalla monotonia e gratitudine per aver vissuto una vita speciale

 

Volevo confondermi tutt’uno con l’immenso spazio naturale. Per rinfrescare il corpo e l’anima. Far entrare i miei piedi a contatto con la terra fresca, piena di erbetta, licheni, ornata di pietre e pietruzze, popolata di rovi e animaletti. Lo volevo, lo desideravo.

Qui, disperso nella campagna tra Spongano e Castiglione d’Otranto, posata la bicicletta su un muretto, il mio sguardo si era precipitato a puntare due strisce parallele, rettilinee e infinite: i binari delle ferrovie Sud-Est.

 

Colava il mio naso, d’un tratto. Per l'emozione forse, oppure per il fastidio di sentire quell'odore pungente proveniente dalle traversine e da quei ferri vincolati al terreno misto breccia: ruggine, petrolio, resine, nafta, catrame..........

 

……Tuhthunt tuhthunt…...Sciuff….sciuff…….Tuhthunt tuhthunt.........

 

C’è qualcosa di strano intorno a me... Il binario vibra sempre più. È un continuo ticchettio, frenetico, a tratti fastidioso. Un dondolio incalzante. Sarà la spinta del treno, penso tra me. Mi assalgono mille dubbi e mi accorgo che però non si tratta di piccole oscillazioni.

Adagiato sul muretto comincio a sentire un fischio continuo, assordante. Eccola! Arriva…, arriva……. Vedo Littorina… oggi è in forma smagliante. Ma cosa sta succedendo? Viaggerà sicuramente sui 100 km/all’ora. Velocità assurda. Non consentita per ora su quei binari con le traversine in legno... tutte traballanti….

Mi passa accanto. Mi sfiora quasi. E succede l’incredibile: si accorge di me seduto sulle pietre e, con una frenata al limite, si blocca letteralmente. Mi fissa, ansimando.

Non ci potevo credere. Con gli occhi fuori dalle orbite dei fanali, Littorina si ferma. Grida. E si smuove tutta. Con voce affaticata, supplica: «Aiuto! Aiuto! Hei tu, aiutami, ti prego!».

Oh..… cara, ciao! Ma che succede?, chiedo con espressione stupita, mentre noto che nella carrozza non c’è un solo passeggero, nemmeno uno.

«Vogliono portarmi via da qui! - esclama Littorina con voce squillante - non vedi? Rifanno le traversine, ristrutturano i passaggi a livello, potenziano l’elettronica, riducono i casellanti. Il tutto per cosa? Per far viaggiare le persone più velocemente con treni di ultima generazione, e far risparmiare loro una manciata di minuti. Aiutooooo! Salvami, salvami ti prego!!. Portami a mare, fa qualcosa per me…….».

Ma insomma, Littorina! Tutto questo baccano. Non sai che la tecnologia ha bisogno di ammodernarsi in continuazione? E’ lo “sviluppo”, bellezza. E’ la “crescita”.

«Senti, io voglio andare via da qui. Lo vuoi capire? Non voglio essere smembrata in mille pezzi oppure addirittura trasferita in un qualche paese del Terzo mondo…, magari col caldo torrido in groppa tutto l’anno!». Littorina non scherza e finisce la sua supplica in un bagno struggente di lacrime.

 

Da una campagna vicina sento rumore di passi sul terreno inzuppato d’acqua piovana. I click di una macchina fotografia. Faccio dieci metri e scorgo lui. Il mio amico Agostino.

«Pazzo! Ti ho sentito questionare, ma con chi parli?», mi domanda socchiudendo gli occhi. Guarda, Littorina piange, dice che la polizia ferroviaria verrà a prelevarla tra non molto per un destino che non si sa. «Ho paura che sia un altro dei tuoi sogni», sentenzia.

«Buon uomo …ciao!» balbetta Littorina dal binario. «Fate qualcosa per me, ho pochi minuti a disposizione per parlarvi, fra non molto passerà un altro mio collega da qui».

A dir poco elettrizzato dalla sorpresa di poter parlare per la prima volta nella sua vita con una macchina, Agostino si ravvede: «Mia cara, - dice rivolgendosi al treno - dovresti sapere che tutto cambia. Essere legati al passato è come trovarsi col culo per terra dentro una cella che impedisce  il contatto diretto con la vita. Crogiolarsi poi nelle proprie abitudini, nella propria autocommiserazione, nei propri presenti dolori, nel ricordo dei bei tempi passati, nell’inerzia, nella rassegnazione, nella vana tranquillità dei giorni che scorrono sempre  uguali, non è mai un bell’esercizio. Ma ti salveremo vedrai», continua col dirle con un pizzico di ironia. «Abbiamo salvato perfino la Parmalat, vuoi che non salviamo proprio te?». E rincara: «Vedi bella, il tempo non si perde e non si trova…Quando avrai capito che…il tempo non passa, sei tu che passi… avrai capito cos’è il tempo e vivrai meglio il tempo che ti resta».

Littorina si china quasi a toccare la terra con il mento ferroso. Sembra travolta da ondate di disperazione, stremata. Davanti a sé, nella fantasia, scorrono immagini di un tempo ormai lontano, quando bambini, anziani, studenti e lavoratori salivano sul suo groppone, alcuni festanti altri un po’ meno, per raggiungere l’altro capo della Provincia o della Regione.

Decido di azzardare una proposta: «Ho un piano per provare una fuga disperata. Ma tu Littorina, dovrai esaudire un nostro desiderio».

«Va bene, va bene, dimmi. Fai veloce che ho pochi altri istanti…».

«Domenica prossima, approfitteremo del fatto che i treni della Sud-Est sono fermi. Io e Agostino ti aspetteremo qui su questo stesso punto. Saliremo nel tuo scompartimento e ci porterai in viaggio tra le province di Lecce, Taranto e Brindisi dove respireremo aria di messapia, profumi seducenti e godremo di paesaggi affascinanti. Sarai, a quel punto, per una volta considerata il treno sul quale viaggia la Felicità.

«Perfetto, per me va benone», dice Agostino. «Sì ma poi cosa succederà?», chiede Littorina con una certa ansia. «Io voglio scappare via da qui, nascondermi in qualche modo per salvare almeno la dignità: non mi va di restare ancora per molto su queste linee parallele e sentirmi confusamente precaria, surclassata, raggirata dalle giovani e avvenenti carrozze tutto smalto e velocità».

«Vedrai…».

Domenica 3 marzo 2013 ore 8.30 del mattino. Littorina arriva con gran fretta nel punto concordato e frena d’impeto. «Siete pazzi! La gente mi guarda attonita. Tutti i passaggi a livello oggi sono aperti, ogni volta devo stare attenta e andare a passo d’uomo. È vietato procedere di domenica. Qualcuno avrà chiamato la polizia. E nel giro di poco, verranno qui! Salite!».

 

Ci fiondiamo nel cuore della Littorina. Il viaggio prende avvio. I motori già caldi, quasi esplodono. Sembra di stare su un aereo in partenza. Trema tutto, dalle sedie ai finestrini.

Castiglione, Tricase e poi via via verso Gagliano. Il treno è tutto nostro. Nessun controllore. Nessun passeggero. Il paesaggio è multiforme. Arriviamo a Casarano, poi Gallipoli. E ancora Nardò, Novoli, Francavilla Fontana, Martina Franca, Taranto. Da qui torniamo a Lecce. E poi Zollino, il tempo di un buon caffè al bar della stazione e quindi di nuovo torniamo a Spongano. Pioggia, poi sole, ancora pioggia.

«Ragazzi, piaciuto eh?», sorride Littorina. «Meraviglioso! - esclama Agostino. Sei stata incredibile, insuperabile, sublime». «E ora - le dico - ti porteremo al mare, per il primo bagno della stagione. Dovrai soltanto cercare di lasciare i binari e inserirti in quella stradina asfaltata laggiù in fondo. Ti aspetteremo lì».

Littorina si prepara al grande salto: svincolarsi dai binari e fuggire verso nuovi orizzonti, dove più congeniale sarà la sua dimensione.

Oscilla avanti e indietro. E’ piuttosto emozionata. Prende la rincorsa e mentre sta per compiere una rocambolesca manovra….succede qualcosa di inaspettato. Boom!!!

 

 

4.a Classificata - Daniela Vigliano di Cigliano (Torino)

 

LA FINESTRA

 

La stanza d'ospedale, pulita e anonima nella sua asetticità, aveva la finestra affacciata su un giardino. Volgendo lo sguardo verso destra, il capo stanco appoggiato al cuscino, Alma poteva vedere la natura che stava dando il meglio di sé in quel caldo mese di luglio.

Il verde del prato faceva a gara con quello delle foglie degli alberi, ma la sfida non poteva essere considerata che persa, tanto erano molteplici le varietà di colore delle foglie dell'acero, o del piccolo rododendro ormai senza fiori, o della lavanda, che con i toni azzurrognoli del suo sottile e profumato fogliame, creava una macchia più chiara sullo smeraldo dell'erba.

Un'ape, ronzando rumorosamente, si stava avvicinando ai fiori della madreselva, che, profumatissimi, assolvevano al loro compito principale, attirare gli insetti, oltre a quello di regalare profumo e bellezza con i loro colori rosati.

Una piccola lucertola decise che aveva oziato abbastanza al sole e svelta si diresse nel folto dell'erica, forse in cerca di cibo.

Il cielo che si intravedeva tra il fogliame era di un blu cobalto, terso e senza nubi come può esserlo soltanto in una giornata splendida di luglio, calda ma non afosa. Un'unica scia bianca, dritta e lunghissima, testimoniava il passaggio di un aereo. Chissà dove stavano andando i passeggeri? Magari in vacanza in lontani mari del sud, o forse erano soltanto pendolari dell'aria, che salivano in una città del nord e scendevano in una del meridione, manager attivissimi, valigetta alla mano - il loro fedele computer - obbligato a restare spento per tutto il viaggio.

Era con quel tipo di  cielo, in quel tipo di giornate che Alma, un tempo, amava trascorrere sola i suoi pomeriggi sul terrazzo. Apriva la sdraio, si legava i capelli alla nuca, tirava indietro la frangia e si disponeva a passare alcune ore a godere del caldo del sole, che le tingeva la carnagione già scura e le riscaldava le ossa doloranti, rammentava, da anni.

Ora era lì, in quel letto da ospedale, e non le restava che ricordare. Ricordare quello che era stato della sua vita, del suo matrimonio felice, del rapporto difficile con suo figlio, di quello complicato con i suoi genitori.

Le restava solo quello da fare ormai, da quando aveva saputo di avere un male incurabile, uno di quelli che in un breve lasso di tempo ti portano via le forze, senza che nemmeno tu possa accorgerti di averne sempre meno e di volere sempre meno aiutarti a vivere per quel poco che ti resta.

La chemioterapia aveva definitivamente sostituito con una calotta di cotone i capelli che da una vita erano stati il suo cruccio: fini, indomabili, né ricci né lisci. Insignificanti. Scherzando diceva che se avesse potuto esprimere un desiderio dopo aver trovato la lampada di Aladino, avrebbe chiesto certamente di cambiare i propri capelli con quelli folti e belli di suo marito.

Ormai anche i capelli non contavano più. Ormai non contava più nulla. Doveva solo aspettare. La vita avrebbe fatto il suo corso e, come un fiume che giunto alla foce sta per confondere le sue acque con quelle del mare, allargandosi e perdendo vitalità, diventando più quieto e quasi fermo, così Alma sentiva che stava perdendo forze, sentiva il suo corpo come allargarsi piatto senza energie, sotto il calore delle lenzuola.

Desiderava giungesse presto l'ora delle visite. Voleva vedere suo marito, parlargli, dargli la mano, sentirlo vicino. Voleva dirgli le cose che stava sentendo, quella strana sensazione di nulla, di sentirsi nulla e molle sotto le lenzuola.

Mancava ancora un'ora. Lui sarebbe arrivato puntualissimo, come sempre. E l'avrebbe confortata, come sempre aveva fatto durante tutta la vita.

Si sistemò meglio, per riuscire a vedere non solo una parte di cielo ma anche il muretto che delimitava il cortile della clinica. Lì sopra andava sovente a rannicchiarsi al sole un gatto, che sembrava la guardasse da lontano e, ogni tanto, chiudesse gli occhi, come fanno i gatti per sorridere. Le era simpatico quel gatto. Avrebbe voluto averlo vicino, carezzarlo e sentirne le fusa sotto le mani.

Lo vide: le sorrise. Anche lei gli sorrise, socchiudendo gli occhi.

Quando il marito arrivo, la trovo ancora sorridente, gli occhi chiusi, il capo rivolto alla finestra. Non avrebbe potuto più potuto sorridere a lui né baciarlo. Era arrivato in orario, ma troppo tardi.

 

 

5° Classificato - Fabrizio Trainito di Roma

 

DESTINO CRUDELE: STORIA MINORE DELL'ILIADE

 

Ero lì proprio dove mi dovevo trovare.

Dove il destino voleva che io fossi. Né un cubito più in là, né più in qua, purtroppo, proprio sulla strada di Achille, il più forte degli Achei. Lui non era lì per me ovviamente, ben misera preda ero per un tale rapace. Non avrebbe sprecato neanche un istante per cogliere la mia vita, né le mie povere armi gli avrebbero portato gloria alcuna. Fui io a gettargli incontro quel che rimaneva della mia vita. Ero lì per quello e chissà quale musa o dea aveva sacrificato la mia inutile vita per un più alto scopo.

Ero sceso in battaglia nella Guardia di Priamo, prima tra tutte le forze ad incalzare l'invasore fin sulla spiaggia. Avevamo sbaragliato le forze nemiche che disordinatamente prendevano posizione a difesa delle navi. Il loro obiettivo era quello di rendere sicuro lo sbarco, il nostro era quello di ricacciare in mare quei vili e farli fuggire a nuoto indietro fino alle loro terre.

Gli dei dall'alto ci guidarono sicuri e ci infusero coraggio. Colpimmo tutti insieme come un sol uomo, come un gigante d'acciaio, mentre le nostre armature luccicavano ardenti, accecando con il loro bagliore gli occhi dei nemici. I greci si sparpagliavano senza disciplina con il terrore nel cuore, consapevoli di essere stati abbandonati dai loro dei. Giungemmo sulla spiaggia dove lo sbarco degli invasori perse ogni criterio.

I guerrieri spingevano e si accalcavano sulla battigia, i servi invece cercavano di risalire a bordo temendo per la propria vita. In questo andirivieni ogni ordine venne ignorato, in una tale confusione, che alquanto destò in noi risa e scherni. Qualcuno in quella foga esagerò, come accade di solito in questi casi e sicuramente gli dei nemici ne furono offesi. Le onde che fino ad allora avevano reso arduo lo sbarco sospinsero le imbarcazioni sulla riva tutte insieme. Nessuna si capovolse e presto rigurgitarono i guerrieri sulla sabbia così numerosi che era impossibile contarli. Combattemmo valorosamente contro forze preponderanti, indietreggiando verso le dune e poi dietro verso i campi. Fu allora che lo vidi, con un compagno ferito sulle spalle. Lo portava in salvo, mentre comandava la ritirata verso le nostre possenti Mura. Ettore era sempre stato il più degno di tutti e ognuno in cuor suo sperava di imitarlo, fosse anche per una sola azione, forse anche per un solo gesto.

E allo stesso momento vidi Achille, il più temuto degli Achei. Era lì dove la battaglia infuriava, in prima linea, senza corazza né elmo, né uno scudo per coprire il fianco, ma nessuno osava attaccarlo. Quando vide Ettore in fuga lo puntò, quasi come un segugio che ha scovato la sua preda e nulla e nessuno può più sottrargliela.

Sì stacco dalla sua linea e avanzò sicuro, mentre i Troiani indietreggiavano e si spostavano al suo passaggio. Nessuno incrociò la spada con la sua mortale lama, né osarono in alcun modo respingerlo indietro. Era ormai giunto a pochi passi da Ettore, che stava deponendo il ferito su una biga e gli voltava le spalle. La sua ora sarebbe giunta rapida e di nulla si sarebbe accorto, né di me si accorse e del mio sacrificio. Ero lì per quello e solo quel magro onore mi era stato destinato.

 

Fu così che mi frapposi tra la belva e la sua preda, unico ostacolo prima di ghermire il suo trofeo. Vidi la rabbia nei suoi occhi perché un simile mortale si permetteva di sbarrargli il passo. Più volte tentò di sottrarsi all'impari duello, che gloria non gli avrebbe portato. Mi spinse di lato e passò sulla destra, ma presto mi rialzai. Provo a scavalcarmi sulla sinistra, ma non mi detti per vinto. Infine sfogò la sua rabbia tempestando di colpi il mio scudo. A stento rimasi in piedi, ma persi la mia difesa: solo la spada ora mi proteggeva.

In quel momento vidi l’eroe greco così disperato, ma di certo non era per il mio scudo rovesciato sul terreno. Con la coda dell'occhio vidi Ettore allontanarsi alla guida della biga, ormai salvo, lanciato verso le porte Scee. Achille mi fissò rabbioso e la rabbia cresceva ad ogni istante. Percepì la mia soddisfazione e comprese. Fu allora che attaccò senza più indugio. La mia spada resistette ben poco è presto mi ritrovai a terra indifeso ad attendere la mia ora.

Mi sollevò tenendomi per i capelli e urlò ad Ettore di tornare indietro a difendere i suoi. L'eroe troiano varcava allora le porte e nulla sentì di quella piccola tragedia, la mia. Né altri testimoni ci furono del mio sacrificio.

La lama sola e il carnefice ne furono testimoni e gli dei, che mi inviarono sulla sua strada e che presto dimenticano chi ad onori non è destinato.

 

 

 

 

 

 

 

 

DIPLOMA D'ONORE

 

1° - Desirè Bravi di San Fiorano (Lodi)

 

IL SACRIFICIO DI ISACCO

 

Fra tre giorni ci sarebbe stata la festa del raccolto e Abramo stava controllando i preparativi, per accertarsi che tutto fosse perfetto: aveva già scelto l’ariete che avrebbe immolato in quell’occasione e si stava guardando in giro soddisfatto, quando gli comparve l’arcangelo Gabriel.

«Davvero un ottimo lavoro! Sarà una festa fantastica, devo però dirti che, per un’occasione così importante, quell’animale non va bene, devi invece sacrificare Isacco sul monte Moira.»

«Che cosa??? Il mio…» balbettò il patriarca.

«Sì, proprio quello» lo interruppe l’arcangelo. «Ordini divini» così dicendo, sparì.

 

Tre giorni dopo Gabriel era tranquillamente sdraiato su una nuvola, lanciando acini d’uva per aria e riacchiappandoli al volo con la bocca, quando Michael lo afferrò rudemente per un orecchio.

«Ahia, Michael! Che ti prende?» strillò Gabriel, costretto ad alzarsi.

«Sei andato a dire ad Abramo che doveva sacrificare Isacco?» gli chiese l’arcistratega, mollandolo.

«Ma sì, gliel’ho detto tre giorni fa!» rispose, strofinandosi l’orecchio.

«E hai specificato che intendevi il suo ariete più bello? Perché sta per sacrificare l’umano Isacco!»

«Ma che c’entra il figlio? Non dirmi…»

«Sì, invece!» strillò Michael. «Ha creduto che parlassi di lui!»

«Oh, per la…» esclamò Gabriel, schiaffandosi una mano sulla faccia.

«Io vado a fermarlo e tu va’ a prendere quell’animale e portalo subito sul monte Moira!»

 

Michael non aveva mai volato così veloce in tutta la sua millenaria esistenza e tutto per colpa di quel pasticcione di suo fratello, gli sarebbe costato così tanto spendere due secondi in più e specificare che si parlava di un dannato animale e non del figlio di Abramo? Per fortuna atterrò giusto in tempo per fermare il patriarca.

«Non fare alcun male al ragazzo!» gli disse, ansimando.

Abramo lo guardò stranito: «Prima il Signore mi ordina d’immolare mio figlio e poi che non devo farlo? A quale dei due ordini devo dar retta?»

Michael spalancò le sue sei ali, color rubino con le punte dorate. «Ora so che temi Dio e non Gli hai rifiutato il tuo unico figlio ma adesso slega il ragazzo.» Si rese invisibile. “Ma dov’è Gabriel?

Finalmente arrivò, restando invisibile.

«Dov’eri finito?» chiese l’arcistratega.

«Prova tu ad acchiappare un montone che non ha alcuna voglia di farsi immolare!»

«Non dirmi che non l’hai portato…»

«Va bene, non te lo dirò…» replicò Gabriel, vedendo però che Michael cominciava ad alterarsi, si affrettò ad aggiungere: «Certo che sì, si trova impigliato in quel cespuglio laggiù: ero stufo di prendere zoccolate in faccia.»

«Non potevi tramortirlo?»

«Ho avuto paura di danneggiarlo e renderlo inidoneo al sacrificio.»

Quando Abramo vide il suo animale imprigionato, andò a prenderlo e l’offrì in olocausto al posto del figlio.

Michael tornò visibile e gli disse: «Siccome non hai rifiutato al Signore il tuo unico figlio, sarai benedetto con ogni benedizione e la tua discendenza sarà molto numerosa, come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare. Saranno benedette per la tua discendenza tutte le nazioni della terra.»

 

«Hai avuto un’idea geniale a dire ad Abramo che era stato messo alla prova e ripetergli le stesse benedizioni che aveva già ricevuto» disse Gabriel a Michael, quando tornarono in Paradiso.

«Qualcosa dovevo pur dire, per rimediare al pasticcio che tu avevi combinato.»

«Mi dispiace molto» disse Gabriel contrito, guardandolo da sotto in su. «Ma pensa al lato positivo.»

«E sarebbe?» chiese l’arcistratega.

«Abramo ha dimostrato la sua fede nel Signore, non rifiutandoGli il figlio, Isacco ha dimostrato il suo coraggio non sottraendosi…» cominciò a elencare Gabriel, contando sulle dita.

«E tu hai dimostrato che sei totalmente inadatto a fare il messaggero!» urlò Michael, prese fiato e proseguì, più calmo: «Tuttavia temo che se non lo fai tu, obbligheranno qualcun altro e non vorrei essere io il prescelto, pertanto non ti farò rapporto.»

«Grazie, fratellone, sei il migliore!» esclamò Gabriel, assestandogli una manata in mezzo alle ali.

 

 

2° - Fausto Toccaceli di Cagli (Pesaro–Urbino)

 

NANY (canto diurno di un migrante italiano)

 

Forse il sussurro nacque prima delle labbra,

e senza alberi mulinavano le foglie.” *

Quando mi alzai dal letto Nany era già arrivata e aveva fatto colazione. Sopra il tavolo due vasi con delle rose, rose di tanti colori. Chiesi a Berhane – la mamitè (1) - chi le avesse portate. Lei sorrise e chiamò Nany ad alta voce. La bambina sopraggiunse di corsa; le mani sul viso a nascondere la gioia soddisfatta.

Nany è parente a Berhane – quantomeno vive a casa sua. Ha sette anni – questo dichiara e di ciò bisogna fidarsi, visto che in Etiopia non esiste anagrafe ufficiale se non nella memoria di ciascuno. Io l’ho invitata. L’ho vista crescere; porto sempre qualcosa per lei, quando torno dall’Italia.

Quella mattina, la bambina esibiva bei stivali di pelle e una tuta blu nuova nuova.

Tu” indicandomi “mi hai portato gli stivali e il giacchetto. Un anno fa. Allora gli stivali erano grandi, adesso sono giusti”, ruotando su un tacco “ti piacciono?!”.

Belli! Bellissimi. Li usi quando piove?”.

Sì certo! Ma anche quando c’è il sole… e con la polvere”.

Li accarezza con la mano per pulire le molliche di biscotto rimaste sopra. Ride; è contenta; i suoi occhi brillano e si dilatano; i denti splendono e le fossette, prima appena accennate, ora scavano le guance.

Aspetta qui”, la fermo con le mani posandole sulle spalle ”prendo la macchinetta e ti faccio qualche foto”. Mi allontano un minuto. Torno con la macchina fotografica. Lei si aggiusta le trecce e la molletta che regge i capelli ribelli. Si allaccia la tuta blu. Fa due passi indietro. E’ già pronta, come si fosse aspettata questo mio invito. Scatto una, due volte. La faccio cenno di mettersi a favore di sole. Scatto ancora, una, due volte.

Guarda! Ti piaci così?!”.

Si avvicina; indica il riquadro, mentre le foto scorrono velocemente. Si allontana, poi torna. Salta, alza le mani, intona una canzone: gode della fanciullezza.

Vieni”, la prendo per mano “vieni che ti faccio vedere altre foto che ho fatto ai gorilla in Ruanda. Conosci i gorilla?”. Mi guarda incuriosita. Fa cenno di no. Mi segue. Si posiziona davanti il computer, mentre cerco la cartella con le foto promesse. Le immagini si susseguono intanto che illustro quello che sta vedendo.

Ne vuoi vedere ancora?!”.

I would prefer not to!”.(2)

Sisay!,” lo zabagna (3) “Sisay, fai vedere a Nany le foto che hai sul tuo palmare, magari, visto il vostro morboso credo copto, è interessata a santi e madonne”.

Nany guarda il palmare, lo prende in mano, lo spegne. Sullo schermo scuro compare il suo viso. Sorride. Si specchia e sorride. Lo restituisce.

I would prefer not to”.

Sisay!, chiedile cosa vuol fare! Non possiamo andare in giro per la città, non ho l’auto… domandaglielo per favore! ”.

I due confabulano; sembrano essere d’accordo; Sisay si avvicina.

Dice che preferirebbe giocare con la corda…saltare sulla corda”. La indica, appesa sulla grata della finestra. Sisay la prende e gliela consegna. Salta a tempo, riesce per almeno una decina di volte a superarla, prima che le si impigli nella fibbia degli stivali lucidi. Ritenta, riparte, respira forte per la fatica. Ora invita me e Sisay a saltare con lei. Il ragazzo lo fa. Io, accetto di ruotare la corda ma non di saltare, non mi sembra il caso.

E ora che si fa?” rivolgendomi al luogotenente “Pensi che le farà piacere vedere un film animato in tv?!”.

Sisay si avvicina e glielo chiede. “Che ti ha detto, le fa piacere?”. “ No, i would prefer not to…Così mi ha risposto. Mi ha chiesto di prendere un sasso, un sasso bianco, ma non so per fare cosa”.

Prendi il sasso allora”, ne indico uno, proprio vicino ai nostri piedi “prendilo e vediamo cosa ne fa”. Nany lo ha visto prima di noi; lo raccoglie; ci fa cenno di spostarci. Si china fino a raggiungere con le mani il cemento e inizia a segnare delle linee. “Cavolo! Sta tracciando la settimana…la campana…Come diavolo la chiamate voi! Hai capito di che gioco si tratta Sisso?” Lei ha già gettato il sasso sul primo riquadro. Salta, ruota su se stessa, bisbiglia parole incomprensibili. Torna, ricomincia lanciando il sasso su caselle sempre più lontane. Sorpreso e rilassato mi chiedo se quello che vedo è ciò che si definisce… vivere nella fanciullezza. Guardo una bambina – la luce degli occhi, il suo sorriso - e scopro in lei un sapere istintivo: cose d’altri tempi.

All’inesplicabile in noi, e intorno a noi.” **

Dov’è ora?!” chiedo al guardiano. “E’ nella mia stanza, sta scrivendo”. La bambina esce di corsa e mi mostra due fogli su cui ha scritto dei nomi. “Chi sono queste persone? Sono nomi di persone vero Nany?!!” “Si certo…Sono le persone a cui voglio bene”. “C’è anche il mio nome?!” “Certo che sì…”. Si copre gli occhi come a nascondere vergogna, come a velare l’effetto che accade dopo una dichiarazione importante. “Posso tenere io questi fogli?”. “No!” risponde secco “ I would prefer not to”. Mi servono per fare…Vedrai”. Rientra nella stanza di Sisay e chiude la porta dietro di sé.

Ne esce poco dopo. Ha in mano un aeroplanino, di carta. Sopra le ali, - ben evidenti - i nomi scritti prima. Bagna la punta del prototipo e lo lancia lungo il corridoio del giardino. Questi si impenna, compie evoluzioni in aria ed atterra sopra l’insalata. Ne lancia un altro, con lo stesso risultato. Li raccoglie appena planati; torna in stanza; non chiude la porta e così l’ho vista scrivere ancora. Uscita, me li mostra indicando il sotto ala, dove, in vece del disegno di due missili aria terra, così stava scritto: per Fausto da Nany,… per Lucilla da Nany.

Tra il mondo della realtà e me stesso, non c’è più oggi spessore di tristezza.” **

La mattinata trascorse tra gare di astuzia e di velocità , intramezzate da brevi tappe per gustare qualche fragola nell’orto. Mi chiesi, nella pausa di una corsa, se fosse stato più bello raccontare storie o sentirsele raccontare, se meglio rincorrere o essere rincorsi (per correre più forte). E ancora, se più emozionante restare bambino – nell’apparente allegria - oppure diventare “nonno” – per natura -, a sfidare ogni responsabilità. Al momento, mi risposi, va bene così come sto, dentro la mia figura di antropofagotto (anche perché non so essere altro). Nelle incertezze di ogni giorno guardare e tacere al fine di imparare, affinché ogni attimo mi percuota con qualsivoglia questione. Spero di riuscire a farlo ancora per un po’, finché mente non si separi.

 

Siamo votati ad essere soltanto esordi di verità? “ **

 

Note

* Mandel’stam

** René Char – Fogli d’Ipnos

 

1 – faccendiera addetta alla casa

2 – preferirei di no!

3 – guardiano

 

 

3° - Caterina Tagliani di Sellia Marina (Catanzaro) con il racconto “Il sogno di Rogerius”

 

IL SOGNO DI ROGERIUS

 

Sulle alture scendeva lenta la sera, gli ultimi raggi del sole illuminavano ai piedi del cavaliere una distesa di floridi e secolari uliveti che, assorto nei suoi pensieri Rogerius sembrava non vedere affatto. Il viso era corrucciato, come se un pensiero nascosto lo turbasse, l’armatura che portava sembrava pesare sulle sue forti spalle quasi incurvate né si accorgeva che il sole ormai giunto al tramonto faceva risplendere la sua corazza d’argento. Il cavallo, docile fra le sue ginocchia, procedeva lento, assecondando quasi l’umore del suo bel cavaliere.

Quando all’improvviso s’impennò, Rogerius fu quasi sbalzato di sella, cercò di calmare l’animale che, ritto sulle zampe posteriori sembrava invece recalcitrare sempre più fino a quando riuscì a liberarsi dal morso e abbandonare a se stesso il suo cavaliere fuggendo e nitrendo a lungo. Rogerius non era abituato ad essere spodestato da alcuno, tanto meno dal suo cavallo, per cui dopo un primo attimo di smarrimento si rialzò e iniziò a guardarsi intorno mentre i raggi del sole andavano man mano allungando solo qualche ombra: la sera sarebbe giunta presto ma non si scoraggiò.

Sapeva bene di essere nei suoi possedimenti e che la sua dimora non poteva essere lontana, s’incamminò tranquillo verso quella che sembrava una luce, una capanna forse di qualche pastore ma dopo aver fatto pochi passi, si accorse di essere dentro una grotta, una luce la illuminava ma non riuscì a capire da dove provenisse: la capanna gli parve vuota, dai muri grondava un po’ d’acqua e nel silenzio rotto solo dalle gocce che battevano sul pavimento di pietra, gli parve di avvertire dei singhiozzi.

Il suo nobile animo di cavaliere ne fu subito commosso ma, benché scrutasse ogni angolo, non riuscì a vedere nessuno, cercò di ascoltare la provenienza di quel pianto così accorato e gli parve che uscisse proprio da quella misteriosa luce che splendeva in un angolo della grotta alla quale si avvicinò con riverenza e, pur non vedendo alcuno s’inginocchiò e chiese:

Chi sei? Perché piangi?”, una voce dolce e femminile rispose: “ Non hai forse visto come è stata distrutta la mia casa? Ora non ho più dove andare né alcuno che mi venga a trovare. Il tetto è in rovina perché ogni parete è crollata e ogni mio altare ora è senza fiori… sbriciolato… non più corone alle mie statue che son rotte, giacciono tutte al buio, a terra, nessuno le ha raccolte… il vento le flagella. Ogni povero sostava per riparo e davo luce ad ogni cuore oscuro”.

Rogerius rimase in ginocchio e in silenzio, gli pesavano quelle parole come un rimprovero diretto a lui e mettendo una mano sul cuore rispose: “Sarò il tuo servo e costruirò per te una grande casa, avrai di nuovo il tuo altare, dove tutti i poveri potranno trovare riparo, lo giuro, sono un cavaliere del Signore”.

D’improvviso la luce scomparve e Rogerius non si trovò nella grotta, pensò di avere sognato perché era nuovamente in sella al suo destriero ed un’alba radiosa era sorta colorando ogni foglia che al suo passaggio sembrava inchinarsi; in cuor suo ripensava alla promessa fatta in un antro splendente di luce, ripensò alla voce, gli sembrò di riudire il pianto e promise in cuor suo “ mai più lacrime Al Tuo Altare” perché…

 

Quando scende l'ombra della sera

sempre t'accompagna una preghiera.

Se pensi che il destino t'è avverso

ti prepara di certo un'altra strada

 

perché tu possa giungere alla mèta.

E non aver paura!

Realizzerai ogni tuo sogno infranto

come bottiglia verde sulla riva

 

riluce sotto il sole che la cuoce.

Ed ogni vetro sembrerà più bello

anche fra i sassi e asciugherà al calore

come panno steso accanto al focolare.

 

Ma non temere

v'è sempre un giorno per ricominciare

un altro sogno ancora da inseguire...

e un'altra prece porterò all'altare.

( da “Cadono come petali i sogni”)

 

Come aveva promesso alla voce che nella grotta aveva ascoltato e pensando alle lacrime che l’avevano accompagnata, Rogerius s’impegnò fin dal giorno seguente a cercare un luogo che fosse ampio, luminoso, dove il sole potesse illuminare dall’alba al tramonto la grande casa che aveva promesso di costruire. Passò molto tempo a disegnare, cancellare e ridisegnare nuovamente quello che nella sua mente si presentava come un grande progetto; aveva a sua disposizione braccia forti dei suoi soldati, maniscalchi, fabbri e falegnami, bravi muratori, decoratori e pittori e quando trovò il luogo adatto, i lavori iniziarono e progredirono alacremente. Passava gran parte del tempo a sorvegliare i lavori, spronando, dando suggerimenti e consigli, aiutando talvolta, con grande stupore dei suoi sottoposti che si sentivano onorati dalla presenza del cavaliere e nello stesso tempo cercavano di soddisfare i suoi desideri lavorando il più velocemente possibile e con grande precisione. A sera, Rogerius, stanco e soddisfatto saliva sull’altura e contemplava dall’alto i progressi che quotidianamente la grande casa andava man mano elevandosi. Nel cuore avvertiva una sensazione di pace mista a grande timore, né sapeva spiegarsi il perché di questo disagio e mentre il tempo sembrava trascorrere sempre più in fretta, l’ansia aumentava il desiderio di completare al più presto la sua opera e mantenere così la promessa fatta ad una voce dentro una grotta che non era mai più riuscito a trovare.

L’entusiasmo che aveva all’inizio mostrato e che aveva contagiato anche tutti i suoi aiutanti sembrava a tratti scomparire sotto il peso del tempo che scorreva inesorabile: primavera, estate e autunno erano ormai passate e si preparava un inverno che minacciava di essere rigido. In sogno Rogerius riudiva “…ogni povero sostava per riparo..” e si svegliava sudato e col batticuore, capiva che se non avesse terminato in fretta il suo compito e mantenuto la sua promessa, non avrebbe avuto più pace. A nessuno aveva raccontato la sua visione, né si era sentito in obbligo di farlo, così come nessuno aveva chiesto spiegazioni: non si dovevano e il Signore del maniero si sentiva quasi abbandonato e solo benché la volontà di adempiere alla promessa fatta costituisse per lui un obbligo d’onore al quale non poteva venir meno.

Pensò un giorno di raccogliere attorno ad una tavola gli amici e tutti coloro che aveva assoldato nella costruzione della grande casa, artigiani e contadini, nobili e poveri della sua contrada che, all’invito di Rogerius, avevano spalancato gli occhi cercando di presentarsi con i loro abiti migliori.

L’immenso salone del castello splendeva di luci e risuonava di canti; il profumo dei fiori che riempivano i grandi vasi si spandeva nell’aria, Rogerius osservava contento quell’allegria che accomunava la sua gente, unita nella sua casa: il ricco con il povero, il maniscalco con un Marchese, il calzolaio con un Principe dialogava, forse di scarpe ma insieme a condividere quella festa inaspettata.

Ad un tratto si udì come un tuono, un brontolio lontano sembrò avvicinarsi e per un attimo cadde un silenzio come presago di sventura, la terra si mise a tremare come se qualcosa l’avesse all’improvviso colpita. Rogerius si affacciò al grande portone del suo castello e guardò fuori rimanendo stupito, uscì subito seguito dagli altri ospiti a guardare la desolazione che si presentò davanti ai suoi occhi: la grande casa che era giunta a buon punto e che in tanti avevano contribuito ad innalzare, giaceva a terra, in frantumi, le pietre continuavano a rotolare una sull’altra ma intorno nulla era mutato, alberi e case non avevano ceduto al terremoto.

Rogerius rimase un poco a guardare fuori, poi si voltò e vide tutti gli amici intorno a sé: i poveri che aveva raccolto, i contadini che avevano lavorato, gli architetti che avevano reso famoso il suo castello, i pittori che avevano adornato le sue belle sale con i loro dipinti…li guardò tutti, uno per uno e sentì una grande pace scendere nel suo cuore e comprese al fine di aver realizzato la promessa fatta alla voce che gli aveva parlato e che aveva pianto nella grotta e comprese finalmente il reale messaggio ricevuto. Rogerius s’inginocchiò, dai suoi occhi scendevano lacrime di gioia e non s’accorse che un lampo di luce illuminava la sua figura raccolta come in preghiera …venne subito imitato da tutti coloro che gli stavano intorno e che pensarono volesse ringraziare per lo scampato pericolo; né compresero quando ad alta voce disse: “ Questa casa sarà “Il Tuo Altare”.

 

 

 

DIPLOMA DI MERITO

 

1° Prina Cristina di Roma

 

IPOTESI D’AMORE

 

Chissà perché, quella sera tornava prepotente l'immagine di Andrea.

Era passato molto tempo dall'ultima volta che l'aveva visto, dal loro ultimo abbraccio. Istintivamente si passò una mano sulle labbra. Ricordò che adorava baciarlo, accarezzare la sua nuca mentre lo faceva e, soprattutto, adorava lui. Era stato il primo uomo a farle perdere completamente la testa. E per Livia, sempre attenta al dettaglio e ossessionata dal timore di non riuscire a mantenere il controllo totale su tutto, era stata un’esperienza devastante. L’aveva amato in modo commovente, tanta era stata la passione con cui si era abbandonata a quel sentimento. Fino al momento prima di incontrarlo, era certa di appartenere a quella fortunata categoria di donne autonome in tutti i sensi, sentimenti compresi. Poi, improvviso, l’amore. Quello vero. O, almeno, quello che le era sembrato vero per tutto il tempo che era durato. Con Andrea ogni giorno era diverso da quello precedente e sicuramente meno interessante del successivo. Lui era un uomo apparentemente normale, un professionista affermato. Era abituata a frequentare quel tipo di uomini, appartenevano al suo mondo. Ma, fin dal primo momento che i loro occhi si erano incrociati, aveva avuto la netta impressione che in lui covasse il seme della ribellione. Non quella fastidiosa e ingestibile di chi si schiera contro, a prescindere. O, peggio ancora, di chi si chiama fuori. Ma quella, assai più intrigante, dell’uomo che pur accettando le regole del gioco, tenta di distruggere dall’interno il sistema che l’opprime.

Sorrise, ripensando a certe loro serate durante le quali per chiunque sarebbe stato impensabile crederli due amanti. Sembravano piuttosto due ragazzini alla loro prima uscita. C’era, tra loro, una complicità che andava oltre l’amore, oltre l’attrazione fisica. Un comune sentire, un medesimo scrollare le spalle di fronte a ciò che non riuscivano a comprendere fino in fondo. Un gioco, un meraviglioso gioco, cercarsi, perdersi, ritrovarsi. Ma sempre con la certezza di riuscire a costruire una storia importante. Nonostante la moglie di lui. Elisa, una donna fragile, eppure così tenacemente abbarbicata ai pensieri di Andrea. Una presenza lieve, discreta, ma indispensabile per lui.

E’ il mio passato, il mio punto fermo. Solo così posso essere me stesso, liberarmi. Altrimenti mi sentirei un pazzo. Io volo e lei è giù, che mi aspetta.

Gliene parlava, a volte. Era Livia a chiedergli di raccontarle la loro vita in comune, quasi per potervi entrare, seppure di soppiatto. E, naturalmente, ne soffriva. Avrebbe voluto essere lei la donna che la sera lo attendeva con un bacio e un sorriso. Avrebbe desiderato potersi stendere, la sera, accanto a lui con la consapevolezza di trovarlo ancora là, al suo risveglio. Ma, fin da subito, le era stato chiaro che mai e poi mai Andrea avrebbe trovato la forza per compiere quel passo definitivo. E, forse, neanche lei sarebbe stata capace di affrontare il futuro insieme con quel rimorso.

Il loro era un rapporto da vivere senza riflettori e senza domande. Proprio per questo ogni istante diventava speciale. Avevano entrambi la consapevolezza dell’unicità di ogni singolo gesto, di ogni parola. Persino un bacio acquistava un sapore diverso: sapeva di effimero ed eternità.

Senza volerlo, stavano imparando la nobile arte del vivere l’attimo.

Quella che non è data a tutti conoscere. Un dono prezioso che la vita aveva voluto riservare loro chissà perché. Forse, in fondo, se lo meritavano.

Livia, da tanto tempo ormai, si era sentita sola e neanche troppo disperata ma sicuramente priva di slanci, di entusiasmo. Quindi rassegnata a proseguire i suoi giorni senza scosse. Andrea, invece, pur avendo accanto Elisa, avvertiva una sorta di vuoto emotivo che, ma era solo un’intuizione di rari momenti dedicati a se stesso, sapeva bene di poter colmare soltanto innamorandosi di nuovo.

Non si erano cercati, si erano ritrovati a incrociare le loro vite, un giorno. Per caso. E, per caso, si erano innamorati.

Una storia clandestina come tante altre, in apparenza. Una passione senza uguali, per loro. Due persone ormai non più giovani che, contro ogni pensiero logico, sfidavano apparenza e ragione per consumare insieme l’incontenibile voglia di vivere.

Un film, quasi. E, come ogni film che si rispetti, con un finale importante.

Tragico, nel loro caso.

Elisa era morta improvvisamente. Un infarto, un attimo.

Andrea, quel giorno, era morto con lei. Seppellito da rimorsi e sensi di colpa, insieme al suo amore per Livia che si era spento lentamente, tra accuse silenziose e rimpianti malinconici.

 

Un anno, oggi.

Era sola, quella sera: un cognac, un bel vestito e tanti ricordi.

Per un istante, Livia dimenticò di essere in quel locale. Era al cimitero, ora. In fondo, quasi camuffata. Sicuramente nascosta agli sguardi indiscreti di chi aveva amato o conosciuto la moglie di Andrea. Anche adesso piangeva. Come quella mattina.

Un altro, per favore – si rivolse al barman. E, dopo essersi furtivamente aggiustata il trucco, mandò giù l’ennesimo bicchiere della serata.

 

 

2° Michela Di Renzo di Siena

 

IL MAGLIONE DI CANAPA

 

Quell’anno l’autunno era arrivato presto a rinfrescare le serate. Eppure continuavo ad uscire quasi ogni giorno: passeggiavo lungo le mura fino a completarne il giro una o due volte. La città al tramonto sembrava ancora più bella, con il suo dedalo di vicoli stretti e le torri merlate. Quella sera il vento era più freddo del solito e per uscire ci voleva un maglione. Ne trovai uno, uno che non ricordavo nemmeno di avere, nell’ultimo cassetto dell’armadio.

Me lo misi alla svelta. La stoffa era spessa, filata a nido d’ape, ruvida al tatto. Dopo qualche secondo avvertii un pizzicore sulla braccia ed intorno al collo dove il golf formava un doppio colletto. I polsini mi stringevano stretti a trattenere l’aria perchè non passasse da fuori e le cuciture erano in rilievo. Di fronte allo specchio cercai di aggiustarmelo meglio. Fu allora che me lo rividi davanti.

Giulio aveva 17 anni, un gran ciuffo di capelli rossi e gli occhi verdi più belli che avessi mai visto. I suoi, toscani di nascita ma milanesi di adozione, dopo tante estati trascorse in Liguria, avevano da poco comprato una casa a Castiglioni dove io passavo da sempre le mie vacanze. Era per questo che non lo avevo mai visto, perché uno come lui me lo sarei ricordato di certo. Giulio era entrato alla svelta nel gruppo diventando amico di tutti: sapeva andare in barca e c’era sempre qualcuno che cercava un prodiere. La sera davanti al lampione dove ci trovavamo di solito parlava in continuazione di bolina e di lascare la randa. Io stavo quasi sempre zitta senza sapere che dire perché avevo imparato a stento a nuotare, figuriamoci andare a vela.

Vuoi venire a fare un giro in vespa?”. Quando una sera Giulio me lo chiese mi guardai intorno per essere certa che si rivolgesse proprio a me. Eppure sul muretto non c’era nessun altro. “Ma io in vespa non ci so mica andare” mi era subito scappato di bocca. “Te non devi fare niente, sali e basta” replicò lui con quell’accento quasi straniero. Per un secondo mi passarono davanti le mille ansie dei miei sul motorino, tanto che non me lo avevano mai comprato, ma Giulio era lì e forse non me lo avrebbe più chiesto.

La vespa correva parecchio, sterzava a destra ed a sinistra: io seduta dietro, con il cuore che mi batteva all’impazzata, mi stringevo a lui il più forte possibile, con gli occhi serrati per non vedere quello che poteva accadere. Dopo un tempo che mi parve infinito ci fermammo vicino al viottolo che portava alla spiaggia. “Facciamoci un bagno, stasera fa un caldo tremendo” propose lui. Lo seguii zitta zitta cercando di riprendere fiato. Arrivati sulla battigia si levò alla svelta i vestiti di dosso e si tuffò. “Ma che fai lì da sola, buttati”. Io rimasi a guardarlo con i piedi incollati sulla sabbia mentre la sua testa ricciuta entrava ed usciva dall’acqua. Poi uscì e senza asciugarsi tutto bagnato mi abbracciò e cercò di baciarmi. “Ma che fai, tremi tutta?” “Non ho portato il maglione” risposi balbettando. Non potevo dirgli che tremavo perchè prima di allora non avevo mai baciato nessuno. “Prenditi questo”. Raccolse da terra il suo golf e me lo tirò quasi in faccia. Io mi trovai costretta ad indossarlo, ruvido e spesso: pizzicava lungo la schiena.

Al ritorno il viaggio mi parve diverso perchè lui guidava più piano. Tenni gli occhi aperti e mi guardai intorno: non era affatto male sentire il vento fresco sul collo e sulla fronte. Però quando mi fece scendere davanti al lampione, non ebbi nemmeno il tempo di togliermi il suo golf che lui era già ripartito.

La mattina dopo sulla spiaggia la notizia si sparse alla svelta: alle due della notte una vespa era andata fuori strada lungo la strada panoramica costruita quell’anno. Il ragazzo era stato sbalzato dal mezzo ed era morto sul colpo. I soccorritori avevano cercato per circa due ore prima di intravedere un ciuffo di capelli rossi in fondo al burrone. Era Giulio. Mentre ne parlavano iniziai a sentirmi confusa, mi girava parecchio la testa. Tornai a casa di corsa. Il suo maglione di canapa era piegato nell’ultimo cassetto dell’armadio. Me lo infilai e mi misi a letto.

Pizzicava, pizzicava così tanto da far piangere. E pizzica ancora.

 

 

3° Daniela d'Attis di Lecce

 

Tutti gli alberi, un tempo, erano immobili

 

Tutti gli alberi, un tempo, erano immobili. Solo qualche ramo soleva di tanto in tanto spostarsi fra destra e sinistra in base al vento, ma nulla di più. Accadeva solo che le foglie si staccassero e, prendendo il volo, si trovassero spaesate chissà dove.

Un giorno un grande e secolare albero incontrò una giovane foglia che il vento aveva per sbaglio fatto sbattere contro il suo tronco rugoso.

Salve Signor Albero, mi scusi!–

Tu non sei una delle mie foglie.– constatò l’albero osservandone la strana forma e l’inconsueto odore.

No Signore, io vengo da est.–

L’albero ci pensò su e poi chiese: –Cosa significa, se posso domandare, venire da est.–

La foglia, per un attimo, pensò che l’albero volesse prenderla in giro e burlarsi di lei, poi si ricordò della grande sventura di queste imponenti creature a cui Madre Natura aveva sì dato forza e grazia, ma privandole della possibilità di viaggiare e di vedere tutti i colori del mondo.

Vedi Signor Albero,– disse allora la foglia –il mondo è una grande sfera e tutto ciò che vi è sopra fa il giro e poi ritorna al punto di partenza. Per non perderci abbiamo deciso di dire che viene da est chi arriva da là– e la foglia indicò là l’est –ovest, chi viene da lì- e la foglia indicò lì l’ovest –e poi ci sono il sud lì e il nord là- indicando anche nord e sud.

L’Albero non capiva. –Ma se l’est è là, l’ovest è lì e così via, io dove mi trovo?–

La foglia sorrise dell’ingenuità di chi conosce solo il proprio orto e poi, con calma, spiegò:

Vedi Signor Albero, se io mi sposto più in qua tu diventi il mio là e così sei il mio est. Invece, se io mi sposto più in qui tu sei il mio lì e così diventi il mio ovest. Stessa cosa per il nord e il sud.–

Avrebbe continuato spiegando che è dove per prima si vede sorgere il sole che si pensa, così, per convenzione, come al punto di partenza, ma l’albero sembrava già abbastanza confuso. Infatti si limitò a chiederle:

Cara foglia, vorrei che mi portassi in viaggio con te.–

La foglia sorrise dell’insensata proposta, poi prese la prima folata di vento, salutò il Signor Albero, e continuò il suo viaggio.

L’albero rimase lì, o là, da solo, pensando alla sua amica viaggiatrice e pian piano si accorse di non aver mai guardato più lontano del punto in cui cade la mela.

Si sforzò allora con lo sguardo sino a notare ciò che c’era e che non aveva mai visto. Notò persone, case, una palla che rimbalzava e un uccellino in cielo. Notò l’orizzonte, senza sapere cosa fosse; guardò a est e a ovest senza fare distinzione. Guardò ancora oltre e, con sommo stupore, vide un albero che lo stava guardando a sua volta.

La voglia di arrivare all’altro, in men che non si dica, divenne incontenibile.

Allora cercò di urlare, ma la sua voce si disperse nella lontananza. Cercò di dirigere i suoi rami, ma erano troppo piccoli per poter coprire una tale distanza. Tentò di mandare una delle sue foglie a fargli da messaggera, ma le foglie scelgono da sole la loro direzione.

Poi d’un tratto si ricordò di quei piccolissimi prolungamenti che lo tenevano ancorato al terreno e che, bevendone l’acqua, erano suo mezzo di sostentamento. Aveva sempre creduto di appartenere alla sua terra, ma in quel momento capì che era la sua terra che apparteneva a lui. Così si sforzò e lasciò crescere quei suoi prolungamenti sotto il terreno e, finalmente, provò la gioia del movimento, lo stupore dello spostamento, la meraviglia dell’altrove.

Pur all’apparenza immobile, in realtà sotto il suolo l’Albero si muoveva, girovagava. E persino raggiunse l’albero che lo stava guardando e insieme si estesero sino a viaggiare senza sosta.

L’Albero capì che le radici non sono un freno bensì un mezzo a propria disposizione per apprezzare tutto il nostro sferico mondo.

 

 

 

 

 

MENZIONE DI MERITO DELLA PROLOCO E DEL CIRCOLO MARIO LUZI PER UN ARGOMENTO SULL'ANTICA VERETUM

 

Alessandro Colonna di Monteroni (Lecce)

SE I CRETESI AVESSERO AVUTO INTERNET – La vera storia di Veretum

 

Sapete, non ho mai chiesto un nuovo smartphone, ma non è detto che non lo vorrei. D’altronde oggi avere un buon cellulare è simbolo di potenza, stabilità, forza. Spero solo che una volta arrivati in Sicania provvederemo a fare delle spese. Siamo in viaggio da giorni ormai. Creta appare un puntino in lontananza. Le nostre navi iniziano a dare segni di cedimento, le vivande iniziano a scarseggiare e soprattutto i miei giga stanno per terminare. Sarebbe un vero guaio se il cellulare mi dovesse abbandonare prima di essere arrivati a destinazione. Questo aggeggio è l’unico modo per rimanere in contatto con Elef, la ragazza di cui sono follemente innamorato. Lei si trova su un'altra nave. Ci conosciamo dalla nascita, abbiamo frequentato le stesse scuole. La sogno ogni notte, intravedo i suoi capelli gialli in ogni filamento di paglia, sento sfiorare le sue mani sul mio viso ogni qualvolta soffia il vento. Peccato che lei tutte queste cose non le abbia mai sapute. E’ un amore un po' complicato il nostro. O forse sarebbe meglio dire il “mio”. Mi son promesso che appena saremo arrivati le confesserò tutto. Basta. Anche a costo di rovinare 16 anni di amicizia. Nel frattempo cercherò di non pensarci e di godermi il viaggio. Anzi adesso vado a curiosare sui social. Eh già, da quando internet è entrato nelle nostre vite non ne possiamo più fare a meno. Proprio pochi minuti fa Poseidone ha pubblicato una foto con sua nipote Alope, che in molti sostengono possa essere la sua amante. Io preferisco non crederci, ma Retig, la pettegola del gruppo, ne è sicura. Nel frattempo Alerke, il nostro comandante, controlla il meteo sul suo cellulare. Dice che non avremmo potuto scegliere periodo migliore per salpare. Il sole picchia duro, il mare è una tavola. Io mi annoio facilmente, purtroppo i miei amici sono su altre navi e mi limito a fare dei giretti su Facebook per ammazzare il tempo. Elef si è scattato un selfie questa mattina. Sorride. Niente di meglio per mettermi di buonumore. Qualcosa però inizia ad andare storto. L’equipaggio è preoccupato, Alerke ha una brutta espressione sul volto. E’ panico. Mi facevo spazio per chiedere cosa stesse succedendo ma all’improvviso capii tutto: alle nostre spalle vi era un acquazzone in arrivo. Nuvole piene di pioggia avanzano velocemente verso di noi. I gruppi Whatsapp esplodono, sono messaggi di paura. I nostri questa volta non sanno veramente cosa fare. Io sono nettamente terrorizzato, aspetto suggerimenti dai più esperti. Mia madre cerca di tranquillizzarmi, ma più lo fa e più capisco che sta per succedere qualcosa di grave. Il mare inizia ad agitarsi, la barca ad oscillare. Un fulmine in lontananza cade a picco sull’orizzonte, di fronte i nostri occhi. E’ panico. Alerke ci raccomanda di fare attenzione e di aggrapparci a qualcosa di solido durante la burrasca. Il temporale si fa sempre più vicino. Io non posso che pensare ad Elef e sperare che stia bene. Provo a mandarle un messaggio ma non c’è segnale. Sono in ansia. Una lieve pioggerellina accompagna i nostri cattivi pensieri. Il maltempo è arrivato, contraddicendo le previsioni meteo. Stringo la mano di mia madre ed acciuffo una fune: i cavalloni e i fulmini non avranno pietà di me. Urla di terrore, pianti di bambini, preghiere degli anziani sovrastano il rumore dell’acquazzone. Alerke tenta di ammainare le vele, ma facendolo rischia di essere preso da un fulmine. Per fortuna gli va bene. Io continuo ad abbracciare mia madre. La fune regge il nostro peso, forse non per molto. La barca dà la sensazione di potersi capovolgere da un momento all’altro. Basta l’onda sbagliata e la frittata è fatta. Murel, il saggio, affida agli dei le speranze della sua vita. Ha perso la moglie pochi mesi fa e crede che anche in questo momento vegli su di lui per condurlo alla salvezza. Io credo che Poseidone si stia veramente divertendo in questo momento. Dicono che gli dei ci mettano alla prova costantemente per vedere le nostre reazioni. Noi intanto abbiamo completamente perso la rotta, non si sa più dove siamo diretti. Ma forse questo è il male minore, speriamo prima di uscirne sani e salvi. Alerke parla con ognuno di noi, si dimostra un vero condottiero. Ci tranquillizza, dice che ce la faremo. Per distogliere i cattivi pensieri decide di intonare una canzone. Si, è proprio un uomo dai mille talenti. Nel frattempo decidiamo di buttare fuori dalla nave tutti gli oggetti meno stabili, così facendo nessuno rischierebbe di essere affossato da una botte di vino. Passano le ore e la tempesta non vuole proprio saperne di cessare. Ci abituiamo, se il mare viaggia a questa velocità forse ce la faremo. Per ora nessuno ha corso particolari pericoli. Tranne Retig, che per scattarsi un selfie con il maltempo ha rischiato di cadere in acqua. “Questa foto farà il giro del web quando tutto sarà passato”, sostiene. Noi la assecondiamo. Tutto ad un tratto il vento cambia. La nave aumenta il dondolio. Urliamo tutti, anche io. L’albero maestro è stato preso da un fulmine, sta per cadere sui nostri corpi. Per fortuna lo schiviamo, ma il lato sinistro della nostra barca è praticamente sfondato. Guardo negli occhi mia madre, le sussurro che ce la faremo, ci facciamo coraggio a vicenda. I più esperti lavorano per noi, Alerke sorride e ci rasserena.

La notte passò molto lentamente, ma per fortuna il sole si levò ancora una volta davanti ai nostri occhi. Alzo il busto, guardo mia madre: si sono ancora vivo. La tempesta è passata. Vediamo una terra in lontananza, speriamo che sia la Sicania. Non c’è campo ed i nostri cellulari sono fuori uso, Google Maps non ci potrà aiutare. L’unica cosa certa è che bisogna scendere da queste navi. Approderemo li, qualunque posto sia. Conto le imbarcazioni, ci sono tutte. Spero che Elef stia bene. Finalmente intravedo la sabbia sotto i miei occhi, la riva è sempre più vicina. C’è tanto entusiasmo, mia madre piange di gioia e mi bacia sulla fronte. I miei piedi toccano terra, sembra un posto bellissimo. Murel guarda il cielo e ringrazia, Alerke tenta di capire dove siamo finiti. Per me non è tempo di esplorare, è arrivato il momento di cercare Elef. Scendono tutti, rivedo un sacco di amici. Ma lei ancora no. Le navi sono approdate quasi tutte tranne una, la speranza di vederla è tutta li. Mi avvicino, vedo un ciuffo biondo, delle lunghe gambe ed un sorriso inconfondibile. E’ Elen ed è sana e salva. Ci rincorriamo e ci abbracciamo. E così arriva il momento, le palpitazioni aumentano, le labbra seccano, le ginocchia tremano: “Elen sono innamorato di te”. Ecco fatto l’ho detto, ora si gioca tutto in questi istanti. Lei sorride e mi fa cenno con la testa. Arrossisce e mi abbraccia. Si, mi ama anche lei. Adesso ci teniamo per mano e realizzo di avercela fatta. Sono l’uomo più felice del mondo. Ora però ci concentriamo sulla nostra nuova casa. Murel crede di aver capito tutto: questa non è la Sicania, siamo in Apulia. L’acquazzone ci ha trasportato sullo Ionio. Per un attimo siamo scossi da un sentimento di sconforto, ma poi pensiamo che tutto sommato qui il posto non è niente male. E dopo una lunga decisione finalmente il verdetto finale: fonderemo una nuova città proprio qui. Si chiamerà Veretum e nascerà tra il mare, il sole ed il vento. Aggiorniamo i nostri profili Facebook per comunicarlo ai nostri amici e ci accorgiamo di un dettaglio di non poco conto, il commento di Retig sotto la foto di Poseidone e Alope: “Povera tua moglie Anfidrite, dillo che la tradisci!”. Capimmo subito che la tempesta fu una punizione per ciò. Il dio del mare ci aveva castigato per quel commento. Per fortuna dal male se ne ricavò bene. Decidemmo di lasciar perdere e ci scappò solo una risata. Qualche ora dopo Murel e gli altri saggi posarono la prima pietra: la nostra storia iniziò proprio in quel momento.

Da allora il Salento non sarà più lo stesso: i Messapi colonizzeranno l’intero stivale, impareranno a modellare la pietra leccese ed esporteranno pasticciotti in tutto il mondo. Per il resto i selfie di Retig, sono già storia.

 

 

 

MENZIONE DI MERITO DONNA ESTERO

 

Monica Landolfi – di Olivos (Argentina)

 

Angelina nel cassone dei ricordi

 

Lei era tanto angelica quanto il suo nome. I nomi, sono lo specchio dell’anima? A chi spetta il compito di scegliere un nome al posto di un altro, visto che le possibilità di scelta sono tantissime? Come si vincolano nome, persona e personalità per farli diventare identità vera e particolare di una nuova esistenza?

Il fatto è che Angelina, come il suo nome, era alquanto celestiale.

Lei era la quinta sorella di una famiglia italiana composta da otto fratelli. Suo padre, il figlio del tenente e sua madre, semplicemente, Maria Vincenza.

Angelina era una bambina con la pelle bianca, pallida, diafana. I suoi occhi erano di un verde intenso, piccoli. Occhietti che invitavano a baciar quell’innocenza che splendeva su tutto il volto.

Ai quindici anni, lei aveva subito un problema all'udito che nel tempo si era aggravato al punto di lasciarla completamente sorda, e così in quel particolare suo mondo ha percorso i suoi novantanove anni i quali, moltiplicati per i corrispondenti trecentosessantacinque giorni che compongono un anno, davano come risultato la rispettabile somma di trentaseimila centotrentacinque giorni che, a sua volta, quantificavano la sua presenza di vita su questo mondo.

Angelina viveva, così, tutta immersa dentro il proprio silenzio. Senza rumori esterni, viveva in un isolamento obbligato dalla propria condizione. Nel tempo si era trasformata nella fanciulla protetta dei suoi fratelli maggiori e dopo questo ruolo si è trasferito ai suoi nipoti, i quali l'hanno sorvegliata fino all’ultimo momento della sua vita, perché lei non ha avuto né figli e né marito.

Svolgeva lavori artigianali in quanto si rendeva conto che dovesse contribuire alla sua sussistenza ed anche all’economia famigliare della casa paterna. Casa che era strapiena di rumori e di movimenti durante il giorno che però cessavano la sera. Ed era lei l’incaricata a chiudere le porte e le finestre all’imbrunire, soprattutto quelle della cantina che incuteva paura ai membri della famiglia quando avvertivano il cigolare del legno un po secco del pavimento prodotto dal passare del tempo. Nella sua condizione, lei non sentiva alcun rumore ed ignorava quel genere di paura, che evocava negli altri fantasmi inesistenti, e, quindi, era la più indicata a svolgere quel compito.

Arrivò un giorno, però, che le condizioni familiari e personali della famiglia peggiorarono. Le guerre, la miseria e la mancanza di opportunità lavorative costrinsero suo padre ed i suoi fratelli ad emigrare per cercare nuove opportunità lavorative e migliori orizzonti, con la speranza un giorno di ritornare. Speranza, però, che alla fine si è trasformata solo in un desiderio perché i suoi familiari non sono più rientrati.

Così Angelina si era chiusa in mondo di ricordi che incominciavano a sfumare nella sua memoria con il passare dei giorni e degli anni.

Poi un giorno, all'età di 94 anni, passando davanti al computer dei suoi nipoti, vide una foto.

In un primo momento non ci fece caso, perché era indifferente alle nuove tecnologie e passava sovente davanti al computer senza fare attenzione a quello che i nipoti facevano, però quella volta qualcosa la riportò bruscamente indietro nel tempo. Fece allora qualche passo indietro e fissò lo sguardo sullo schermo, dove era presente una foto in bianco e nero, un po’ ingiallita e sfumata dal tempo, con le figure di due uomini.

Angelina fece appello ai propri ricordi ed alla fine riconobbe che quelle figure, che indossavano i vestiti dei soldati della Prima Guerra Mondiale, corrispondevano a quella del padre, all'età di 38 anni, e che aveva visto per ultima volta 74 anni prima, ed a quella del fratello di 17 anni.

La foto del suo passato familiare era rimasta rinchiusa in una piccola valigetta piena di altre foto e ricordi di altri tempi, che i suoi nipoti avevano trasferito sul computer, ed era riapparsa all’improvviso, come un incantesimo, davanti gli occhi di Angelina, risvegliando i ricordi di quei lontani tempi.

Immobile davanti alla foto, e, scavando negli archivi della sua memoria d'un colpo rinfrescati, mosse l'indice verso le figure sullo schermo ed esclamò con gioia e sicurezza: Mio padre!

Erano passati settantaquattro anni dal giorno in cui quei familiari erano partiti senza più ritornare, ma alla fine la loro presenza umana si era di nuovo concretizzata grazie ad una foto apparsa sul computer dei nipoti e quei familiari erano stati restituiti alla memoria ed alla famiglia.

Angelina, che era rimasta chiusa per tanti anni nel suo silenzio, all'improvviso recuperò tutte le sue energie e la memoria storica espressa con quella magica parola che da tantissimo tempo non aveva più pronunciato.

 

 

SEZIONE NARRATIVA STUDENTI

 

1.a Classificata - Diletta Giaquinto di Patù (Lecce)

 

La principessa stonata di una fiaba assai diversa

 

Tesoro, per favore, abbiamo le orecchie piene del tuo canto”.

Ascoltando quelle parole dette da suo padre il Re, Isabella, principessa di uno degli otto Regni incantati, chiuse la sua bocca e smise di cantare.

Giunse la sera e conclusa la lezione di canto, Isabella andò nella sua stanza e si perse nel rumore dei suoi pensieri, mentre si guardava nel suo immenso specchio:

Com’è buffo esser me! Principessa di un regno incantato, che però non incanta”.

Isabella era l’unica figlia del Re e della Regina, ed era anche l’unica principessa ad esser diversa. Isabella non era esattamente come le altre sette principesse del reame. No, lei era l’opposto: lei era l’unica a non saper cantare, lei era l’unica a non vedersi bella, lei era l’unica a non sentirsi una principessa.

Piccola mia, tu sei una principessa, tu sei la mia principessa”.

La regina sapeva bene cosa alloggiava nella testa di Isabella togliendole il sorrido, per questo ogni giorno le ricordava sempre che lei era una principessa, e che meritava quel nome. E ogni volta, Isabella annuiva, sapendo che quella era la verità, ma era così difficile per lei crederle.

Finché una mattina di un giorno come tanti, qualcosa nella mente della principessa sembrò prender posto. Un’idea, un piano, un pensiero inaspettato, talmente diverso da far sentire la principessa stranamente al posto giusto.

Isabella decise di partire, di fare un viaggio lontano, in un luogo diverso di cui aveva solo sentito parlare: il Regno al contrario.

La principessa, decisa nel suo intento, salutò suo padre il Re e sua madre la Regina, e si incamminò. Durante il viaggio, la ragazza pensò a tutto quello che aveva sentito sul regno in cui stava per andare. Si ricordò ciò che le raccontava sua madre, ogni singola storia su quel regno così particolare che nessuno volle mai visitare, perché diverso.

Si narra, piccola mia, che lì, oltre quella collina e il fiume, ci sia un regno talmente strano da essere chiamato il Regno al contrario. Si dice che il Re di quel regno, sia alto poco più di un metro, e che la sua Regina non indossa mai la corona. Le voci di quei pochi che ci sono stati, parlano di un bambino che non sa parlare e di una bella principessa che non riesce a camminare. So per certo, che in quel Regno il principe non ha la pelle candida come un principe deve avere, ma scura, nera. E che la sua promessa sposa scrive, quasi come scarabocchi, figure strane che non sembrano parole. I sudditi sono tutti matti. In quel Regno nulla è come gli altri regni, nemmeno gli animali”.

E col ricordo di queste parole scolpite nella mente, la principessa era ormai giunta a metà strada:

Devo solo attraversare il fiume e, intrapreso il sentiero, sarò arrivata”.

Così pensò e così fece. Attraversò il fiume, camminò lungo il sentiero, e si ritrovò nel Regno al contrario.

Camminando per una delle strade che portavano a palazzo, la principessa vide i sudditi di quel Regno che parlavano l’uno con l’altro, ognuno con un sorriso sul viso, ognuno pieno di felicità. Uno di essi, aveva una bottega e Isabella vi entrò, rimanendo affascinata da quello che vide. C’era nel negozio, su un trespolo, un animale che la principessa non aveva mai visto prima di quel momento. Aveva le piume tutte bianche, il becco nero, e un grande ciuffo giallo. Isabella fu affascinata tanto da quel animale, che rimase fissa a guardarlo. Era la prima volta che vedeva un animale simile, e a quella vista ricordò le parole di sua madre: “Nulla è come gli altri regni, nemmeno gli animali”.

La principessa uscì dalla bottega, e si diresse verso il palazzo. Arrivata di fronte al gran portone, la principessa pensò di dover dire chi fosse, ma in realtà nessuno le chiese il suo nome. Varcò la soglia del portone ed entrò. Nel gran salone del palazzo, vide una ragazza, una giovane principessa seduta su una gran sedia. I suoi piedi non si muovevano, e Isabella si avvicinò a lei. La ragazza, appena la vide, la salutò, chiedendole poi chi fosse.

Sono Isabella, principessa del Regno incantato”.

Ho sentito molto parlare di te”, le disse la ragazza, poi continuò “Io sono la principessa di questo Regno, e ho sempre voluto conoscerti”. A quelle parole, Isabella si sentì lusingata, e le chiese il perché di quel sempre sperato desiderio.

Sapevo che non eri uguale a tutte le altre”. La principessa rispose sinceramente, ma quelle parole toccarono Isabella, che capì che la sua diversità era giunta fin lì.

La principessa del Regno al contrario, notò che qualcosa nelle sue parole, aveva ferito Isabella, e capì ciò che la rendeva triste.

Vieni con me”.

A quelle parole, Isabella rimase muta, non capiva come avrebbe fatto la principessa a muoversi, dato che i suoi stessi piedi non si muovevano. Ma, prima che la ragazza potesse chiederlo, la principessa si fece portare una sedia particolare: aveva due ruote.
“C’è un modo per ogni cosa, basta solo trovarlo”, disse la principessa guardando Isabella, che per la prima volta capì che per essere felici c’è sempre almeno un motivo.

Entrarono in una stanza. C’erano dei quadri appesi al muro, dei quadri bellissimi. Raffiguravano paesaggi e animali che Isabella non aveva mai visto prima di quel momento; ma dipinti così minuziosamente da sembrare reali.

Li ha dipinti mia sorella”, disse la principessa, “Ma nessuno ha mai creduto che tutto questo esista realmente”, e Isabella ricordò le parole di sua madre: “Scrive, quasi come scarabocchi, figure strane che non sembrano parole”.

Vieni, voglio farti conoscere una persona”, le disse la principessa. Quando entrarono nella stanza, c’era un bambino seduto davanti a un pianoforte. Appena le vide, il bambino le salutò con un sorriso e fece un cenno con la mano. Poi, senza parlare, la principessa fece alcuni gesti con le mani, e il bambino capì. Si girò e si mise a suonare. Isabella era ipnotizzata da quella musica.

Non ha mai detto una parola, ma si può parlare in altri modi”, le disse la principessa quando uscirono dalla stanza, e a Isabella vennero in mente delle altre parole: “Un bambino che non sa parlare”.

Ti prego, resta per cena. Vorrei farti conoscere la parte mancante della mia famiglia”.

Isabella accettò volentieri, e giunta la sera, si ritrovò nella stanza con il Re, la Regina, il bambino, la sorella della principessa e il suo sposo. Vedendoli, tutto delle parole della madre combaciava: il principe dalla pelle scura, il Re di bassa altezza, e la Regina così diversa, con quel suo strano modo di vestire e di acconciarsi il capelli; ma conoscendoli e parlando con loro, Isabella si rese conto di qualcosa che non aveva mai capito fino ad allora.

La principessa Isabella tornò a casa, nel suo Regno, e quando sua madre la vide, la ragazza aveva un grande sorriso in viso, come mai prima. La Regina non capì il perché di quella inaspettata felicità. Isabella sapeva che in quel regno tutto era diverso e per questo decise di partire, di vedere ciò che aveva solo sentito. Al suo ritorno sapeva ciò che fino ad allora non aveva capito:

Essere diversi, è ciò che ci rende unici. Io non so cantare, non sono uguale alle altre, non sono così come una principessa dovrebbe essere, però un cosa la so: è la mia diversità a rendermi la persona che sono. E non c’è nulla di più bello che scoprire che c’è dell’altro oltre lo sguardo, oltre ciò che rende strani. C’è un mondo che solo con gli occhi non è possibile vedere”.

 

 

 

 

 

 

2.a Classificata - Chiara Maggio di Patù

 

Dàirine

 

Leggeri bagliori dorati si accendono mentre il sole mi accarezza piano, attraversando l’acqua. Non è raro che la gente trovi tesori sepolti sotto la sabbia, domandandosi da dove vengano e cosa raccontino, ma non sono interrogativi che durano tanto;non si ha abbastanza tempo per ascoltare. Ma ormai sei seduto qui, non ci vorrà molto, quindi chiudi gli occhi, mentre le note, meccaniche e una dopo l’altra, cantano la mia ultima melodia; il tempo e l’acqua l’avranno certamente resa lievemente sgradevole,quindi, per questo, e per altri motivi, ascoltala col cuore. È passato poco tempo ma guarda bene: c’è una ragazza dai lunghi capelli dorati che passeggia sulla riva di questo laghetto; il vestito, di un colore fresco e chiaro, si alza per poi arricciarsi in morbide onde, mentre ride e corre all’ombra degli alberi. Le sue iridi, dello stesso colore del cielo, brillano, dando l’impressione che nulla possa scalfirla; appare ricca di una forza fatta di speranze e convinzioni. Dàirine canta, rivolge al cielo la sua voce ancora incerta, ma che col passare degli anni migliora; e lei cambia insieme a questa, pur continuando a provare un amore immutato per questo luogo. Anche il suo sguardo è diverso, più profondo, come se le domande della vita iniziassero ad affiorarle nella mente; ma non dice nulla, resta in silenzio, osservando il mondo e quasi temendo di far sapere a qualcuno ciò che la sua mente vuole conoscere. Qualcosa la spingeva a tacere e il silenzio, lentamente, iniziò a ricamare su di lei; osservava la realtà senza però vederla, detestava le ingiustizie cui assisteva, e finiva sempre col domandarsi se le espressioni della gente fossero sincere. Iniziava a notare altre donne, uguali a lei eppure trattate diversamente, vedeva i loro volti lividi che sforzavano un sorriso e avvertiva il dolore di quella finta allegria pugnalarle l’anima. Notizie su notizie si affollavano nella sua mente, la morte sembrava richiamarne altra, che accorreva senza farsi scrupoli, con una velocità e un fervore impressionanti.

Veniva ancora in questo laghetto, Dàirine, ma portava con sé libri di grandi menti, probabilmente alla disperata ricerca di un mondo privo di tutto ciò che ora la terrorizzava, e per rispondere alle proprie domande: si può avere paura dell’amore? Era la domanda che si poneva più frequentemente, tormentandosi per l’assenza di una risposta. Ora non cantava più, sè non raramente e in silenzio, mentre i suoi occhi, simili a orizzonti burrascosi, si soffermavano sulla superficie tremolante dell’acqua; avvertiva il vuoto intorno a se, era una sensazione opprimente, soffocante, impossibile da non ascoltare, e forse era anche questo a spaventarla: sapere di essere sola, in quel mondo apparentemente brulicante di gente. Ognuno si curava solo di sè, tanto che quasi senza che nessuno ci facesse caso, la guerra si stava facendo strada, strisciando con sussurri e inganni; intenzionata a bussare alle porte di tutti, sempre temuta, mai meno spaventosa o crudele. Questa dama grigia, coperta di sangue e polvere, stava nuovamente aprendo le porte al terrore, alla discriminazione e alla schiavitù; nulla si salvò dalle sue mani, non una sola cosa era risparmiata, che fosse una creatura innocente o un’opera d’arte. La cultura era nuovamente sviscerata, massacrata e demolita, i libri messi al bando, il sapere scacciato e deriso. Dàirine leggeva ancora; eppure si sentiva oppressa, discriminata, violata nella mente e privata del suo stesso respiro: i segni sui corpi di quelle che incontrava erano aumentati ma i sorrisi, anche i più finti, si erano spenti. Non voleva più lasciare il lago, si rifiutava di tornare in quel mondo che non le apparteneva; aveva ripreso a cantare, ma lo faceva quasi con rabbia, la sua voce chiedeva il riscatto anche di chi non aveva più fiato per domandarlo. Danzava. Se qualcuno l’avesse vista nel mentre, l’avrebbe detta in preda alla follia, ma era sola, e per lei non c’era altro modo per esprimere ciò che sentiva se non sfinire se stessa in quel modo, facendo diventare i piedi doloranti e il respiro irregolare . I suoi occhi erano ormai irriconoscibili, conservavano appena i bagliori della loro vecchia luce: era stata sostituita da un’ intensità profonda e carica di dubbi. Non parlava per custodire gelosamente i suoi pensieri, temeva glieli avrebbero portati via, e non poteva permettere a nessuno di strapparglieli perché venissero gettati in quel mondo che ne era privo … però aveva trovato una risposta alla sua domanda: non era l’amore a fare paura, ma gli uomini che lo concepivano male.

Credo la storia finisca qui. Mi sarei chiesta volentieri anche il perché di questo, se solo avessi potuto, ma quella realtà, che tanto avevo evitato, venne a bussare alla mia piccola porta incantata e mai ebbi tanta paura come in quell’ultimo momento di vita. Non sapevo per quale motivo presi questo cofanetto, iniziando a cantare dopo averlo aperto; ma ad un certo punto non vidi più nulla, la voce sembrava non uscire dalla gola e le mani cedermi mentre altre, avide e sconosciute, mi stringevano, toccavano e strattonavano. Non potevo gridare, il mio canto era solo un sussurro e i ricordi appaiono come sbiaditi, sento solo risate e voci volgari, solo dolore e confusione unite ad un buio perenne. Inutile dire che non mi hanno mai trovata e di me non credo rimanga più nulla se non questi ultimi sussurri. Se non ricordo male c’era il mio nome inciso sul cofanetto opaco che ti è rimasto fra le mani; credo che il tempo e l’acqua lo abbiano cancellato, o almeno è quello che emerge dalla tua espressione …. ma ora non ha più importanza. Alza lo sguardo; non la vedi anche tu una ragazza dalle lunghe vesti e i capelli sciolti cantare? Non noti anche tu la mia anima osservare il mondo con occhi nebbiosi, sperando che un giorno cambi? Non mi hai osservata, mentre sorridevo piano, nascondendo il viso segnato?

 

HANNO VALUTATO I TESTI I GIURATI

 

- Cinzia Baldazzi di Roma – Giornalista Rai1, saggista, critica letteraria, teatrale e musicale

- Mauro Ciardo di Gagliano del Capo (Lecce) Scrittore, pubblicista e giornalista de “La Gazzetta del Mezzogiorno”

- Lorenzo De Ninis di Lignano Sabbiadoro (Udine)–Professore di lettere, poeta e webmaster diwww.poetare.it.

- Gordiano Lupi di Piombino (Livorno)–Editore, giornalista, scrittore, traduttore, pubblicista, direttore de “Il Foglio Letterario”

- Miguel Rosario di Firenze – Attore e regista Venezuelano, autore di testi per il teatro, Direttore artistico Compagnia “Il Bernoccolo”

- Viviana Viviani di Bologna – Recensionista e giornalista-pubblicista

SEZIONE SAGGISTICA

(La graduatoria è compresa tra un voto massimo di 70,05 ed uno minimo di 69,67)

 

1° Classificato - Spanu Giovanni di Patù (Lecce)

 

 

LIBORIO ROMANO PADRE DELL’UNITA’ D’ITALIA – Un grande uomo dimenticato dalla storia ufficiale

 

Se una persona nasce al sud, ha scarse prospettive di affermazione. Da questo modo di ragionare comune, mi permetto di dissentire. Il sud è ricco di personaggi, che hanno dato e danno lustro all’Italia.

Liborio Romano, pur essendo nato (il 27 Ottobre 1793) in uno dei più piccoli paesi d’Italia, Patù (dove vi morì il 17 Luglio 1867), località situata per giunta nel profondo sud, riesce a scalare il potere a livello nazionale e non solo, riuscendo a dare un contributo notevole all’Unità d’Italia.

Infatti, nel periodo antecedente all’unificazione della nazione, 1860 , ricopre incarichi di notevole importanza essendo Ministro dell’Interno e Prefetto di Polizia a Napoli sotto i Borboni.

Questa condizione per le popolazioni meridionali fa ben sperare perché dimostra che non basta essere nati nel sud per essere tagliati fuori dalla politica nazionale: l’impegno ed il desiderio di emergere può dare una grossa spinta verso il successo. E per questo servono ambizione e determinazione, unita alla consapevolezza dei valori che possiedono le genti del sud. Quindi, forza popolo del sud, noi non siamo migliori, ma nemmeno peggiori del resto d’Italia e del mondo.

Don Liborio, è un personaggio che ha dato tanto all’Italia per la sua unificazione, e non solo lui. Anche tanti altri personaggi ne hanno fatto parte e sacrificato la propria vita per il Risorgimento salentino e italiano. Peccato che la storia ufficiale ignori questo grande contributo. Ma giunge sempre il momento della consapevolezza, della presa di coscienza e della crescita culturale per riappropriarci della nostra storia, delle nostre radici. Se non lavoriamo noi per far crescere la conoscenza, è illusorio pensare che lo facciano gli altri.

A Liborio Romano va riconosciuto il merito di essere stato uno dei pionieri della storia post unitaria del sud ed uno dei primi politici che ha alzato la voce per denunciare le condizioni disastrose in cui il meridione era stato relegato. In una lettera del 1860 indirizzata a Cavour, detta delle dieci piaghe del sud, indica i mali delle nostre popolazioni, ma ne elenca anche i rimedi, lettera che non viene presa in considerazione, perché Cavour muore nel 1861, si sospetta sacrificato dai poteri forti.

Questa lettera, letta a 150 anni di distanza dall'unificazione, dimostra che le sue denunce siano rimaste inascoltate perché da allora non è cambiato nulla. Ma questo dimostra anche che Liborio Romano, era un genio ed un grande uomo politico. Infatti, il Cavour, che non lo aveva conosciuto prima personalmente, una volta che lo ebbe incontrato, lo definì come “la migliore testa pensante del mezzogiorno d’Italia”.

Ma evidentemente, la collaborazione tra questi due personaggi, non andava bene ai potenti dell’epoca ed i due uomini politici, in modi diversi, vengono eliminati: Cavour ucciso con strane pratiche mediche proprio dagli stessi medici che avrebbero dovuto curarlo, Liborio Romano, esiliato nel parlamento e reso innocuo, perché non era accettabile che un parlamentare potesse battersi per i popoli del sud, e Don Liborio questo ruolo lo svolgeva e l'ha svolto fino alla sua morte.

La sua coerenza, lo ha portato a non fare le scelte per convenienza, personale o politica, ma ha percorso la via del cuore, e il suo era molto legato al sud e alle sue genti. Oggi si parla ancora di trasformista, voltagabbana, camorrista, ecc... , tutti appellativi che vanno smontati uno per uno. Lui non era attaccato alla poltrona come tanti suoi conterranei, ma aveva nel cuore i destini delle genti meridionali. Il carattere di don Liborio, viene evidenziato in una lettera che il fratello Giuseppe, anche lui deputato, aveva scritto ad un amico, dove si diceva che Liborio avendo ricoperto incarichi così importanti avrebbe potuto essersi ricoperto d’oro, ma a lui bastava il poco che aveva di suo e non chiedeva altro, addirittura è detto comune che lui sia morto in povertà. Questa è la morale di don Liborio, non quella degli opportunisti politici del suo tempo ed odierni che mirano a tutelare i propri interessi politici e personali.

Naturalmente, non bisogna dimenticare che lui faceva parte di una famiglia nobile di Patù e con le sue risorse, nella piccola Patù e paesi vicini, poteva sostenere le sue ragioni con una certa autorità. Inoltre i suoi possedimenti erano tali che garantiva anche un certo benessere al personale da lui dipendente ed anche all'economia locale.

Ma per ritornare all'analisi della figura del Romano ed al suo impegno politico, che tanti guai gli hanno procurato nel tempo, ricordo che lui nasce liberale e non nasconde mai una certa avversità al regime borbonico. Questa sua posizione gli causerà anche restrizioni personali della libertà personale, il confino e l'esilio, per circa venti anni della sua esistenza, senza però mai subire un processo. E sotto il regime borbonico, bastava che qualche avversario politico o persona gelosa facesse una delazione, denunciando anche comportamenti non veri, che si veniva incriminati, arrestati ed incarcerati senza alcun processo. E questo era un altro degli aspetti negativi della giustizia borbonica.

La storia e i presunti storici, si ricordano di lui, solo quando c’è da denigrare la sua immagine, e quindi viene rappresentato via via come trasformista, voltagabbana ed, infine, anche come camorrista. Per cui penso sarebbe ora di smetterla di giudicare, senza conoscerne i comportamenti e gli avvenimenti nella loro interezza e tanto meno la vera realtà politica di Napoli nel periodo borbonico antecedente all'unità d'Italia.

Lui non è trasformista e tanto meno voltagabbana, ma persegue una sua idea ed un suo progetto politico: traghettare il regno delle due Sicilie, verso la sua fine naturale, ormai segnata, in modo pacifico ed evitando spargimenti di sangue.

E poi utilizzare la parola “camorrista” mi sembra anche impropria e poco appropriata al personaggio. Risponde al vero che lui raggiunge degli accordi informali con la camorra, ma al solo fine di tenere sotto controllo la città di Napoli nel periodo del trapasso dei poteri dal vecchio regime al nuovo ed al solo fine di evitare una carneficina tra napoletani.

Lui stesso nelle sue memorie afferma che in tempi normali non avrebbe fatto mai quelle scelte ed aggiunge che il “suo compito era quello di salvare Napoli” e con questi ideali si mosse.

L’episodio del coinvolgimento dei camorristi, può essere condensato in questi termini: Napoli era allo sbando, non esisteva più la polizia ufficiale, la camorra era pronta a mettere le mani sulla città di Napoli, Garibaldi era accampato a Salerno, pronto alla conquista di Napoli. In questa situazione precaria e difficile Liborio Romano si è trovato ad operare mentre gli altri scappavano.

Lui stesso afferma nelle sue memorie, che in “una situazione di grande disordine e confusione, mi feci soccorrere da un’idea un po' bizzarra: salvare il male con il male stesso”. Come oggi, il male di allora era la camorra, ed è di questa che lui decide di servirsi.

A Napoli Liborio Romano esercitava la professione di avvocato ed era molto noto per la sua bravura. Aveva uno studio molto importante dove lavoravano altri quattordici avvocati, tutta gente qualificata, e professionalmente preparata, tant'è che dopo l'unificazione quasi tutti sono diventati parlamentari. Nel suo ruolo di avvocato, per motivi professionali, aveva avuto anche dei rapporti in cause civili e penali con elementi malavitosi e decide di sfruttare tali conoscenze professionali per una collaborazione con la malavita tesa a mantenere l'ordine nella città in un momento di grande confusioni dove anche le associazioni criminali avrebbero potuto mischiarsi alla confusione per alimentarla e gestirla a loro vantaggio. Allora fa chiamare a casa sua i capi dei malavitosi, e dopo averli confusi abbastanza con vaghe promesse di condoni, li convince ad una collaborazione in cambio di una cancellazione del loro trascorsi da criminali dando ad intendere che nella realtà lui gli stava offrendo di redimere il loro passato delinquenziale entrando a far parte delle forze di polizia. L'offerta è troppo allettante per lasciarsela sfuggire e queste persone accettano di collaborare per mantenere la serenità e la tranquillità a Napoli.

Il Prefetto Romano, forte di questo assenso, organizza così delle ronde miste, in modo da impedire alla malavita di sfruttare eventuali situazioni di confusione e bloccarne i movimenti. Le ronde fra l'altro erano sbilanciate nel numero dei componenti, nel senso che le forze regolari di polizia erano in maggioranza ed i malavitosi non erano armati, ed erano individuabili da una coccarda tricolore.

Qualcuno potrebbe sostenere che qualche interesse privato in questa situazione, i camorristi lo avrebbero attuato lo stesso, ma Liborio Romano aveva messo in conto anche questa possibilità. Infatti aveva capito che nelle nuova veste di immunità in cui i camorristi si trovavano qualche interesse privato avrebbero potuto gestirlo lo stesso anzi meglio. Ma era il prezzo da pagare per garantire l'ordine a Napoli in un momento in cui la confusione avrebbe potuto favorire meglio e di più la criminalità se lasciata libera e non vincolata da quell'accordo che lui furbescamente aveva fatto accettare loro in cambio del condono delle loro colpe.

Questo stratagemma permise al Romano di tenere sotto controllo l’intera città e a Garibaldi di raggiungere Napoli in treno ed entrare in città a piedi e disarmato, dove viene accolto in una città pacifica ed addobbata a festa, e accompagnato in carrozza per le vie di Napoli insieme a Liborio Romano e ad Antonietta De Pace, anche questa eroina e patriota salentina di Gallipoli.

In quell'occasione non fu sparato un solo colpo e non venne sparsa neppure una goccia di sangue. Per questo accordo furbesco, che ha scongiurato una guerra civile, Liborio Romano ancora oggi, a 150 anni dalla sua morte (1867-2017), si porta dietro l’onta di una distorsione storica a lui sfavorevole ma soprattutto il marchio di camorrista.

Ma i tanti denigratori e puritani non gli riconoscono alcun merito, ovvero quello di aver salvato la città di Napoli da una guerra civile, dallo spargimento di sangue fraterno e di una eventuale distruzione o danneggiamento dell'arredo urbano.

La storia di questi ultimi anni ha riabilitato tutti, fascisti, comunisti, partigiani ecc..., ed alla fine si riabiliteranno anche i brigatisti del nostro recente passato, mentre il Romano rimane vittima di una lunga persecuzione, in vita e in memoria, a causa della sua coerenza e della suo straordinario intuito politico che gli ha permesso di servire sempre il popolo, mettendo da parte gli interessi personali.

Oggi, coloro che hanno apprezzato l'opera di questo personaggio cominciano a capire che qualcosa si sta muovendo in senso positivo per rendere giustizia all'operato di Liborio Romano. In questi ultimi anni, infatti, sono state presentate tre tesi di laurea sulla sua figura ed, inoltre, sono stati pubblicati diversi libri e saggi che approfondiscono la sua azione politica.

Forse un giorno il giudizio su Liborio Romano si modificherà e coloro che oggi lo denigrano un domani potranno apprezzarne il suo operato pratico e politico. Infatti, se la storia dimentica, una schiera sempre più numerosa e convinta della verità storica, non si omologa con i denigratori e non dimentica!

 

 

2a Classificata - Morena Calzolari di Bologna

 

Parlare bene di Don Liborio Romano

 

Parafrasando il vecchio detto “parlare male di Garibaldi”, che ironicamente ammoniva a non accennare a verità irriverenti ed offensive nei confronti di persone, autorità od istituzioni considerate intoccabili e sacre, queste considerazioni su don Liborio Romano da Patù, ragionando di opinioni dissacratorie ed irrevocabilmente negative, si possono definire un “parlare bene” di lui: un meridionalista ante litteram, l’ideatore del trasformismo politico, maestro di doppiezza, un traditore del suo Paese tradito dal suo stesso progetto, un idealista, nell’accezione più negativa di questa nobile tensione del pensare e dell’agire umano. Le origini e le ragioni di tanto astio e pregiudizio nei suoi confronti non s’intravvedono di certo nelle convinzioni e nei comportamenti, innanzitutto dell’uomo, prima che del politico. Se si accoglie l’ipotesi che il nome di Patù abbia derivazione dal termine pathos, legandone il significato alle vicende cruente subite dagli abitanti all’arrivo dei saraceni, si può accettare anche la convinzione, diffusa, che il pathos sia nella personalità e nel carattere degli abitanti di tale antico luogo. Altrettanto si può dire del suo famoso cittadino, protagonista dei fatti legati al nascere dello Stato italiano. Il giovane Liborio lascia il suo piccolo paese per recarsi a Lecce e vi rimane fino al 1810, compiendovi i suoi studi classici con solerzia ed abnegazione e delineando i contorni di un curriculum di tutto rispetto per quei luoghi e quei tempi. Il decennio francese, dal marzo 1806 al maggio 1815, aveva rinfocolato l’ardore degli animi giacobini del 1799 e fu quella l’atmosfera in cui si formò sia culturalmente che politicamente il pensiero di Romano. Ragazzo dotato, laureatosi poi in giurisprudenza a Napoli, a soli 21 anni ebbe la cattedra di diritto civile e commerciale in quella Università: un riconoscimento significativo ad un personaggio di una terra ancora avara di cultura scolastica ed universitaria. Figlio di buona famiglia, si carica di pulsioni d’alto spessore umanitario, complici i buoni maestri, gli studi e le letture, testimoniati dalla sua biblioteca, oggi smembrata e dispersa in vari luoghi di Patù. La lunga attività di cospirazione carbonara, i disincanti ed i tradimenti subiti, hanno forgiato una personalità particolare, al prezzo dei lunghi anni di reclusione ed esilio, che non è difficile immaginare come tempo dedicato all’elaborare consapevolezze e progetti, oltre che all’affinare la capacità di analisi dei comportamenti e delle necessità dei contemporanei. I successi nelle cause in giudizio, ad alti livelli, contro antagonisti potenti e di fama consolidata, derivavano da una mente brillante nell’esercizio del diritto e della dialettica. Ma è sul sodalizio con Garibaldi ed il comportamento da Ministro dell’Interno di re Francesco II, che si sono sprecate critiche e falsità. Quanto ancora da dire e da scoprire sui giorni della caduta del Regno di Napoli e quale fermento ed ambigui attori affollavano le corte. Il re partì lasciando una dichiarazione di protesta a tutti i governi ed alle potenze d’Europa, consapevole di quanto stava accadendo, della rivoluzione europea che si esprimeva nella sua forma più grande e cercava di gettare le basi di una nazione nuova, libera da tiranni e sovrani inetti: una nazione che avrebbe trovato il suo posto nel consesso europeo, assurgendo ad esempio di fratellanza e moralità. Questo era il fine, l’obiettivo: nulla e nessuno, abili manovratori, puritani dei comportamenti e moralisti del dopo e non del durante, giudici dei compiti e degli obiettivi altrui, avrebbero potuto modificare od arrestarne il raggiungimento. L’antistorico, improduttivo e ridicolo orgoglio meridionalista, attualmente in voga anche fra i detrattori di Romano, è un altro aspetto di analisi errate e poco lungimiranti sulla situazione attuale, sull’andamento socio-politico in atto e la necessità del Paese di rapportarsi con i vari Stati, anche extra europei. E’ l’incapacità di vedere la reale collocazione del sud e l’inizio del nord, non solo d’Italia. Chi denigra l’avvento dei Savoia e la realizzazione dello Stato unitario, dovrebbe recuperare dal testamento di don Liborio il senso del bene comune, l’amore per il proprio territorio e le sue genti, iniziando dal rispetto per un conterraneo che mai ha agito per mero interesse personale. La veridicità di fatti, progetti ed intendimenti del tempo di Romano, storia con la S maiuscola, richiede ancora analisi serie, non giudizi di parte, falsi storici dove si confondono perfino i re francesi: Carlo Magno con Carlo il Calvo, che tanto è presente nel passato di Patù, per intenderci, e per sottolineare le pericolose inesattezze del racconto storico. Luoghi comuni ed informazioni errate, più o meno casuali, non hanno dato all’opera ed alla figura di Romano le giuste contestualizzazioni, commenti e riconoscimenti; ancora c’è da dire, smentire ed offrire scuse, da parte della mediocrità, alla grandezza. Per dirla con parole sue: “sono le piccole menti che odiano la luce del vero (..)” In questo periodo di analisi spesso più di tipo giornalistico che storico, in cui è stata coniata ed avvalorata l’infelice espressione: “solo i cretini non cambiano mai opinione”, anche il trasformismo di Romano e la definizione volta gabbane, dovrebbero essere rivisitati e ripensati. In tempi di assenza di responsabili e di impunità degli stessi, nella politica, nell’economia, nella finanza ed in ogni espressione dell’autorità e del potere, il passato ci consegna “un gran colpevole”, un singolo capace addirittura di manovrare il processo irreversibile di mutazione di Stati, frontiere e regimi, nonché le conseguenti ripercussioni sui destini degli italiani. Occorrerebbe riconsiderare la personalità del “patuscio” galantuomo, che ha fatto conoscere la sua terra fuori dai confini, spaziando in tutta Europa, antesignano di una tendenza che oggi trova consensi ed unanimità di convinzioni. Qualcuno dovrebbe ripensare ai giudizi astiosi, primi fra tutti i napoletani, che in una lapide in memoria lo definirono con ingratitudine un politico con due anime e due leggi morali, sentenziando addirittura che i peccati suoi sarebbero stati i destini della patria e disconoscendogli il merito di aver evitato, pur con strategia poco edificante, ma con un fine che ben supportava i mezzi, un eccidio da vera guerra civile nella loro città, nel momento della resa del re a Garibaldi. Epigrafe anche scorrettamente commentata da un eminente giornalista italiano del secolo scorso che non si è fatto scrupolo d’imputare a don Liborio una serie di responsabilità e comportamenti, sovrastimando le intuizioni del popolo napoletano e, con sommaria conoscenza dei fatti, commentando le sue sorti di politico. Se si volesse imputare la fine di una carriera ad un insuccesso elettorale, bisognerebbe valutare le 400.000 preferenze, ottenute all’indomani della sua candidatura al Parlamento unitario: un consenso plebiscitario all’ennesima potenza, anche in considerazione dei partecipanti e degli aventi diritto al voto. Un altro commento astioso e fuori luogo, quindi, generalista, superficiale: chi fece cosa, cosa capì un popolo e cosa non fece un altro, come se ad essi fosse demandato un potere decisionale monolitico, dinamico ed operativo. Davanti alla fine di una dinastia che inevitabilmente doveva lasciare posto al nuovo, la massa era ben lungi dal poter capire le dinamiche, gli intrighi internazionali ed il lavorio dei faccendieri della politica asserviti al Cavour, decisi al cambiamento. E rispetto allo statista piemontese, l’agire di don Libò è un esempio di limpidezza; da lui convocato, gli rispose con una lunga lettera, un documento fondamentale sul suo modo pensare e rapportare la realtà del meridione al mutamento avvenuto, sui problemi delle sue genti che, forse unico fra i suoi conterranei, portò all’attenzione del grande piemontese, deus ex machina del nuovo Stato. Ne ricavò il complimento di essere un grande meridionale, espressione che avrebbe dovuto garantirgli la riconoscenza ed il plauso dei connazionali. Pure di coloro che, vantandosi meridionalisti post-litteram, in modo poco edificante e quasi irriverente, mettono a repentaglio orgoglio di appartenenza e senso di bene comune: un patrimonio non solo di luoghi, beni artistici, architettonici e di istituzioni, ma di gesta, pensieri e scritti di un salentino, da parte di salentini o di pugliesi in genere. In tale epistola, riletta con abilità di studio ed analisi dal punto di vista dottrinale della scienza della politica, vi si trova l’essenza del suo pensiero e vi si può riscontrare anche il suddetto pathos che è nel Dna dei suoi conterranei, lo spirito dei leucani, di stampo filosoficamente greco. Occorrerebbe rileggere il dispositivo della sentenza di condanna dell’imputato, una vera revisione del suo processo, da cui tanti testimoni, forse correi e complici, sono usciti indenni nella reputazione e nella memoria. Definire Romano maestro di compromessi, manipolatore di persone e situazioni, è mettere in ombra, se non addirittura occultare, caratteristiche personali e culturali ancora da conoscere a fondo. Tante responsabilità sottaciute e molti personaggi si dovrebbero interfacciare a don Liborio: in primis gli altri ministri in carica, bellamente sdoganati ed ignorati, poi le altre figure altrettanto decisive, rispetto agli eventi. Non sarebbe difficile trovare veri esempi di vanità, edonismo, opportunismo e disonestà, sia fra i cortigiani del re che fra quelli del potere contemporaneo.

 

3° Classificato - Rocco Margiotta di Tiggiano (Lecce)

Liborio Romano

 

Non sarà certamente il sottoscritto a delineare l’azione politica di Liborio Romano negli anni concitati della conquista e dell’annessione del Regno delle Due Sicilie a quello di Sardegna di Vittorio Emanuele II.

Non possiedo documenti di prima mano.

Lascio ai ricercatori scovarli e renderli pubblici affinché la storia d’Italia e del nostro meridione diventi più chiara ed ufficialmente vera, togliendole la patina della leggenda, dei personaggi eroici; affinché si capiscano meglio gli intrighi personali, nazionali ed internazionali.

Tutti sappiamo della sua opposizione antiborbonica durante la residenza e la docenza a Napoli.

Docente di Diritto Civile e Commerciale all’Università partenopea, si inserì negli ambienti carbonari napoletani e nei moti del 1820 venne fatto prigioniero, destituito dall’insegnamento, inviato al confino e poi in esilio. Nel 1848 si trovava di nuovo a Napoli. Aveva già l’età di 55 anni. Ferdinando II di Borbone fu costretto a concedere la Costituzione, pare che per la sua preparazione diede il contributo anche Liborio.

I moti napoletani fallirono e il Romano venne di nuovo imprigionato. Egli fece istanza al Ministro di Polizia di commutargli la pena dalla prigione all’esilio che gli fu concesso. Romano risiedette a Montpellier dal 4 febbraio 1852 al 25 giugno 1854.

Mentre il Regno delle due Sicilie barcollava sotto l’azione galoppante di Garibaldi e nonostante le sue idee antiborboniche, accettò da parte del Re Francesco II Prefetto di Polizia. Il 14 luglio dello stesso anno divenne anche Ministro dell’interno.

 

La cronistoria è la fase didascalica degli avvenimenti che ebbero come protagonista Liborio Romano.

Oggi ci si chiede come mai Il re borbonico chiamò un nemico a capeggiare il Ministero di Polizia e poi quello dell’Interno. I monarchi e non solo hanno sempre potuto eliminare i loro avversari politici. Francesco II invece premia il Romano suo antagonista conferendogli due importantissimi incarichi di governo. A quali patteggiamenti segreti giunsero i due. Su quali prospettive siglarono gli accordi da nemici quali erano sin dal 1820? Possiamo immaginare che il monarca, attraverso i suoi consiglieri, aveva intuito che solo il Romano avrebbe potuto sbrigliarli la grovigliata matassa che si stava confezionando.

Il re per tentare con ogni mezzo di conservare il trono si rivolse ad un vecchio nemico, ad un carbonaro, ad un astuto uomo, ad un docente di diritto Civile e Commerciale. I calcoli del re potevano corrispondere ai suoi disegni; gli importava conservare il Regno a qualsiasi costo. Francesco II imbelle ed incapace di tenere in pugno la situazione si rivolse al vecchio nemico per essere illuminato e sostenuto.

Mentre l’esercito borbonico risaliva da sud, Liborio Romano intavolava trattative segrete con Cavour e Garibaldi per annettere il Regno delle due Sicilie a quello di Sardegna.

Intanto Vittorio Emanuele II condannava l’impresa dei Mille.

Liborio Romano propose al re Francesco II che il suo Regno si federasse con gli altri Stati italiani, ma egli rifiutò.

Nonostante le vicende politiche si distesero lungo l’asse istituzionale voluto da Cavour e proprio per questo, in tutto il Meridione inizio quel fenomeno, difficilmente riferibile che viene definito, generalmente “Brigantaggio”.

Per combattere il quale e sterminarlo Cavour inviò nel sud l’esercito piemontese alla testa del generale Cialdini.

Quello che accadde non può essere compreso in questo sottilissimo contributo.

Dopo essere stati scritti centinaia di libri, la verità è ancora chiusa negli armadi degli Archivi di Stato.

Vista la piega che prendevano gli avvenimenti Romano spinse l’ultimo Borbone a rifugiarsi a Gaeta senza opporre resistenza e per evitare delle sommosse popolari.

Il 7 settembre 1860 ricevette Garibaldi, giunto a Napoli in treno e senza scorta, senza contrasti, osannato da manifestazioni di piazza. Il Romano non poteva fare a meno della camorra napoletana: “in virtù della sua organizzazione e del suo potere di controllo territoriale”. Affidò al capo della camorra il compito di mantenere l’ordine pubblico e di favorir e l’ingresso in città di Garibaldi. Invitò i camorristi a d arruolarsi nella “Guardia cittadina”, in cambio dell’amnistia incondizionata e di uno stipendio governativo. Il 21 ottobre il capo camorrista e i suoi adepti ebbero anche l’incarico di vigilare sul plebiscito di annessione. I camorristi divennero i veri e spavaldi padroni della città.

Garibaldi per i servigi resigli dal Romano lo confermò Ministro dell’interno sino al 24 settembre 1860, quando fece parte del Consiglio di Luogotenenza sino al 12 marzo 1861.

Nel gennaio 1861 si tennero le prime elezioni politiche e Romano venne eletto deputato, vincendo in otto diverse circoscrizioni.

La sua carriera parlamentare terminò il 25 luglio 1865.

Si ritirò a Patu’. Morì il 17 luglio 1867, sepolto nella cappella di famiglia.

Da docente di Diritto civile e Commerciale all’Università di Napoli, Romano godeva di larga fama e la sua adesione al partito antiborbonico era autentico.

Strano però, egli, figlio di una famiglia salentina nobile e benestante, che si fosse schierato contro lo strapotere dei Borboni.

C’era qualcosa che gli illuminava la mente, qualcosa che, come altri, che in tutta Italia si organizzavano in società segrete per abbattere i vecchi regimi italiani ed europei, specialmente dopo le rivoluzioni del 1848.

Mirava a qualcosa di più importante nel settore degli studi, mirava a guidare un futuro stato, diverso, dal secolare regno borbonico?

Aveva solo interessi di progressione di carriera universitaria e politica o anche altri interessi.

Noi propendiamo per entrambi, anzi per molti altri che a catena avrebbero potuto favorirlo.

Non è escluso che figlio di famiglia nobile e latifondista mirasse ad estendere il suo potere anche nella sua Patù e nel Salento in generale.

Le ambizioni potevano essere tante.

Le giravolte che ebbe a compiere furono davvero strabilianti; da antiborbonico si trova nominato ministro di polizia da un Borbone che aveva combattuto se non con le armi con la propaganda universitaria ed altro.

Stabilisce un patto con la camorra napoletana affinché mantenesse l’ordine pubblico.

Accoglie Garibaldi con gli onori più stucchevoli.

Spera che Garibaldi che sarebbe stato il “dittatore” temporaneo dell’ex Regno delle Due Sicilie, per ottenere dallo stesso gli onori e la gloria sperata.

I piani di Cavour e di Vittorio Emanuele II erano diversi però, per cui; Garibaldi dovette cedere alla minaccia di una guerra piemontese-garibaldina, con la certezza che questa volta sarebbe stato sconfitto, Liborio vedeva cadere il suo castello di sabbia.

Pur essendo stato nominato luogotenente da Garibaldi ed eletto deputato nelle elezioni del 1861, La carriera sperata si interruppe d’improvviso.

Liborio non ottenne la gloria alla quale tendeva, non ottenne promozioni, non ottenne per la sua nobile famiglia privilegio alcuno.

Il mio pensiero personalissimo, non documentato, ma frutto della mia razionalità, è quelle che Liborio, essendo un salentino del Salento dei bassifondi, dell’ignoranza, dell’analfabetismo, della pervicace sottomissione che i cafoni dovevano ai latifondisti locali com’era la sua famiglia, pensava di poter trasferire le sue stesse potenzialità nelle vicende del 1861. Era un personaggio molto supponente, molto e presuntuoso insieme alla docenza di Diritto, credeva di poter divenire un protagonista della storia d’Italia.

Si è macchiato invece di crimini orrendi, non solo nella sua Patù, frustrando i poveri cafoni, come facevano tutti i latifondisti e possidenti, ricorrendo alla becera usanza di prendere per fame i poveri derelitti cafoni. Non gli riuscì lo stesso gioco a Napoli, dove la Camorra lo condizionò tanto che dovette concedere onori e comando alla stessa.

Avendo intrattenuto trattative segrete con Cavour non lo solleva dalle responsabilità di aver manipolato la situazione che si creava a Napoli con l’arrivo di Garibaldi, al quale si sottometteva per ottenere favori, come fece con Cavour e di conseguenza con il Re Vittorio Emanuele II.

Il Romano era nello stesso tempo manipolatore e mistificatore della realtà che si veniva sviluppando.

Si schierò col diavolo e con l’acqua santa, pur di galleggiare.

La sua sopravvivenza politica fu molto breve.

Dovette tornarsene nella sua poverissima Patù, dove i cafoni lo accolsero con tutti gli onori, ignari di ciò che avesse combinato a Napoli, durante la prima formazione del Regno d’Italia.

Lo ritengo per questo anche responsabile del fenomeno del brigantaggio, suscitato direttamente o indirettamente dalla sua posizione occupata come ministro di polizia, vice di Garibaldi ed eletto come rappresentane del Regno.

La carriera politica di Liborio Romano è stata deturpata dalle giravolte che le ambizioni personali e le circostanze storiche lo convinsero che doveva compiere, ma non gliene venne un gran bene.

La storia lo ha bocciato.

Gli storici locali sono sulla stessa orizzontalità.

Ci sono ancora alcuni nostalgici, nella sua stessa Patù, come vi sono nostalgici del regno dei Borboni, il Regno delle due Sicilie.

Questa è una querelle che ha bisogno di molto esame prima di chiuderla, se è ancora aperta e dibattuta.

 

NOTE BIBLIOGRAFICHE DI APPROFONDIMENTO DEL PERSONAGGIO

La giovinezza e l’attività antiborbonica

Figlio primogenito di una nobile e antica famiglia, studiò dapprima a Lecce e poi, giovanissimo, prese la laurea in giurisprudenza a Napoli e ottenne subito la cattedra di Diritto Civile e Commerciale all'Università partenopea.

S'impegnò presto nella politica, frequentando ambienti carbonari e abbracciò quindi gli ideali del Risorgimento italiano.

Nel 1820 prese parte ai moti, per cui venne destituito dall'insegnamento, imprigionato per un breve tempo e poi inviato prima al confino e poi in esilio all'estero.

Nel 1848 tornò a Napoli e partecipò agli avvenimenti che condussero alla concessione della costituzione da parte del re Ferdinando II di Borbone.

Ma il 15 maggio 1848, dopo il sangue versato a Napoli nei moti liberali che avevano risentito di una certa improvvisazione, Romano fu nuovamente imprigionato. Egli chiese quindi al ministro di polizia la commutazione della pena della detenzione in quella dell'esilio. La sua richiesta venne accolta. Romano dovette perciò risiedere in Francia, a (Montpellier e poi a Parigi), dal 4 febbraio 1852 al 25 giugno 1854.

Ministro del regno delle due Sicilie e i contatti con la camorra. 

Nonostante le sue idee, nel 1860, mentre con la spedizione dei Mille si apriva la fase finale del regno delle Due Sicilie, Liborio Romano venne nominato dal re Francesco II prefetto di Polizia.

Il 14 luglio dello stesso anno il Romano divenne anche ministro dell'interno e direttore di polizia. In tale difficile fase, mentre l'Esercito meridionale cominciava a risalire la penisola, Romano iniziò a prendere contatti segreti con Camillo Benso conte di Cavour e con Giuseppe Garibaldi per favorire il passaggio del Mezzogiorno dai Borbone ai Savoia.

Fu lo stesso Liborio Romano a spingere il re Francesco II di Borbone a lasciare Napoli alla volta di Gaeta senza opporre resistenza, per evitare sommosse e perdite di vite umane. Il giorno dopo, il 7 settembre 1860, andò a ricevere Giuseppe Garibaldi, che giungeva a Napoli quasi senza scorta, direttamente in treno, senza che vi fosse alcun tipo di contrasto e accolto da festeggiamenti di piazza[1].

 

L'ingresso di Garibaldi a Napoli, il 7 settembre 1860, nell'attuale Piazza 7 settembre.

Risale anche a questo periodo il suo coinvolgimento con la camorra napoletana, «in virtù della sua organizzazione e del suo potere di controllo territoriale»[2]. Il Romano, infatti, nonostante il suo ruolo, assegnò al capo indiscusso della camorra di allora, tal Salvatore De Crescenzo[3] detto “Tore ‘e Crescienzo” e ai suoi affiliati, il compito del mantenimento dell'ordine pubblico nella capitale e di favorire l'ingresso in città di Garibaldi[4], invitandoli ad entrare nella "Guardia cittadina", in cambio dell'amnistia incondizionata, di uno stipendio governativo e un "ruolo" pubblicamente riconosciuto[5]. Eventi che portarono il De Crescenzo ad essere considerato come "il più potente dei camorristi"[6].

Così scriveva nel 1868 lo storico Giacinto De Sivo: «La rivoltura del '60 si dirà de' Camorristi, perché da questi goduta. [...] Il Comitato d'Ordine comandò s'abbattessero i Commissariati di polizia; e die' anzi prescritte le ore da durare il disordine. Camorristi e baldracche con coltelli, stochi, pistole e fucili correan le vie gridando Italia, Vittorio e Garibaldi […]. Seguitavanli monelli e paltonieri, per buscar qualcosa, gridando: Mora la polizia! Assalgono i Commissariati»[7].

In divisa, armati e con coccarda rossa, il De Crescenzo e i suoi uomini ebbero anche l'incarico di supervisionare il plebiscito di annessione, vigilando le urne a voto palese (21 ottobre 1860)[8]. Secondo la testimonianza di Giuseppe Buttà, cappellano militare dell'esercito borbonico, «Dopo il Plebiscito, le violenze de' camorristi e dei garibaldini non ebbero più limiti: la gente onesta e pacifica non era più sicura né delle sue sostanze, né della vita, né dell'ordine […]. I camorristi padroni di ogni cosa viaggiavano gratis sulle ferrovie allora dello Stato, recando la corruzione e lo spavento nei paesi vicini.»[9].

Scriveva, a tal proposito, lo stesso Romano nelle sue Memorie: «Fra tutti gli espedienti che si offrivano alla mia mente agitata per la gravezza del caso, un solo parsemi, se non di certa, almeno probabile riuscita; e lo tentai. Pensai prevenire le tristi opere dei camorristi, offrendo ai più influenti loro capi un mezzo di riabilitarsi; e così parsemi toglierli al partito del disordine, o almeno paralizzarne le tristi tendenze»[10]. Fu creata, così, una «specie di guardia di pubblica sicurezza», tra i suoi membri c'erano i camorristi organizzati in compagnie e pattuglie, per controllare tutti i quartieri della capitale[11][12].

Deputato e ministro del regno d’Italia

Romano ottenne da Garibaldi la conferma nel ruolo di ministro dell'Interno che tenne quindi fino al 24 settembre 1860, data in cui entrò a far parte del Consiglio di Luogotenenza, ove rimase fino al 12 marzo 1861.

Nel gennaio 1861 si tennero le prime elezioni politiche per il costituendo Regno d'Italia, e Liborio Romano venne eletto deputato, vincendo in otto diverse circoscrizioni.

La sua esperienza parlamentare ebbe fine il 25 luglio 1865 e Romano si ritirò nella sua terra d'origine ove rimase fino alla morte, avvenuta il 17 luglio 1867 nella natia Patù, dove riposa, nella cappella di famiglia di fronte al Palazzo Reale.


 

HANNO VALUTATO I TESTI I GIURATI

 

- Cinzia Baldazzi di Roma – Giornalista Rai1, saggista, critica letteraria, teatrale e musicale.

- Mauro Ciardo di Gagliano del Capo (Lecce) Scrittore, pubblicista e giornalista de “La Gazzetta del Mezzogiorno”

- Lorenzo De Ninis di Lignano Sabbiadoro (Udine)–Professore di lettere, poeta e webmaster di www.poetare.it.

 

 

SU SEGNALAZIONE DEL PRESIDENTE DEL CIRCOLO MARIO LUZI, SARANNO CONSEGNATE ALCUNE ONORIFICENZE AI SEGUENTI CONCORRRENTI PER IL LORO IMPEGNO NEL CAMPO DELL'INTRATTENIMENTO E DELLO SPETTACOLO ED IN QUELLO DEL VOLONTARIATO E DELL'IMPEGNO SOCIALE AI SEGUENTI CONCORRENTI:

 

DIPLOMA PER L'IMPEGNO NEL CAMPO DELL'INTRATTENIMENTO E DELLO SPETTACOLO

Giancarlo Colella di Acquarica del Capo (Lecce)

 

DIPLOMA ALL'IMPEGNO SOCIALE NEL VOLONTARIATO

Imma Melcarne di Gagliano del Capo (Lecce) .

Imma è anche una delicata poetessa. Ecco una della sue belle e significative poesie che sembra quasi in sintonia con il suo impegno sociale.

 

La voce del dolore

 

Odo la voce del dolore

che parla di cose inaudite

inespresse…e mai…

ascoltate!

Odo la voce di chi giace

in fondo al mare o…

aggrappato ad un rottame!

Odo la voce di chi

ha fame!

Odo la voce del silenzio

degli ultimi della terra!

di chi è stremato dagli stenti…

e di chi scappa dalla guerra!

Non odo la voce di chi tace

per non vedere…

Non sento la voce di storie

occultate dal potere!

Odo le grida soffocate di chi

non ha più voce per

gridare!

Odo la voce di chi…

nessuno… vuole ascoltare.

Odo… la voce del dolore!”

 

LA GIURIA, CHE HA ESAMINATO 340 TESTI COMPLESSIVI PERVENUTI ALLA SEGRETERIA DEL BANDO, ERA COMPOSTA DA:

 

- Cinzia Baldazzi di Roma – Giornalista Rai1, saggista, critica letteraria, teatrale e musicale.

- Fabia Binci – di Genova Insegnante di lettere in pensione, esperta poesia Haiku e Presidente Unitre Arenzano e Cogoleto (GE)

- Mauro Ciardo di Gagliano del Capo (Lecce) Scrittore, pubblicista e giornalista de “La Gazzetta del Mezzogiorno”

- Lorenzo De Ninis di Lignano Sabbiadoro (UD) – Insegnante di Liceo in pensione, poeta e webmaster del portale www.poetare.it.

- Gordiano Lupi di Piombino (Livorno)–Editore, giornalista, scrittore, traduttore, pubblicista, direttore de “Il Foglio Letterario”

- Giulio Maffìi di Tirrenia (PI)–Poeta, saggista, già direttore editoriale sezione poesia per le edizioni del “Foglio Letterario” di Piombino.

- Sara Rodolao di Imperia – Poetessa, scrittrice, operatrice culturale.

- Miguel Rosario di Firenze – Attore e regista venezuelano, autore di testi per il teatro, Direttore artistico Compagnia Teatrale “Il Bernoccolo”.

- Viviana Viviani di Bologna – Recensionista e giornalista-pubblicista.

- Salvatore Armando Santoro – Poeta, narratore, ex giornalista e Presidente del Circolo Culturale Mario Luzi di Boccheggiano-Montieri (GR).

 

Il presente verbale è composto da 5 pagine, è stato siglato in originale in ogni pagina ed è stato firmato nell'ultima dal Presidente della Giuria e dai singoli giurati. In fede.

 

Dott. Salvatore Armando Santoro

Presidente della Giuria del Bando Veretum

Montieri (GR) 5.12.2017


Graduatoria Finalisti 3° Bando Letterario Veretum - da Salvatore Armando Santoro

 

3° BANDO LETTERARIO INTERNAZIONALE DI POESIA NARRATIVA E SAGGISTICA VERETUM 2017

 

VERBALE DI GIURIA

 

Dall'esame dei voti espressi estrapolati in ordine cronologico dalla graduatoria finale dai nove componenti la lista dei Giurati del 3° Bando Letterario Internazionale di Poesia, Narrativa e Saggistica Veretum 2017 il Presidente della Giuria ha stilato il presente verbale finale del concorso:

 

SEZIONE POESIA

(La graduatoria è compresa tra un voto massimo di 75,46 ed un voto minimo 65,06)

 

1° Classificato – Targa ed euro 300

Nunzio Buono di Casorate Primo (PV)

 

Macramè

 

Ho indossato i tuoi sguardi.

Minuziosi lemmi di silenzi. Tra le mani

un ritaglio di vita conta i nodi.

 

Sul comodino

la cornice conserva il tempo

nella misura della polvere.

 

Erano giorni posati a venere

la luce a nord della parete

teneva l'ombra di noi

 

- muoversi dentro casa

 

La primavera dai campi di vento

portava fiori a colorare il cielo

 

- Ho una valigia piena di ritorni

 

Aspetto un treno.

La coincidenza ha un volto di nebbia.

- Qui, tu, sei.

 

Sulle labbra ti tocco le parole.

 

 

 

 

 

 

 

2° Classificato

Carlos Solarte Vetancourt Santiago – di Valera (Trujillo) - Venezuela

 

Discurso

atrapa los números

los billetes que tanto te desesperan

a mi me gusta atrapar las palabras

nacientes de las flores

beber la armonía

alucinante de la naturaleza

trágate todos los frutos manufacturados

quédate con los edificios y el concreto

yo me fumo la cadencia de la madrugada

me inyecto de tierra negra y jazmín

(mis alucinógenos predilectos)

envuélvete en las sábanas del progreso

compra cualquier artículo

de cualquier tienda

paga todos los servicios

a mí me arropa el canto de los helechos

obtener la sonrisa de una mujer

cuando le leo un poema

(su sexo a veces) es vital

para mi

atrapa los números

los billetes que tanto te desesperan.

 

Riflessione (Traduzione di Salvatore Armando Santoro)


trappole le banconote
i biglietti che tanto ti fanno disperare
a me piace intrappolare le parole
che nascono dai fiori
bere l'armonia
stupefacente della natura
gustare tutti i frutti prodotti
che maturano tra costruzioni e cemento
io mi fumo l'arrivo dell'alba

mi inietto terra nera e gelsomino
(i miei allucinogeni preferiti)
arrotolati in fogli di progresso
acquista quello che vuoi
in qualsiasi bottega
paga tutti i servizi
a me basta il canto delle felci

guadagnare il sorriso di una donna
quando le leggo una poesia
(il suo sesso a volte) è vitale

per me
trappole le banconote

i biglietti che tanto ti fanno disperare.

3.a Classificata

Emilia Fragomeni di Genova

Crudele il tempo

 

Crudele il tempo... Corre via veloce,

non risponde, non rimanda né un suono

né un'eco su queste antiche pietre,

dove insieme corremmo a perdifiato

per acchiappare scintille di dolcezza.

Avvolta nel gomitolo del tempo,

mi trasale il prodigio dell’attesa

- di me fanciulla, trepida, radiosa,

sulla panchina di struggenti incanti –

di un tempo che correva in braccio

al vento, su ciottoli candidi di canti

e fantasie celate di ingenui sogni.

Ma oggi è l’autunno che mi conduce

agli amati sentieri e mite si posa

su passati stupori, aggrappati a

fragranze perdute. Una sottile

nostalgia, soffusa, avvolge allora

l’anima confusa, va oltre la storia,

oltre le cose, oltre il presente, a

interrogare la voce del tempo.

Solo pallide immagini trattiene,

colori sopiti, penombre silenziose,

tra pagine sfogliate, strappate

dal vento, le ultime, forse,

nella corsa spietata del tempo.

Anche di me, un giorno, di tutto

il mio vissuto mai narrato, sarà,

forse, una buia parentesi di vuoto

e di silenzio. Il mio libro muto. 
Le pagine disperse nel vento...

 

 

4° Classificato

Vincenzo D'Ambrosio di Brindisi

 

Digli che lo aspetto

 

Sarai là.

Potrai allora una carezza. La mia.

E dirgli che lo aspetto,

io lo aspetto.

Come terra abbandonata

spaccata e arida

che attende il bacio

di una sola lacrima salata.

Come un ramo spoglio

che s’allunga, ossuto, al cielo,

e bianco di galaverna

smania un alito di primavera.

Come la spiaggia tiepida,

languida e deserta

si offre alla carezza dell’onda

nella luce ambrata del tramonto.

Come una panchina discreta

di un giardino dimenticato

che fu fiori, altalene, cinguettio di bimbi,

ricorda i baci dei nuovi amori.

Tu sarai là,

potrai quella carezza,

le dita tra i suoi riflessi dorati …

digli che io lo aspetto.

 

 

5° Classificata

Alessandra Costanzo di Roma

 

Saudade

 

Saudade nella linea azzurra del mare,

sconfinato desiderio nel bisbiglio dell’onda

che accarezza il cammino silenzioso ed immobile

di statue di sabbia senza templi.

Saudade illusione disciolta nella trasparenza dei miei occhi stanchi

dietro vetri appannati dal fiato caldo del respiro

che disegna cerchi di dolore lacerati da nodi mai disciolti

di un marinaio cieco nel silenzio della luce.

 

Saudade nel ticchettio sommesso di una pioggia di cristalli,

fresca e fragrante di rugiada,

che si scioglie nel grido di una Stella.

 

 

Saudade nel sogno di una sposa,

l’inizio del volo di un cuore soffocato dalla tempesta

nel suo equilibrio folle di parole senza tempo,

ragnatela invisibile nella prigione di due teneri amanti.

 

 

Saudade nel suono di fragili conchiglie

dove vibra il respiro di una perla in un canto di Infinito d’astri

melanconica melodia nel pianto di un naufrago tramonto

nelle limpide acque della notte.

 

 

Saudade nei raggi dell’Aurora dove l’anima si culla

e dipinge il mio vestito di sinuosi arabeschi d’ambra

nello sbuffo di una nuvola rosa

tra le foglie macchiate d’oro di un’antica quercia.

 

Scosto le tendine blu della mia finestra bianca:

 

Saudade

una vela chiara, un pescatore sulla riva, il cuore gonfio di nostalgia.

E’ così dolce il vento sulla tua Isola,

sparge il suo profumo di zagara e gelsomino

fra i miei capelli e la tua mano,

carezza nell’ultimo respiro di un fiore spuntato nella neve.

 

 

DIPLOMI D'ONORE

 

1° Massimo Parolini di Trento

 

L’INTERVISTA MANCATA (A Mario Luzi, in Trento)

 

Passò lieve, per parlarci delle cose che permangono…

Quale uomo, quale umanità”? –recitava l’invito…

Seduto, sulla mola delle domande,

bianco come un’ostia sulle lingue accoglienti

strofinava la mente sull’inciampo, tra oscuro

e manifesto, donando il seme azzurro e un po’ di terra…

«Cosa metterebbe nello zaino traghettando oltre il millennio»?

«Un giorno, penso, vedremo una forma

all’apparenza umana ma che dell’uomo avrà

perso la sostanza la propria umanità…»

 

L’appuntamento era al mattino

fuori dal comune.

Mi prese sottobraccio, per condurmi

là dove lo conducevo

fra grifi e leoni in lotta col drago…

Varchiamo la soglia del Duomo:

la madonna degli annegati, la leggenda di San Giuliano

l’arca di Vigilio, il baldacchino in pietra di Castione

«Son questi i luoghi… dove i padri…»

e quasi la voce gl’impediva di parlare...

« Sì, maestro, le sessioni solenni

conciliari, gli austeri decreti decisi

all’ombra del Cristo scolpito da Frei…»

 

E poi giù, alla cripta, da Adalpreto e gli altri porporati …

 

Ma io sapevo che il poeta

voleva scendere ancora

in fondamenta indelebili, intraviste,

e lo lasciai solo, salutandolo, senza interviste

 

a squadrare l’invisibile

2° Claudia Piccinno di Castelmaggiore (Bologna)

 

Fantasioso erede di Pitagora


La vita mi tatuò dei numeri 
sulla parte sinistra del cuore.
Li riprenderò per farne puro canto
che annulli i calcoli del dare e avere
e cancelli le divisioni col resto di tre.
Fu il tre a rimanere illeso
da somme e sottrazioni.
Quel tre che non volle
concedere parità 
nel confronto delle altrui opinioni.
Aridità prevalse nel conteggio
e l'ira del per si scatenò.
Io sono il per
fantasioso erede di Pitagora,
non amo gli utili, né il dividendo,

fui brevettato per divulgare
multipli d'amore.

 

 

 

3° Gaetano Catalani di Ardore Marina (RC)

 

Fantasmi di legno

 

Sprazzi d’argento sul tramonto mentre la brezza le chimere allontana,

illusioni che la mente distrugge, ma che il cuore ripara.

S’affaccia la luna e il bianco si fa luce sulle pietre da tempo senza orme,

su una vecchia che fila la lana, sulle ombre che meste s’allungano.

Silenziosa sale ora la bruma, poi ridiscende sui vitigni scarni,

fantasmi di legno di ricordi intrisi fra il lieto gracidare delle rane.

E’ una notte profumata d’emozioni e un turbine di note mi travolge,

ma un’anima a brandelli mi riporta la voce di mia madre che mi chiama.

La vecchia casa ormai è abbandonata, edera e rovi le finestre occultano,

una dolce malinconia mi attraversa e il ghiaccio si fa lacrima, si scioglie.

Rivedo gli occhi sognanti di un bambino mentre guarda volare un aquilone,

odo la voce di mio padre, quasi reale, tra la gramigna e i papaveri assolati.

Pochi istanti e i volti si scompongono, restano solo brividi che scuotono,

piango ancora, ma senza far rumore per paura che qualcuno se ne accorga.

Il mio sguardo si perde all’orizzonte mentre l’autunno rassegnato dorme,

ora non guardo più i capelli bianchi e i solchi scavati sul mio viso.

Inesorabile scende sempre la sabbia nella clessidra del tempo che resta,

non ho rimorsi, forse solo un rimpianto, mentre la notte porta via le sue stelle.

 

 

 

 

4° Vito Cassiano di Tricase (Lecce)

 

Sera

 

Placato è il mare,

anche la bora s’addormenta,

l’acqua al crepuscolare

diventa bianca e lenta,

giunge sulle rive assorte

al sole che si spegne.

Ombre s’affollano alle porte

mentre s’accendono le insegne.

Live brezza scrolla il pino

tra passeri vocianti e rissosi,

fanciulli col capo chino

sul davanzale guardano pensierosi.

Gemme germinano dalla luna

sul mare fatto a scaglie,

tutt’intorno s’aduna

un batter d’ali , fremito di quaglie.

Il concerto di grilli nella notte

per lungo dura, il loro frinire

al vegliare mio insinua forte

un desio e nell’anima ardire

d’incedere sulla scia lunare

verso l’uscio del cielo,

il canto delle stelle si può ascoltare

e tutto si stende sotto tenue velo.

 

 

 

5° Marisa Provenzano di Catanzaro

 

Oltre l’indefinito limite

 

E di me diranno le mille e vacue parole

che descrivono il visibile e l’apparente

e che del mio essere non sveleranno nulla

Rimarrà l’ignota voragine del profondo

e sconosciuto senso dell’io interiore

ed io ormai, muta ombra del silenzio,

cavalcherò le galassie oscure dell’oblio

e solo qualche verso sciupato dal tempo,

su pagine inaridite dal sospiro dell’assenza,

racconterà di me e dei miei sogni

Sarà un gioco di sorrisi e pianti

e tutto scivolerà oltre l’indefinito limite

di questo tempo bugiardo e senza sconti

mentre io pregherò che il sole colmi

gli spazi di chi ho amato e che rammenti

che nel cuore dolente di un poeta

rimane il filo rosso che riannoda,

come tela di ragno laborioso,

il cielo, la terra e l’infinito.

 

 

DIPLOMI DI MERITO

 

1° Sonia Colopi di Lecce

 

SCOGLIERA

 

Lungo costa di terra amata,

leggero in soffio d’ali va il passo,

spinto da sguardo perso

nel blu di cielo e mare.

Mostra scogliera abrasa da sale

e da furore d’onde ferita,

anfratti e grotte, dimore di ninfe

che suono in canto hanno di ritorno

sul ritmico andare della risacca.

In lontananza le bianche boe,

sono chiome di dee tra loro in adunanza

in apparire di danza su sinfonia d’onde.

Profumo dà la salicornia ai baci di refoli di brezza,

s’oblia nel cuore tristezza e affanno, mentre labbro

disegna sorriso col roseo colore della speranza.

 

 

2° Santi Cardella di Palermo

 

Oltre i sensi: l’idea

 

A quelle rive ove mi trasse amore

per darmi tanto misterioso affetto

ho chiesto di riunire nel mio petto

le fonti della gioia e del dolore.

 

Era nell’aria un delicato odore

di gelsomino e candido mughetto,

sentivo il mormorio caldo e diletto

del vento fra le corde del mio cuore.

 

Volai nell’oltre con la fantasia,

oltre la terra, il sole e il cielo blu,

oltrepassai le stelle e pur la via

 

lattea si sciolse e non la vidi più.

Ebbro approdai all’idea dell’armonia

ove dentro una culla c’eri tu.

 

3° Nunzia Piccinni di Monteiasi (Taranto)

 

DIETRO UNO SPECCHIO

 

Ho sparso qua e là note di me,

della musica che ho dentro,

dei miei alti e bassi, delle mie stonature

e di certi miei impeccabili giri di valzer.

Ho gettato a ripetizione sassi piccoli e grandi,

per svegliare lo stagno

in cui nuotano i miei pensieri.

Ho riaperto i bauli impolverati della mia memoria,

per trovare le chiavi

di segreti non ancora svelati.

Ho ascoltato il silenzio di gente che andava via,

per soffocare la mia ombra che piange,

urla e si dispera.

Ho tagliato acque scure e maledette,

per riemergere dagli abissi dei miei peccati.

Ho sputato sangue e veleno,

per macchiare di rosso e nero

la mia cruda trasparenza.

Ho annusato il dolore degli altri,

per sentire l’odore del mio tormento.

Ho graffiato sulle spalle del tuo rifiuto,

per tracciare nuove strade

dove correre e sudare.

Ho scritto parole di fuoco e versi di vento,

per incendiare il mio corpo e far volare le mie ceneri.

 

 

 

4° Vito Massimo Massa di Bari

 

Tra le nebbie a Nassiriya

 

Terra gravida che pulsa

di sangue e di rugiada,

come ruscello batte

nella roccia e nei pensieri

e suoni senza accordi

che flettono coscienze

tra lingue d’aria

e ortiche in campi secchi.

 

Grappoli di vita

impastati grumo a grumo,

tra monotone e informi croci

addossate ad una fossa

che si scorpora dal suolo

reclamando voci.

 

Tutte uguali, tutte nere

come stormi di falene,

in trincee profanate dall’oltraggio

ad impedire l’ora dell’approdo

agli immortali pianti

tra le nebbie a Nassiriya.

 

Io non so in quale cielo

e per quale Dio,

ma ci sarà un luogo

dove canteremo insieme

e pregheremo insieme

e libere saranno le bandiere

di spiegarsi al vento.

 

 

5° Magi Manuela di Tolentino (Macerata)

 

IL CANTO DEL PERDUTO AMORE

 

Chiesi al canto del perduto amore di tacere

e di fendere le trame ricucite,

ordire nodi di discordia

affinchè il plagiato mio risveglio

diventasse orda d'incoscienza

e poggiare lieve il capo su guanciali d'infinito.

Fui orma senza ombra nel cammino

quando spigoli di case abbandonate,

celavano il profilo del mio volto

e la bruma mi bagnava il passo.

Chiesi alla memoria venti di tempesta

affinchè le fronde della primavera,

rimanessero senza foglia alcuna

e seccassero le stagioni della sera.

Chiesi infine di dimenticare il tempo

quando cadenzava la stessa goccia

nello spazio angusto di un abbraccio

e sulla mia bocca.

 

 

DIPLOMA DI MERITO ESTERO

Simonelli Carlo di Boll (Berna) – Svizzera

 

Vivere

 

Guardando il mare 

la notte ci abbraccia 

e ci tiene stretti fino al domani 

che non verrà mai
Carne e sangue palpitanti 

e la certezza che siamo vivi solo l’uno vicino all’altro
Io ti direi: non siamo che il respiro del mondo. 

Un alito che ad ogni momento si confonde e fa sì

che non sappiamo chi è l’uno e chi l’altro. 

Che si mescola nei nostri respiri 

per essere un unico mondo

e confonde le nostre anime smorte. 

Non siamo che sabbia 

e il vento in tormenta scava dentro di noi 

passandoci su come la vita. 

Gridandoci: vivi! 

Ad alcuni lascia solchi profondi, altri sono portati via completamente. 

Travolti, annientati.
Sparsi per l’intero globo.
Come sabbia portata dal vento 

mi poserei sulle tue labbra 

e tu sentiresti l’amaro e ruvido sapore dell’amore. 

E allora sapremo di essere vivi 

e di non aver vissuto 

invano. 

 

 

DIPLOMI SPECIALE

 

1° Maria Alemanno di Bari

TARGA Proloco Patù e Circolo Luzi per una poesia inerente la località del Vereto

 

Vereto

 

Sciabordio lento torna e ritorna

per ritorti ricordi riporta ancestrali litanie,

remote nenie per un sonno soave cullato dal mare.

Acqua trasparente lambisce la mia pelle,

anfratti alla corrente sono le pieghe del corpo.

La mia terra negli occhi, l’odore, il rosso sapore

e se gli ulivi il canto delle rondinelle intonano

traboccano ricordi da pertugi insospettabili:

voci di padri e madri lontani, di echi sottili lungo gialli selciati.

Incede il passo sull’assolato sentiero,

allo scoperto di mura e torri antiche,

un tempo nemiche dell’oscuro straniero;

ora tace - pare - la pietra, indurita dall’afosa terra:

solo il frinire di vite effimere svilisce

l’austera immagine dell’ara protettrice.

Vergine, Vereto ti venera ancora e i vicoli,

prostrati a valle, non smettono i loro lamenti:

sorti da ingiusta violenza accolgono l’eco di cento

cementi, culla ombrosa d’ìnclite spoglie.

Cento i macigni, cento i soprusi, cento i sospiri

che come canne ondeggiano: vento, sole e mare si alternano,

ma nulla le spezza e ripetono al cielo

l’onta subita dal sangue saraceno.

Dall’ara accoglie il tuo sguardo, l’affanno

di uomini e donne, figlie e fratelli di fieri guerrieri:

chi vincitore, chi vinto e chi dal barbaro violato, avvilito;

Giovani immolate ad un tesoro inviso:

la gola profonda cova le urla di morte di prigioniere involontarie:

ma nulla è per niente e il nome resta a

sigillo della gente.

 

 

2° Calogero Pettineo di Moncalieri (Torino)

 

Siamo granelli di sabbia al vento

 

Orgogliosa l’immagine si altera

nell’opera teatrale del tempo

dando fiato alle trombe

con coriandoli in festa

che piano si posano

verso il sole che tramonta.

E siamo noi, sempre noi

brezza che accarezza leggera

come granelli di sabbia al vento

le lusinghe di tutta una vita.

Siamo vigore, siamo cuore

siamo il coraggio di camminare

ed elevarsi attimo dopo attimo

tra lo splendore e il dolore

fino a erodere i passi

e perdersi nella luce del nulla

senza giusto riposo

dimenticati nelle parole

e negli sguardi

di una sbiadita foto

e una croce arrugginita.

 

 

 

3° Arosio Renato di Lissone (Monza)

 

ULTIMA TRACCIA

 

Al minuto preciso

di un'ora precisa

che non conosco,

la mia mente,

dopo un radunar di foglie,

mi presenterà

le ombre del passato,

i ricordi appariranno

sullo schermo della memoria,

veloci mi daranno

un'ultima traccia

della percorsa vita

ormai pronta

a divenir ricordo,

unico aereo legame

con chi ho tanto amato

pur nell'intensità

della mia solitudine.

 

 

4° Domini Maurizio di Roma

 

SOLO DI PASSAGGIO

 

Sono solo di passaggio
mentre allaccio le scarpe
a piedi stanchi di tempo.
Sento rumori insoliti
dietro una finestra
illuminata a giorno
da una luce cara.
Intanto tutto scorre
come torrente in piano.

 

 

5° Enrico Ruggeri di Poggiardo (Lecce)

 

LO SPECCHIO ERA LÌ

 

Lo specchio era lì.
Una delusione che mi somigliava percorreva il riflesso,
i desideri avevano fatto un solco nel letto
ed il coraggio si era appeso a un chiodo.
Le forze strisciavano sul pavimento fino a svanire.

L’ oggi era triste

La vita si vendicava incollandomi al materasso tutte le mattine del mondo
e le parole mi cadevano dai denti prima d’essere pronunciate.

Un grido mi trapassò dal corpo alle lenzuola

Il rumore formava sul soffitto una crepa
che si lasciava riempire di sole nell’ora più calda

e i raggi stridevano sulla mia fronte

come freni su rotaie malmesse.

Avevo fame
L’anima era salva.
E, dentro lo spirito,
riposava intatta
la speranza nel domani

Presto la vita mi assumerà di nuovo.

 

 

MENZIONI DI MERITO DELLA GIURIA E DEL CIRCOLO MARIO LUZI

1° Borsoni Paolo di Ancona

 

UN ISTANTE

 

Tirando con l’arco, essere la freccia;

scoccando la freccia, essere l’arco;

e con la punta affilata che sibila

nell’aria slanciarsi verso il bersaglio.

 

Mentre l’acciaio acuminato s’incunea

tra gli atomi della materia, fondersi

con l’inquietudine densa

che vibra e freme a ogni istante nel suolo.

 

Fra gli squarci e le ombre fra gli alberi

essere terra, essere cielo.

Con i calzari che affondano

sul sentiero sentire che non c’è nulla

 

in questa vita e nel cielo cui tendere

né destino cui giungere,

solo rare radure dove flettere

fino al suo culmine il filo di un arco

 

e come una stringa sottile che vibra

e freme nell’aria scoccare

un’esile freccia per colpire

un bersaglio che nella curvatura

 

esiziale della vita e del vuoto

è celato solo in quella scintilla

di emozione e di consapevolezza

che si illumina dentro l’arciere.

 

 

2° Ada Cancelli di Uggiano La Chiesa (Lecce)

 

Alle Spoglie del Tempo

Ho un solo euro in tasca
Una sola scala da salire
L'ultima rampa s'azzuffa
Alle spoglie del tempo
Forte la mareggiata dilata
Gli spazi tra gli oppressi
E' luce sulle foglie secche
Ai rami stanchi - spogli
Del privilegio dei fiori.
Solo il mio viso tenta 
Di salire - L'euro pesa
Ed alla malattia lo dono.
Disegno i tuoi occhi con la luce della libertà.
Nelle tue vene scorrono le mie lacrime - 
madrine del temporale.
I fulmini spianano l'amore sulla terra.
Ed il mio corpo - giace freddo sulla terra.
Ancora delineo il tratto del tuo viso: 
ancorato al ricordo.. Si sperde la mia voce.
Allora invento un nuovo pianeta
Dove i dinosauri ritornano a vivere
Dove io posso baciare la tua bocca
Dove i tuoi desideri sfoggiano in pittura
E la mia Anima si veste della tua. Così, 
come rugiada luccica sull'erba. Le
mille gocce al Sole - Si riconoscono.
Anche Saturno riconosce il suo Anello.
Ed ancora disegno i tuoi occhi -
mentre i dinosauri si baciano sui volti.

 

 

2° Marseglia Fausto di Marano di Napoli

 

BENVENUTA MALINCONIA

 

Benvenuta malinconia,

avara di sogni e di speranze,

che di tristezza

riempi le notti insonni.

Tu che trafiggi il cuore

con mille angosce…

pur nutri le pulsioni.

Tu che tormenti lo spirito…

pur doni ancora emozioni.

Tu che esplori

le ansie e le paure…

pur dai impulso alla vita.

Tu che istilli veleno…

pur dai voce al supplizio.

Tu che proietti

ombre e fantasmi…

pur dai forza al pensiero.

Tu che rubi il tempo…

pur sostieni il dolore.

Tu che dai ansia nell’attesa…

pur sei compagna della notte.

E nella veglia amara

col ribollir dell’anima…

lentamente traghetti

al nuovo giorno.

 

 

3° Giovanni Monopoli di Taranto con la poesia

 

La voce che non ha riconosciuto

( Alzheimer)

 

Uno sfogliato calendario, l’incontro di giorni,

son bastati pochi istanti e poi il vuoto intorno

col sole a scaldare flaccide membra, frastorni

nella glaciale cavità incombente, taciturna.

 

L’ascolto di quella voce che non ha riconosciuto

l’osservo d’un momento con la fame che digiuna

e una flebile musica accompagna debole fiato

nell’inevitabile tramonto d’una lontana luna.

 

Una parola, una sillaba percepita

con umidi occhi per farsi capire,

una gelida stanza… l’affannoso respiro

un cuore a battere silenzioso nel fioco suo udire.

 

Lo sguardo assente, avvolgente, muto

una perduta memoria che l’animo coglie

manca quel gioioso sorriso, avvisaglie

di quella voce che non ha riconosciuto.

 

Corre sul filo della speranza, è tremore,

quel confine d’un momento lontano

nel ricordare chi gli si siede accanto

mentre il buio avviluppa il tempo per un addio,

un addio che tra le braccia d’amor dimora.

 

4° Cristian Danieli di Gressan (Aosta)

 

Immobili partenze

 

Mi lascio

violentare

dalla Vita

che scorre

tra le dita

senza riporre

 

Mi tralascio

nel suo lento

trasportare

invisibile vento

ma qui resto

inerme e mesto

e non tento

 

 

 

5° Antonio Cotardo di Caprarica (Lecce)

 

L’ALBERO CADUTO

 

Silenzioso sei cresciuto,

solitario come un barbone

gettasti le tue radici.

Orgoglioso ed impavido,

puntavi il cielo bramando di toccarlo.

Ospitale e robusto,

sicuro rifugio di un pettirosso

teatro magnifico fosti

per i concerti estivi delle cicale.

Sfavillante la tua chioma,

mai la vidi piegarsi

al cospetto di nulla.

Giunse l’ennesimo dicembre

gelido come un addio,

fu lui a trascinarti giù con un tonfo sordo

mentre il cielo si tinse di un azzurro beffardo.

 

 

MENZIONE DI MERITO ESTERO

2° Turiano Aprile Maria di Melbourne – Australia

 

LO ZAMPOGNARO - Australia

 

L’estate si è dilegua

e l’autunno ha preso il suo posto.

Quanta tristezza

che deprime il mio spirito

e con sapienza si dibatte

in questo grigio giorno,

poi una gelida tromba d’aria

annuncia l’arrivo

della stagione invernale,

pioggia e raffiche di vento

si alternano senza sosta

fino all’arrivo della candida neve.

Son piccoli e soffici i fiocchi

che all’ambiente

donano un eterno candore,

si ode da lontano

il suono delle zampogne

e il zampognaro che gira per i vicoli

dilettando grandi e bambini,

questa sua musica annuncia

a noi credenti il Santo Natale.

Festa d’amore e pace,

proclama il Vangelo,

donando a noi di questo mondo

una sincera fratellanza.

 

PREMIO SPECIALE GIURIA E CIRCOLO CULTURALE MARIO LUZI GIOVANI POETI EMERGENTI

Francesco Cellino di Rivoli (TO)

 

Un amore nell’ombra

 

Perse notti della mia gioventù

tra intensi ricordi smarriti nel cuor mio,

in lontananza osservo i miei sentimenti

catturati dalla pioggia

portati via da un impetuoso vento.

Quando ti vedo le parole scivolano

scompaiono dentro la mia anima,

rimango in silenzio

incantato dai tuoi meravigliosi occhi.

La paura mi assale

rendendomi un guscio vuoto

corpi vicini che non si sfiorano nemmeno

immensa distanza tra di noi.

Un giorno al tramonto la speranza è

di rivederti anche solo per un minuto

là sulle rocce che ci videro bambini

dove allora è nato e dove ancora oggi vive

il mio amore per te.

 

 

PREMIO PRESIDENZA PROLOCO DI PATU'

Maria Cosi di Patù(Lecce)

 

AL MARE

 

Mi piacerebbe o mar starti vicino,

seduta su di una piccola scogliera,

i pie’ lambiti dall’azzurra onda,

mirando l’orizzonte sino a sera.

 

Ti ho conosciuto lo sai, sin da bambina,

trastullarmi amavo con le tue fresch’onde,

anche se talvolta timor mi procuravi,

quando spumeggiando, forte urlavi.

 

Sovente d’appartarmi avevo voglia,

per ammirar l’immensa tua distesa;

usavo confidarti sogni ed ambizioni,

vasti progetti e segrete aspirazioni.

 

Quanti dolci pensieri hai tu fornito

alla mia fervida ed ardita fantasia!

Verso ignote mete mi hai portata

e ad isole stupende ho poi approdato.

 

Strani messaggi spesso ti affidavo,

anche se a destinazione mai potean arrivare;

Tu, li accoglievi mormorando lieve

e nelle profondità abissali li riponevi.

 

Mare, sei incantevole nella tua bonaccia,

maestoso quanto furente

l’onde spumose infrangi.

Nella tua vastità si specchia il firmamento:

della creazione sei bellezza e vanto!

 

 

PREMIO STUDENTI

MENZIONE DI MERITO allo studente De Nuccio Sebastiano di Patù (Lecce)

 

A te

 

Senza dolori senza rimpianti

solo sangue innocente disperso

solo tristezza sotto questo cielo terso.

Né un rimorso né un pensiero

sempre dritti per il loro sentiero,

a tutti i costi ammazzare

a tutti i costi andare avanti

eliminando chi sta dietro

chi sta dietro per le difese

del suo paesaggio e del suo paese.

A te che morendo con onore

imprimi un segno nel nostro cuore

lasciando a noi il coraggio di testimoniare

che per sempre avanti dovremo portare.

 

STUDENTI ESTERO

 

1.a Classificata

Magdalena Livnjak – 3.a Classe Sei di Cittanova – Istria (Croazia)

 

La primavera

 

Le rondini ritornano ogni anno,

sono brave, perché lo sanno.

Le rondini volano nel cielo,

ma a loro non piace lo zucchero a velo.

Vado a giocare in giardino,

con il mio cagnolino.

Vado fuori a giocare con gli amici

e tu mi dici "guarda come siamo felici!"

 

2.a Classificata

Noemi Zlatić Sanković – 3.a classe di Sei (Cittanova) – Istria (Croazia)

 

La primavera

 

La primavera é piena di fiori

e ha mille colori.

mi piacciono i tramonti

sopra i ponti.

Questa é una filastrocca

e la scrivo mangiando un'albicocca.

La primavera con fiori d'oro

a noi piace cantare tutti in coro.

 

 

 

3.a Classificata

Poropat Martina – 3.a classe di Sei (Cittanova) – Istria (Croazia)

 

Primavera

 

Primavera finalmente sei tornata

e le giornate non le trascorro più agitata.

Il sole é bello e pieno

sembra un fiore sereno.

La brezza del vento é fresca

io mi sento una pesca.

 

 

Diploma alla Classe 3.a di Sei Cittanova – Istria (Croazia)

per l'ottimo piazzamento di tutti gli allievi partecipanti al Bando (Madgalena Livnjak, Noemi Zlatić Sanković, Martina Poropat, Luca Stabile, Sven Perić, Nicole De Faveri, Lorenzo Radizlović, Lara Scarabelli, Nina Batalija, Vanja Anić,Toni Kocijančić

(Punteggio cronologico da 72,15 a 68,64).

 

Diploma di Merito

all'insegnante Mauric Sabrina della 3.a classe di Sei (Cittanova) – Istria (Croazia)

 

 

 

HANNO VALUTATO I TESTI I GIURATI:

-Cinzia Baldazzi di Roma – Giornalista Rai1, saggista, critica letteraria, teatrale e musicale.

-Lorenzo De Ninis di Lignano Sabbiadoro (Udine) – Professore di lettere in pensione, poeta e webmaster del portale www.poetare.it.

-Gordiano Lupi di Piombino (Livorno)–Editore, giornalista, scrittore, traduttore, pubblicista, direttore de “Il Foglio Letterario”

-Giulio Maffìi di Tirrenia (Pisa) – Poeta e saggista, già direttore editoriale sezione poesia per le edizioni del “Foglio Letterario” di Piombino.

-Sara Rodolao di Imperia – Poetessa, scrittrice, operatrice culturale.

 

 

SEZIONE POESIA VERNACOLO

(La graduatoria è compresa tra un voto massimo di 79,86 ed uno minimo di 66,23)

 

1° Classificato

Santi Cardella di Palermo

 

'u gira…suli Il gira…sole

Sicilia, ’nta ’n’aricchia t’aiu a parrari Sicilia, in un orecchio ho da parlarti

d’un misteriu ca tegnu dinta o cori d’un mistero che vive nel mio cuore,

fattu ca nun mi fa cchiù arragiunari: fatto che non mi fa più ragionare:

dunni va ’u suli quannu scinni e mori? dove va il sole quando scende e muore?

 

S’ammuccia nicu nicu ’nta li grutti Si cela piccolino nelle grotte

di li vulcani sparsi sutta ’u mari, dei vulcani che stanno sotto il mare,

astuta a luci e nni fa fissa a tutti spegne la luce e prende in giro tutti

ca arristamu alluccuti a talïari? che restiamo stupiti ad ammirare?

 

Ma doppu comu fa ’stu schifïusu Ma dopo come fa questo folletto

a spuntari ’nto cielu suspirannu a spuntare dal cielo sospirando

supra i pissiani dunni sta Maria? sulle persiane dove sta Maria?

 

e dda mi lassa stupitu e cunfusu e là mi lascia attonito e interdetto

quannu s’affaccia tenniru e cantannu quando s’affaccia tenero e cantando

sutta a li cigghia di la bedda mia! sotto le ciglia della bella mia!

 

 

 

 

2° Classificato Gaetano Catalani di Ardore Marina (RC)

 

U pacciu


Màmmita, povareglia, era squagghjàta,

si cunsigghjàvanu tutti m’abortisci,

Nc’é na simènza ch’esti ereditata

ed igliu è pacciu prima pemmu nesci”.

Ciangìvi sempi toccandut’i gudèglia

pecchì ndaviv’i vermi dint’a panza,

ma u medicu cantav’a canzuneglia

E’ pacciu, non avi cchjù speranza”.

Quand’u gagliu carcarijàva ti jarzàvi,

guardavi u suli chi nascìa du mari,

cu tutti gli culùri ti ‘mbonàvi

e u cori non potìvi cchjù frenàri.

Maricchjègliu, guarda semp’i pisci!

Chi faci tuttu sulu a fraja i mari?”

Non c’era nu cristian’u ti capisci

e mprescia ti ncignàvi ad arraggiari.

Non eri pacciu, no, eri un poeta

cull’anima rinchjùta i sensaziuni,

campàvi sulu sulu comu n’asceta

c’u cori sempi gurdu d’emoziùni

Morìsti cumbogghjàtu d’acquazzìna

e non dassasti mancu na poisìa,

u sacciu, i scrivivi sup’arrina,

luntanu du repartu i psichiatria.

Stasìra mi cunsul’u guard’i stigli

e ti penzu ngiaciàtu nta cocchjùna,

immagginu ca senti pur’i grigli,

nto silenziu, sutta stu chjar’i luna.


Il pazzo (Traduzione)


Tua madre, poveretta, era fuori di testa,

le consigliavano tutti di abortire,

C’è un gene che è ereditato

è lui è pazzo prima ancora di nascere”.

Piangevi sempre toccandoti le budella

perché avevi i vermi nella pancia,

ma il medico cantava la canzonella

E’ pazzo, non ha più speranza”.

Quando il gallo cantava ti alzavi,

guardavi il sole che nasceva dal mare,

con tutti quei colori ti riempivi

e il cuore non potevi più frenare.

Poverino, guarda sempre i pesci!

Cosa fa tutto solo sulla spiaggia?”

Non c’era una persona che ti capisse

e subito cominciavi ad arrabbiarti.

Non eri pazzo, no, eri un poeta

con l’anima riempita di sensazioni,

campavi solo solo come un asceta

col cuore sempre sazio di emozioni.

Sei morto coperto di rugiada

e non lasciasti nemmeno una poesia,

lo so, le scrivevi sulla sabbia,

lontano dal reparto di psichiatria.

Stasera mi consolo a guardar le stelle

e ti penso accovacciato su qualcuna,

immagino che senti pure i grilli,

nel silenzio, sotto questo chiar di luna.

 

3.a classificata Paola Bianchi di Roma

 

Le Madonnelle

 

Si te capita de passà pé Monti
butta n’occhio ai cantoni dei palazzi
-nun devi da cercà su granni spiazzi-
sai quante Madonnelle che ce conti?

Che meravija quelle Madonnelle
quell’artarini messi lì pe’ via
pieni de fiori er giorno de Maria
alluminati co’ tante fiammelle.

Sbrilluccicava de notte ogni rione
Roma sembrava n celo co’ le stelle
l’acqua cantava da le funtanelle
c'erano rondini sopra er cornicione.

La questua fatta da le popolane
pè comprà du’ lumini e n po’ de fiori
era na gara pe scaccià dolori
tra le donne de Borgo e monticiane.

E la madre madonna addolorata
pregava pe su' fijo carcerato;
piagneva er fijo che nun era nato
quell’artra donna, pora ciurcinata…

S’ariccommannava a la Madonna bella
la giovinotta pé nun restà zitella
quanno tremaveno lumi ar vento lieve
er giorno de la Madonna de la neve.


Traduzione

Se ti capita di passare nel rione Monti dai uno sguardo ai palazzi, non devi cercare in spazi ampi,

trovi tante Madonnelle. Che belli quegli altarini messi sulla strada con tanti fiori e lumini per la festa

della Madonna, di notte ogni rione brillava di luci Roma assomigliava al cielo con le stelle sembrava

che l’acqua uscisse cantando dalle fontanelle, sui cornicioni c’erano nidi di rondine.

Le popolane chiedevano qualche soldo per comperare fiori e lumini ed era una gara fra le donne

del rione monti e del rione borgo. Una madre pregava la Madonna per il figlio che era in prigione,

un’altra piangeva per il figlio perso in gravidanza, una ragazza si raccomandava alla Madonna

della neve per trovare marito.

 

 

DIPLOMA D'ONORE

 

1° Armando Bettozzi di Roma

 

È un continuo…Le attività italiane - tartassate dalla burocrazia e dal fisco, in cento modi - chiudono! Al loro posto spunta – come per incanto – un’altra attività…- tra l’altro, manovrata con furbizia, per sfuggire (lasciata sfuggire) a ogni controllo…

 

Na bbòtta de maggìa….

 

Sortènno p’annà ffà ‘r solito giro

ierammatìna a un quarto a mezzoggiorno

annànno verso piazza der fachiro,

me guardo ‘n po’ stranito torno, torno…

 

Ma ‘ndo cacchio sto a ‘nnà…” fò nfra me-e-me.

Me sto a sbajà…Pò èsse?...! Er cartolaro…

Lì c’era er cartolaro…E llà…Ma che è…?!

Là…sò sicuro…c’era er pizzettàro…

 

Ma anvédi…che ròbba…nu’ è possibbile…!

Ma che succede…Stessi a scimunìmme?!

<Ótolavaggio>…Che?!...Ma è terìbbile!...

<Kebàbbe>…<Frutta AliBabbà>…Ma dìmme…!

 

Tuto a pochi èuli!” ammiccava, ‘n cartello.

Proprio llì ‘ndove inzin’ a l’artro ieri

ce stàveno er Sòr Gìggi côr fratello

a vénne quer che serve a li cantieri…

 

Me stava a girà tutta la capòccia!

Ma, ched’era…’na bbòtta de maggìa?…

Fussi stato – la notte – a ffà bisboccia?!…

Nun s’ariconosceva, quela via.

 

Ma…sto disastro…a chi è che j’è piaciuto?

Me stavo a domannà…guasi piagnènno…

Forze è n incubbo!”…m’annàvo dicènno…

Ma era vero!...Nu’ ho rètto, e...sò svienuto.

 

 

Un colpa di magia (Traduzione)

 

Uscendo per fare il solito giro, / ieri mattina a un quarto a mezzogiorno / andando verso piazza del fachiro, / mi guardo tutt’intorno un po’ stranito…// “Ma dove diavolo sto andando…” dico fra me e me. / Mi sto sbagliando…Può essere?...Il cartolaio…/ Lì c’era il cartolaio…Ma che succede…?! / Là…sono sicuro…c’era la pizzeria…// Ma guarda …guarda…Non è possibile…! / Ma che succede…Che stessi rincretinendomi?! / <autolavaggio>…Cosa?!...Ma è terribile!.../ <Kebab>…<frutta AliBabà>…Ma dimmi te…! // <Tuto a pochi euli> pubblicizzava un cartello. / Proprio lì dove fino all’altro ieri / ci stava il signor Luigi col fratello / a vendere le mercanzie per i cantieri…// Sentivo dei giramenti di testa! / Ma, cos’era…un colpo di magia?.../ Fossi stato, la notte, a fare bisboccia?!.../ Non si riconosceva quella via. // Ma…questo disastro a chi è piaciuto? / Mi stavo domandando quasi piangendo…/ “Forse è un incubo!”…andavo ripetendo a me stesso…/ Ma era vero!...Non ho più resistito, e…sono svenuto.

 

 

2° Fausto Marseglia di Marano di Napoli

 

O DDOCE E LL’AMARO D’’A SERA

(Testo in vernacolo napoletano)

 

Che confusione c’è stata stammatina…

ma finalmente è fernuta ll’ammuina.

O sole se n’è ghjuto, è venuta ’a luna,

e p’’e strade ’un ce sta cchiù nisciuno.

 

A radio spanna nu mutivo antico

e se sente na pace dint’ô vico.

Me cunnulèo cu ’a seggia fòr’ô balcone

ncopp’ô licordo doce ’e ’sta canzone.

 

Chistu  mumento è ddoce overamente,,

quanno nun è sta cchiù mmiez’ â gente,

quanno può allentà nu poco ’a tensione

e può restà tu sulo fore a nu balcone.

 

Ll’uocchie se chiudono mpruvvisamente

e te scuorde ’e chello ca tenìve a mmente.

O primmo suonno chianu chianu te faje

mentre ’a notte t’accarezza e nun ’o ssaje.

 

Ma po’ nu brivido  t’acchiappa nfaccia

e cirche ’o lenzuolo allunganno ’e bbraccia,

accapizze ca staje fòr‘ô balcone

e vaje ’nt’ô lietto senza ca te n’adduòne.

 

Cirche ’e ripiglià ’o suonno ca îve lassato,

ma nun ce ’a faje pecchè te ssì scetato.

Te ggiri e t’avuòte cu ’a capa ’nt’ô cuscino

ma oramai è aspettà sulo ca fa matino.

 

Chesto succede quanno tiene già n’età:

O juòrno nun vide l’ora e te ne ij’ a cuccà,

ma appena piglie suonno subbeto te scìte…

e pienze comm’è scumbinata chesta vita.

 

 

IL DOLCE E L’AMARO DELLA SERA

(Testo in italiano)

 

Che confusione c’è stata questa mattina…

ma finalmente è finito il chiasso.

Il sole se n’è andato, è arrivata la luna

E per le strade non c’è più nessuno.

 

La radio trasmette un motivo antico

E si sente una pace per il vicolo.

Mi dondolo con la sedia fuori al balcone

sul ricordo dolce di questa canzone.

 

Questo momento è davvero delce,

quando non devi stare più fra la gente,

quando puoi allentare un po’ la tensione

e puoi restare tu solo fuori ad un balcone.

 

Gli occhi si chiudono improvvisamente

e dimentichi ciò che avevi nella mente.

Pian piano ti addormenti col primo sonno

mentre la notte ti accarezza e non lo sai.

 

Ma poi un brivido ti scuote il viso

e cerchi il lenzuolo allungando le braccia,

realizzi che stai fuori al balcone

e vai nel letto senza accorgertene.

 

Cerchi di riprendere il sonno interrotto,

ma non ce la fai perché ti sei svegliato.

Ti giri e ti rigiri con la testa nel cuscino

ma oramai devi attendere solo il giorno.

 

Questo accade quando hai già un’età:

Di giorno non vedi l’ora di andare a dormire,

ma appena prendi sonno subito ti svegli…

e pensi come sia disordinata questa vita.

 

 

3° Antonio Damiano di Minervino (Lecce)

 

NTR’ A DHU FUNNU DE LETTU

(dedicata a mio padre)

 

A vita sua ha’ scuruta faticannu,

a mmalatìa nu’ ll’haje sparagnatu,

li recumaterna ritti ‘lli vannu

pe’ llu bonu c’ha’ sempre simminatu.

 

S’hannu fatti ‘nnanti poi tutti ‘i cuai,

tra li ‘spedali e ‘na trista vecchiaia,

lu surrisu nu’ ll’ha’ lassatu mai

dh’ommu forte divintatu de paja.

 

D’ogni corpu d’aria s’ia rricuardare,

na parte de ‘a pensione a mmidicine,

era presciu, se ‘u sapivi pijare,

ntr’ a dhu lettu du ha’ canusciute spine.

 

Nci su’ stati duttori de cuscienza

e certi capiune dhu vecchiareddhu,

de ‘ssistimenti nu’ nn’è statu senza

ma nu’ bbulìa ‘lli dici mai “pareddhu”!

 

Sempre bona cuida finu alla fine,

de ‘ntr’ a dhu funnu de lettu cunsijannu,

a tutte ‘e cose dicìa sempre “sine”

puru ca ìa rispunnire cullu ‘nfannu.

 

In paradisu se n’è sciutu rittu,

dhu mesciu de vita de sire meu

e, quannu leggu quiru c’aggiu scrittu,

lu primu ca se ‘nnutica su’ jeu!

 

IN QUEL FONDO DI LETTO (Traduzione)

 

La vita sua ha trascorsa lavorando,

la malattia non l’ha risparmiato,

i requiem diritti gli andassero

per il buono che ha sempre seminato.

 

Si sono fatti avanti poi tutti i guai,

tra gli ospedali e una triste vecchiaia,

il sorriso non l’ha lasciato mai

quell’uomo forte diventato di paglia.

 

Da ogni colpo d’aria si doveva riguardare,

una parte della pensione in medicine,

era contento, se lo sapevi prendere,

in quel letto dove ha conosciuto spine.

 

Ci sono stati dottori di coscienza

e certi capivano quel vecchierello,

di assistenze non è stato senza

ma non voleva gli dicessi mai “poveretto”!

 

Sempre buona guida fino alla fine,

da dentro quel fondo di letto consigliando,

a tutte le cose diceva sempre “sì”

anche se doveva rispondere con l’affanno.

 

In paradiso se n’è andato dritto,

quel maestro di vita di papà mio

e, quando leggo quello che ho scritto,

il primo che si emoziona sono io!

 

DIPLOMA DI MERITO

 

1° Sabino Zaza di Corato (Bari)

 

Mene'

 

Figghja maje, prime ca me ne voche o alte munne

vite c'ava sta na lettre sotte u condrafunne

chedda è la lettre ca me screvì u prime zite

ca me venaje appierse e ghje u velaje pe marite.

Nan èrre bèrefatte ma me piaciaje percè èrre speciuse

e a mamme ed attaneme u tenaje alla scuse.

M'arrecorde quanne me fermò mèzze alla strate

devendièbbe totta rosse e abbambate,

nan zapièbbe responne quanne me facì la dichiarazione

e scappenne angore me vedaje qualcune,le decièbbe vai via cafone!

Na cause azzecchièbbe ca nan èrre nu artiste,ma une de fore

però quanne u vedaje alla sfesciute m'abbattaje u core.

Prime se sciaje nanze ad occhjate e serdelline

e quanne staje a recamà sculquaje da rète la vetrine

mo ca la liesce capisce percè la soche tenute stepate,

e quanne re decièbbe a mammà ca ne giovene avaje venì a dà la mbasciate,

pe nan fammue spesà me ne decerne de rutte e sane

percè canesciajne la famigghje du attane.

Cudde uagnaune èrre poverièdde

nan tenaje manghe ne fondarièdde

deciajne ca oltre a nan tenaje nudde,

èrre na famigghje de mescerudde.

Figghja maje prime le matremunie se cumbenajne

penzajne alla proprietà e alla dote ca pertajne

nan faciaje nudde ce masque o fèmene èrene brutte

l'imbortande ca re saccure èrene chiajne de frutte.

D'attande nan me pozze lamendà

alla case mè nudde è fatte mangà

furene le famegghjare ca me u ammenèrne nanze

percè èrre une ca pertaje la sostanze.

Ma è state na vite sciapite senza sapore

me u spesièbbe pe dà alla famigghje maje l'onore.

Però mè èsse chiamate a nome accamme le cristiane

manghe ce èrre na figghje de na cane

menè daddò,menè daddà,fo chesse e fa chedde

trattate accamme na schiavarèdde

assalute prime de mbrì

attande u sendièbbe chiamà:Marì,Marì!

 

 

RAGAZZA (Traduzione)

 

Figlia mia, prima che me ne vado all'altro mondo, vedi che sotto il cassetto della biancheria c'è una lettera che mi scrisse il primo spasimante che mi faceva la corte e che io volevo sposarlo. Non era bello, ma mi piaceva lo stesso, perché era sveglio e spiritoso e ai miei genitori non dicevo niente di questa relazione. Mi ricordo quando mi venne incontro per dichiararsi apertamente diventai tutta rossa e infuocata, e non sapendo cosa rispondere, scappando per non essere vista da qualcuno, gli dissi:- vai via cafone! Una cosa che nella ciurcostanza, avevo indovinato che non era un artigiano, ma un contadino. Però, quando lo vedevo di sfuggita, mi batteva il cuore. Prima si amoreggiava con sguardi e fischiettii, e quando mi mettevo a ricamare, lo guardavo da dietro la vetrina. Adesso che la leggi capisci perché l'ho tenuta nascosta. Quando lo dissi a mia madre che un giovane sarebbe venuto ufficialmente a chiedere la mia mano, per non farmelo sposare me ne raccontarono di tutti i colori perché conoscevano la famiglia del padre; tra l'altro era anche povero non aveva neanche un pezzo di terra ed oltre a non avere nulla era una famiglia di debosciati. Figlia mia, all'epoca i matrimoni si combinavano, pensavano alla proprietà e alla dote che portavano, non stavano a guardare l'aspetto estetico, l'importante che ci fosse la sostanza. Tuo padre, a voi e alla casa non ha mai fatto mancare nulla, infatti furono i famigliari a presentarmelo perché era benestante. E' stata una vita scipita senza sapore, lo sposai per dare onore alla famiglia. Mai essere chiamata con il mio nome come i cristiani , ragà di quì, ragà di là, fai questo e fai quello trattata come una schiavetta. Soltanto prima di morire sentii tuo padre chiamare: -Marì, Marì.

 

 

2° Fermando Mita di Ruffano (Lecce)

 

A CARUSEDDHRA

 

CARUSEDDHRA CA TE VITTI NFACCIATA

CCI BBULIA TTE’ VISCIU NNAUTRA FIATA

STA PASSU E SPASSU SUTTA STU BALCONE

GIA’ SSTA’ BRUSCIU TUTTU TE PASSIONE

ULIA TTE CUNTU PROPRIU A TTIA

PRIMA CU CUNSUMU TUTTA A VIA

CONTINUU CU NGIRO SEMPRE TORNU TORNU

MA TE TICU U VERU NNU PICCA ME NE SCORNU

ULIA TTE MMOSCIU CCI TEGNU INTRA LLU CORE

E PROSSIMU CU SCOPPIA PE LL’AMORE

MA OIU CU EGGIU FORTE TE L’AGGIU DDARE

LA MIA NONN’E’ CCHIU VITA SE NO TTE POZZU AMARE

IEU CA TE PACENZIA NE TEGNU TANTA

ULIA TTE TEGNU PE MMIE COMU NNA SANTA

NNA ?? ECCULA , STA ESSE PROPRIU MOI

STA MME FACE SEGNI DICE CCI BBOI

STA NNE NTONU GIA’ NNU BEDDU CANTU

L’OCCHI MEI SANNU MMUDDHRATI PE LLU CIANTU

 

 

La signorina (Traduzione)

 

SIGNORINA CHE TI VIDDI AFFACCIATA

QUANTO VORREI VEDERTI UN'ALTRA VOLTA

VADO AVANTI E INDIETRO SOTTTO IL TUO BALCONE

SONO ARSO DALLA TUA PASSIONE

VORREI PARLARE PROPRIO A TE

PRIMA DI USURARE TUTTA LA STRADA

CONTINUO A GIRARE INTORNO

MA , A DIRE IL VERO UN POCO MI VERGOGNO

VORREI FARTI VEDERE QUELLO CHE HO NEL CUORE

CHE E’ PROSSIMO AD ESPLODERE PER AMORE

MA VOGLIO ESSER FORTE , TE LO VOGLIO RISERVARE

NON VIVO PIU’ , SE NON TI POSSO AMARE

IO CHE DI PAZIENZA NE HO TANTA

VORREI AVERTI PER ME’ , COME UNA SANTA

ECCOLA, SI AFFACCIA PROPRIO ORA

SI SBRACCIA PER DIRE COSA VOGLIO

GLI RISPONDO INTONANDOGLI UN BEL CANTO

CON I MIEI OCCHI BAGNATI PER IL PIANTO

 

 

3° Giancarlo Colella di Acquarica del Capo (Lecce)

 

Lu rispettu de li morti

 

Ancora osci allu paese meu

pe ogni mortu nc’è nu rispettu ranne,

sia ca sia riccu o senza le mutanne,

sia ca dorme an palazzu o ammenzu u feu.

 

Quannu unu more tuttu lu paese

face le condojanze a campusantu,

de fiuri ammenzu a via tuttu nu mantu

e la famija poi nu varda a spese:

 

la banna, le curune, lu chiasciune,

lu chiaùtu, lu carru e i paramenti,

le scarpe, lu cappeddu e lu custume.

 

Ma de lu stessu mortu quann’era viu

ciuveddi mai se ne futtìu nu cazzu,

la gente, li parenti … e mancu u fiju!

 

 

Il rispetto dei morti (Traduzione)

 

Ancora oggi al mio paese/per ogni morto c’è un grande rispetto,/sia che sia ricco o senza le mutan-de,/sia che dorma in un palazzo o in campagna./Quando uno muore tutto il paese/fa le condoglianza al cimitero,/per la strada è tutto un manto di fiori/e la famiglia poi non bada a spese:/la banda, le corone, il lenzuolo,/la bara,il carro e i paramenti,/le scarpe, il cappello e il vestito./Ma dello stesso morto quand’era vivo/mai nessuno se n’è fregato un cazzo,/la gente, i parenti … e neanche il figlio.

 

 

DIPLOMA SPECIALE DONNA

 

Katia Papandrea di Aosta

L'âno

Tan dè travai a la campagne

I fijoe l'âno .

Jamì lagné!

Ma què difisilo!

Can y a pomé voya dè travayé,

Impousiblo dè lo fae boudzé!

 

L’asino (Traduzione)

Tanto lavoro faceva l’asino in campagna

Mai si stancava

Ma che difficile

Quando la voglia di lavorare gli passava

Impossibile farlo muovere di nuovo!

 

HANNO VALUTATO I TESTI I GIURATI:

 

-Cinzia Baldazzi di Roma – Giornalista Rai1, saggista, critica letteraria, teatrale e musicale.

-Lorenzo De Ninis di Lignano Sabbiadoro (Udine)–Professore di lettere, poeta e webmaster diwww.poetare.it.

-Miguel Rosario di Firenze – Attore e regista Venezuelano, autore di testi per il teatro, Direttore artistico Compagnia “Il Bernoccolo”.

 

 

 

 

 

SEZIONE POESIA – HAIKU

(La graduatoria è compresa tra un voto massimo di 80,37 ed uno minimo di 60,97)

 

1° Classificato – Diego Bello di Roma con l'haiku

 

Sera d'arancio
Anche una barca in secca
traghetta sogni

 

 

2° Classificato – Nunzio Industria di Napoli con l'haiku

 

la notte accende

uno sciame di stelle

lucciole insonni

 

3° Classificato – Matteo Piergigli di Monte S. Vito (Jesi) con l'haiku

 

Il fiume in secca

gracidare di rane

l’argilla spacca.

 

 

DIPLOMA D'ONORE

1.a Rita Stanzione di Roccapiemonte (Salerno) con l'haiku

 

Sui fiori d'acqua
Solco di miele e ombra
la brezza è ferma

 

2.a Maria Clotilde Cundari di Napoli con l'haiku

 

luna d’estate

uno spicchio sul mare -

culla di luce

 

Aldo Simone di Lecce con l'haiku

 

Sotto il sole
Profumano i fichi -
Da mille anni.

 

DIPLOMA DI MERITO

Renato Arosio di Lissone (Monza) con l'haiku

 

bambini morti

in Honduras e Africa

stelle cadenti

 

Donato Leo di Gioia del Colle (Bari) con l'haiku

 

Torrida estate

Sbocciano amori nati

Sulla battigia

 

3.a Chiara Sardella di Conversano (Bari) con l'haiku

 

Non ho parole

Sui corvi che sorvolano

le guglie gotiche.

 

 

 

HANNO VALUTATO I TESTI I GIURATI:

-Cinzia Baldazzi di Roma – Giornalista Rai1, saggista, critica letteraria, teatrale e musicale.

-Lorenzo De Ninis di Lignano Sabbiadoro (Udine)–Insegnante di lettere in pensione, poeta e webmaster di www.poetare.it.

-Fabia Binci – di Genova Insegnante di lettere in pensione, esperta poesia Haiku e Presidente Unitre Arenzano e Cogoleto (Genova)

 

 

 

SEZIONE NARRATIVA

(La graduatoria è compresa tra un voto massimo di 84,98 ed uno minimo di 69,30)

 

1° Classificato - Matteo Tonnicchi di Brighton–Inghilterra

(Premiato con targa ed euro 200)

 

DAAKHEL ALBAHR

Socchiuse gli occhi; attorno a lui la massa di persone iniziava ad agitarsi scomposta. Mormorii confusi. «Hanno trovato i disertori,» pensò. Strinse al petto sua figlia. «Si sono nascosti di sopra, li hanno già trovati». Uno scossone lo fece sussultare: aprì completamente gli occhi. Il sogno lasciò posto alla realtà: era nella stiva della nave, che rollava violentemente. I suoi compagni di viaggio erano in tumulto. Fuori infuriava la tempesta; il vociare concitato si alternava a un sottofondo di preghiere. «Rimani qui; papà ora va a vedere. Non ti muovere. Tieni, mettilo,» intimò alla bambina passandole un giubbotto salvagente. Poi si fece strada tra la gente, verso le scale del boccaporto. Arrivato in cima socchiuse il portellone e si affacciò. Il petto, svuotatosi dell’acre odore di sudore e sporcizia, si riempì di gelido vento salmastro. Nella notte fonda il mare era fuori di sé: si innalzava in grattacieli alti, imponenti, che crollavano fragorosamente schiaffeggiando il pontile. «È esplosa un’altra autobomba in piazza Saadallah alJabiri,» in lacrime, così gli si era presentato il fratello nella casa alle periferie di Aleppo. «Tua moglie era lì. Sono riuscito a tirare fuori la bambina. Ma tua moglie; l’ho persa». Gioco al terrore di Bashar alAssad, oppure scellerata protesta dei ribelli; cosa poteva dire alla bambina, i grandi occhi neri incoscienti, cemento e sangue sulle guance. «Devo trattenere le lacrime, la paura, farle vedere che suo padre è forte; farla sentire tranquilla» aveva pensato, costringendosi a un sorriso rassicurante. Un momento di tregua: tutto intorno le onde gorgogliavano raccogliendo la loro furia. Quella calma minacciosa gli aveva mozzato il fiato, a bordo della motocicletta al confine: attraversando il deserto, tenendo la figlia sulle ginocchia, abbracciata a lui. Gli avevano assicurato che il percorso era sicuro. «Sempre dritto, trenta gradi a nordest,» gli avevano detto, «le hanno tolte tutte da quella parte». Tutte, le mine a protezione della frontiera. Doveva mantenere il tragitto, senza la minima variazione; ai lati di esso, di tanto in tanto, cadaveri mutilati emergevano dalle sabbie roventi. La piccola mano della figlia nella sua. «Cosa fai qui? Ti ho detto di aspettare. Torniamo giù, non si può uscire» disse. Chiuse il portellone saldamente, prese la figlia in braccio e la riportò nella stiva. Un tuono ruggì fragorosamente intimando il silenzio: nonostante ciò, le preghiere andarono avanti.

Le preghiere erano andate avanti, nonostante fuori dalla Grande Moschea il minareto millenario fosse stato raso al suolo da colpi di cannone. Sfregio per mano di Jabhat alNusra, oppure lo stesso esercito; cosa dire all’umanità, i grandi media del mondo indolenti, occupati da pettegolezzi, scandali politici, andamenti di borsa. Le onde tornarono: con la forza di un titano sollevarono la nave in alto, fino a ribaltarla. Rituffato sottosopra nel mare, il ponte cedette crepandosi attorno al portellone, che venne strappato via: l’acqua ghiacciata si fece strada nel boccaporto iniziando ad invadere la stiva, a ghermire uomini, donne e bambini come una fiera sulla preda. Le luci si spensero. Alcuni urlavano; altri pregavano a voce più alta. Lui no. Strinse al petto sua figlia, e affrontò le acque.

«Ah, li hai portati, bene,» disse l’ufficiale seduto alla scrivania. L’appuntato entrò con un sacchetto di carta in mano; da esso esalava un odore dolce, delizioso. L’ufficiale lo afferrò, ci affondò la mano: «A quest’ora del mattino ci fanno venire a fare i controlli. Nemmeno il tempo di fare colazione,» borbottò. «Allora, l’interprete?» chiese poi, prima di addentare uno dei cornetti alla crema. L’appuntato fece entrare un uomo alto, moro, dalla pelle olivastra. «Da dove vieni?» chiese l’ufficiale, dopo aver mandato giù il boccone. «Dal centro rifugiati politici,» rispose quello. L’ufficiale annuì. Poi trattenne il cornetto tra i denti; si alzò, mise su un kway; prese il sacchetto; fece cenno ai due di seguirlo fuori. Raggiusero il centro del campo profughi, sulla spiaggia di Lampedusa. La pioggia scendeva ancora, adesso leggerissima, in balìa della brezza. Arrivati di fronte alla massa di sfollati: «Mizzica quanti,» esclamò l’ufficiale, «e mi hai detto che erano il doppio quando sono partiti?» «Tu,» rivolto all’interprete «chiedi un po’ da dove vengono». Mentre quello chiedeva in giro, l’ufficiale continuava a mangiare. Tese il sacchetto verso l’appuntato: «Vuoi?» L’appuntato rifiutò con un cenno della mano; l’altro scrollò le spalle. Mise in bocca l’ultimo cornetto e si leccò le dita. Dopo qualche minuto l’interprete tornò: «Quelli lì sono Eritrei. Quel gruppo dalla Nigeria. Ci sono una ventina di Somali e qualche Sudanese. Quelli lì, invece, vengono dalla Siria». «Dalla Siria?» sbottò l’ufficiale; prese i fazzolettini di carta in fondo al sacchetto ormai vuoto; si pulì la mano. «Mo’ pure dalla Siria. Andiamo bene». Poi indicò una figura rannicchiata su una roccia: «e quella bambina da sola? Chiedi un po’».

L’interprete le si avvicinò e iniziò a farle delle domande. «Ha detto che è venuta col padre,» tradusse. «Chiedile dov’è, allora» disse l’altro. L’uomo formulò la frase in arabo, dolcemente. La piccola ci pensò. Poi rispose: «Daakhel albahr». Un attimo di silenzio; l’ufficiale incalzò spazientito: «Allora?» «Dentro il mare,» tradusse l’uomo «ha detto che suo padre è dentro il mare».

Il sole stava sorgendo, la pioggia aveva smesso completamente. La bambina inclinò la testa e socchiuse gli occhi; dietro di lei la massa d’acqua iniziava a calmarsi. Nello sciabordio della risacca: «No. Non farlo. Non voltarti». La piccola strinse le mani sul giubbotto salvagente che ancora aveva indosso. «Non piangere, non aver paura, fai vedere che sei forte; stai tranquilla». «Non ci sono più le strida del vento, il rombo delle onde». «Non ci sono più le armi, le bombe, le rovine in frantumi». «Non c’è più Aleppo: qui, in quest’alba, sei libera dal silenzio della morte,» che urla dalla Siria.

 

 

 

 

2° Classificato - Carlo Simonelli di Boll (Berna) – Svizzera

 

 

IL PESO LEGGERO DELL'INNOCENZA 24.2.2016

 

Quando si sentiva triste, la sera si avvicinava al parapetto, vi poggiava le braccia e guardava lontano. La distesa d’acqua, a toccarla con gli occhi era a un centinaio di metri, ma se voleva bagnarsi i piedi doveva scendere da un sentiero, ripido e stretto, che tagliava per le rocce sabbiose, poi per i campi coltivati, e camminare ancora per un pezzo prima di raggiungere la spiaggia. A guardare di sotto, non si vedevano che spuntoni aguzzi, d’un bianco sporco, ma don Felice non ci guardava, perché soffriva di vertigini. Si limitava a pensare ai fatti del giorno, a sua madre, a quel paese dove era stato spedito due anni prima e al sole rosso che gli scuriva il volto non meno dei pensieri. E il cupo peso della vita gli poggiava sulle spalle e premeva fino a lasciarlo senz’aria, un vecchio spirito gli rubava gli sguardi prima che arrivassero a toccare l’orizzonte.

Quando era partito, tanti s’erano chiesti il perché, e certo i più avevano già una risposta pronta da dare, anche se non tutte uguali, ma nessuno al suo arrivo nella nuova parrocchia s’era fatto domande. I religiosi vanno e vengono secondo la volontà di Dio e dei superiori.

Don Felice non se l’era chiesto, il perché, e forse era l’unico che ne avrebbe avuto il diritto e avrebbe dovuto farlo. Alla comunicazione del trasferimento aveva abbassato il capo, con cristiana accettazione, aveva esitato un attimo prima di aprire bocca, e con un filo di voce aveva chiesto quando doveva partire. Appena si venne a sapere del suo comportamento, per la gente fu tutto chiaro. Non si trasferisce un parroco senza un motivo, bastava semplicemente scavare tra i ricordi e qualche colpa sarebbe venuta fuori. Nei paesi si sa sempre tutto, non ci sono paesi dove si può vivere lasciando tutti all’oscuro di ciò che si fa. E lui faceva. E la gente sapeva. E lui meno faceva e più la gente sapeva. Li avevano visti uscire dalla parrocchia accaldati e sudati, coi vestiti sgualciti e sporchi, e a volte anche strappati, quei bambini. E da quando avevano imparato ad andare in parrocchia ritornavano sempre più tardi e tra rimproveri e botte raccontavano di aver giocato a pallone o ad acchiapparella. Quando vennero a mancare dei cimeli in chiesa, si sapeva dove erano finiti; in quale stanzino chiuso a chiave; occhi buoni li avevano visti caricati di notte su un’Ape gialla da ombre che bestemmiavano, e portati chissà dove, chissà perché. Tante cose di valore avevano fatto la stessa fine, e quando la famiglia di don Felice cominciò a fare qualche lavoretto in casa pure i più incerti si ricredettero. Come se non fosse bastato, anche quella ragazza rimasta incinta a sedici anni era stata un colpo a un alveare, uno sciame di dicerie che ronzavano impazzite nell’aria e pungevano a caso chi capitava a tiro, chi si trovava sul proprio mormorio. Era timorata di Dio, certo, e allo Spirito Santo i buoni fedeli erano disposti a credere e ci credevano fermamente quando parlavano di fatti avvenuti per certo solo duemila anni prima, ma al giorno d’oggi poteva essere solo un espediente ingenuo per discolparsi, non poteva essere vero. Soprattutto se lo Spirito Santo, con tanta gente dabbene che c’era in paese, si era presentato alla figlia di Giovannino del Mercato, carpentiere. I sospetti, su chi fosse lo Spirito Santo si restringevano a tre o quattro dei dintorni, tra i quali quel don Felice che ogni giorno se la ritrovava nel confessionale, a qualsiasi ora.

Così, quando si seppe la notizia del trasferimento, nessuno si meravigliò. Tutti pensarono che qualche lettera anonima fosse giunta al vescovo, o più d’una, e che finalmente, quel sant’uomo aveva fatto il dovere del suo ministero. Sissignore, era ora!

Non s’era mai abituato alla nuova parrocchia e non aveva mai legato con i nuovi parrocchiani, non che fossero cattivi, ma era lui che li teneva a distanza, l’esperienza gli aveva insegnato che l’uomo è malvagio, nel suo corpo vi si annida il demonio e per non farsi tentare e sbranare bisogna tenerlo a distanza, e lui così faceva col bastone dell’indifferenza, che tirava fuori ogni volta che qualcuno tentava di avvicinarsi troppo ai suoi sentimenti. Quando si cercava di guardagli nel fondo dell’animo.

A mettergli ancora più tristezza era sua madre, malata, e lui sapeva che pur raccontando in giro della fortuna che le era capitata di avere un figlio con la vocazione avrebbe voluto dei nipoti e non ritrovarsi la casa vuota e sbiadita, dove nuvolette di polvere galleggiavano a mezz’aria tagliate dai raggi di sole che penetravano dalle finestre, stanze vuote restituivano l’eco di una sterile vita di privazioni, nella quale si sentiva da anni puzzo di morte.

Un giorno, mentre era in canonica squillò il telefono. Era la moglie di Giovannino del Mercato che lo pregava di battezzare suo nipote, che avrebbero voluto che fosse proprio lui a farlo, perché lo conoscevano e il nuovo parroco era di un’altra pasta, superficiale per le cose dell’anima, aveva sì la vocazione, questo non lo metteva in dubbio, ma voleva farlo da lui questo battesimo. A don Felice parve strano, ma non seppe dire di no.

Il bambino era appeso al petto della giovane madre, tutta vestita di bianco come una sposa. I parenti occupavano due file di panche e si riconoscevano dai vestiti pacchiani e le facce rosse di vino e di fatica. Quando l’acqua gli bagnò la fronte, il neonato cominciò a strillare e piangere. Fu allora che don Felice alzò gli occhi e incrociò lo sguardo con quello severo di un uomo che gli sembrava di conoscere, ma non riusciva a ricordare chi fosse. E più cercava di legare quella faccia a un nome, a un’esistenza, e più gli si annebbiava la mente, si cancellavano i ricordi, gli si sovrapponevano. Le nuvole che aveva visto la sera prima si addensavano, presto sarebbe venuta la pioggia. Il vento gli soffiava parole che non riusciva a sentire, che si confondevano l’un l’altra, in un turbine rumoroso si univano e lo avvinghiavano in spire strette che gli facevano perdere il fiato. Dopo un breve capogiro si era accorto, così, che tutti lo stavano fissando, che i fedeli si aspettavano che dicesse qualcosa. S’era interrotto nel mezzo di una frase e dalle navate attendevano che continuasse, ma non sapeva cosa avesse detto prima e dove fosse rimasto. A pensarci bene, non gli veniva in mente nemmeno chi potesse essere quella bianca sposa al suo fianco, quel tenero frutto mondo tra le braccia, tutte quelle bocche aperte che aspettavano una parola. E il turbine riprendeva e lo sballottava nell’immensa confusione di ricordi mai avuti, di cose mai fatte, nei cattivi pensieri del mondo. Ma l’uomo continuava a fissarlo, più degli altri, lo teneva in suo potere, un potere maligno, mentre la sua mano a mezz’aria ancora lasciava cadere un rivolo d’acqua sulla creatura, finiva per terra, bagnava il marmo consunto dai secoli. Fu in quel momento che don Felice guardando il bambino pensò a sua madre, la sua stessa testa liscia dai pochi capelli bruciati, il dolore e il pianto incontrollato, la fatica della malattia che le consumava ogni giorno le ossa, bianchi gessetti che non lasciavano traccia sulla lavagna di una vita, e la polvere che frullava a un raggio di sole posato sul tabernacolo. L’uomo era a un passo, e lo fulminava, stava di fronte come lo Spirito Santo, in mezzo ai crocifissi e alle madonne, all’odore acre d’incenso bruciato. Si aspettava, come gli altri, una sua parola che non voleva uscire, e forse non era altro che l’afonia dell’intera esistenza. Lasciò cadere quello che aveva in mano e si mosse piano lungo le panche della navata seguito da occhi fermi e bocche aperte. Spinse il pesante portone di legno e uscì sulla piazza di fronte alla chiesa. Camminò per un centinaio di metri fino alla balaustrata, appoggiò le braccia e guardò lontano, dove le nuvole azzurre si abbracciavano e confondevano, pioveva adesso, lì in mezzo al mare, presto la tempesta sarebbe arrivata , portata dal vento, avrebbe lavato la polvere dalle strade, ma alla prima schiarita sarebbero state di nuovo sporche, nessuna pioggia può nettare dal male del mondo, nessun fuoco estirpare le colpe incerte, dietro di lui la gente era uscita silenziosa dalla chiesa e gli faceva da seguito, tenendosi a distanza.

Don Felice s’arrampicò sul parapetto come un angelo nero che sembrava ancora più scuro di quando era al fianco di quella madonna col bambino in braccio, alzò le mani al cielo, e gettato un grido in un momento scomparve di sotto, andando a finire tra le rocce che adesso s’erano tinte anche di rosso.

 

 

3° Classificato - Donato Nuzzaci di Santa Cesarea Terme (Lecce)

 

FERRO, FUOCO E FANTASIA

 

Littorina, impiegata presso le Ferrovie Sud-Est, tra voglia di evasione dalla monotonia e gratitudine per aver vissuto una vita speciale

 

Volevo confondermi tutt’uno con l’immenso spazio naturale. Per rinfrescare il corpo e l’anima. Far entrare i miei piedi a contatto con la terra fresca, piena di erbetta, licheni, ornata di pietre e pietruzze, popolata di rovi e animaletti. Lo volevo, lo desideravo.

Qui, disperso nella campagna tra Spongano e Castiglione d’Otranto, posata la bicicletta su un muretto, il mio sguardo si era precipitato a puntare due strisce parallele, rettilinee e infinite: i binari delle ferrovie Sud-Est.

 

Colava il mio naso, d’un tratto. Per l'emozione forse, oppure per il fastidio di sentire quell'odore pungente proveniente dalle traversine e da quei ferri vincolati al terreno misto breccia: ruggine, petrolio, resine, nafta, catrame..........

 

……Tuhthunt tuhthunt…...Sciuff….sciuff…….Tuhthunt tuhthunt.........

 

C’è qualcosa di strano intorno a me... Il binario vibra sempre più. È un continuo ticchettio, frenetico, a tratti fastidioso. Un dondolio incalzante. Sarà la spinta del treno, penso tra me. Mi assalgono mille dubbi e mi accorgo che però non si tratta di piccole oscillazioni.

Adagiato sul muretto comincio a sentire un fischio continuo, assordante. Eccola! Arriva…, arriva……. Vedo Littorina… oggi è in forma smagliante. Ma cosa sta succedendo? Viaggerà sicuramente sui 100 km/all’ora. Velocità assurda. Non consentita per ora su quei binari con le traversine in legno... tutte traballanti….

Mi passa accanto. Mi sfiora quasi. E succede l’incredibile: si accorge di me seduto sulle pietre e, con una frenata al limite, si blocca letteralmente. Mi fissa, ansimando.

Non ci potevo credere. Con gli occhi fuori dalle orbite dei fanali, Littorina si ferma. Grida. E si smuove tutta. Con voce affaticata, supplica: «Aiuto! Aiuto! Hei tu, aiutami, ti prego!».

Oh..… cara, ciao! Ma che succede?, chiedo con espressione stupita, mentre noto che nella carrozza non c’è un solo passeggero, nemmeno uno.

«Vogliono portarmi via da qui! - esclama Littorina con voce squillante - non vedi? Rifanno le traversine, ristrutturano i passaggi a livello, potenziano l’elettronica, riducono i casellanti. Il tutto per cosa? Per far viaggiare le persone più velocemente con treni di ultima generazione, e far risparmiare loro una manciata di minuti. Aiutooooo! Salvami, salvami ti prego!!. Portami a mare, fa qualcosa per me…….».

Ma insomma, Littorina! Tutto questo baccano. Non sai che la tecnologia ha bisogno di ammodernarsi in continuazione? E’ lo “sviluppo”, bellezza. E’ la “crescita”.

«Senti, io voglio andare via da qui. Lo vuoi capire? Non voglio essere smembrata in mille pezzi oppure addirittura trasferita in un qualche paese del Terzo mondo…, magari col caldo torrido in groppa tutto l’anno!». Littorina non scherza e finisce la sua supplica in un bagno struggente di lacrime.

 

Da una campagna vicina sento rumore di passi sul terreno inzuppato d’acqua piovana. I click di una macchina fotografia. Faccio dieci metri e scorgo lui. Il mio amico Agostino.

«Pazzo! Ti ho sentito questionare, ma con chi parli?», mi domanda socchiudendo gli occhi. Guarda, Littorina piange, dice che la polizia ferroviaria verrà a prelevarla tra non molto per un destino che non si sa. «Ho paura che sia un altro dei tuoi sogni», sentenzia.

«Buon uomo …ciao!» balbetta Littorina dal binario. «Fate qualcosa per me, ho pochi minuti a disposizione per parlarvi, fra non molto passerà un altro mio collega da qui».

A dir poco elettrizzato dalla sorpresa di poter parlare per la prima volta nella sua vita con una macchina, Agostino si ravvede: «Mia cara, - dice rivolgendosi al treno - dovresti sapere che tutto cambia. Essere legati al passato è come trovarsi col culo per terra dentro una cella che impedisce  il contatto diretto con la vita. Crogiolarsi poi nelle proprie abitudini, nella propria autocommiserazione, nei propri presenti dolori, nel ricordo dei bei tempi passati, nell’inerzia, nella rassegnazione, nella vana tranquillità dei giorni che scorrono sempre  uguali, non è mai un bell’esercizio. Ma ti salveremo vedrai», continua col dirle con un pizzico di ironia. «Abbiamo salvato perfino la Parmalat, vuoi che non salviamo proprio te?». E rincara: «Vedi bella, il tempo non si perde e non si trova…Quando avrai capito che…il tempo non passa, sei tu che passi… avrai capito cos’è il tempo e vivrai meglio il tempo che ti resta».

Littorina si china quasi a toccare la terra con il mento ferroso. Sembra travolta da ondate di disperazione, stremata. Davanti a sé, nella fantasia, scorrono immagini di un tempo ormai lontano, quando bambini, anziani, studenti e lavoratori salivano sul suo groppone, alcuni festanti altri un po’ meno, per raggiungere l’altro capo della Provincia o della Regione.

Decido di azzardare una proposta: «Ho un piano per provare una fuga disperata. Ma tu Littorina, dovrai esaudire un nostro desiderio».

«Va bene, va bene, dimmi. Fai veloce che ho pochi altri istanti…».

«Domenica prossima, approfitteremo del fatto che i treni della Sud-Est sono fermi. Io e Agostino ti aspetteremo qui su questo stesso punto. Saliremo nel tuo scompartimento e ci porterai in viaggio tra le province di Lecce, Taranto e Brindisi dove respireremo aria di messapia, profumi seducenti e godremo di paesaggi affascinanti. Sarai, a quel punto, per una volta considerata il treno sul quale viaggia la Felicità.

«Perfetto, per me va benone», dice Agostino. «Sì ma poi cosa succederà?», chiede Littorina con una certa ansia. «Io voglio scappare via da qui, nascondermi in qualche modo per salvare almeno la dignità: non mi va di restare ancora per molto su queste linee parallele e sentirmi confusamente precaria, surclassata, raggirata dalle giovani e avvenenti carrozze tutto smalto e velocità».

«Vedrai…».

Domenica 3 marzo 2013 ore 8.30 del mattino. Littorina arriva con gran fretta nel punto concordato e frena d’impeto. «Siete pazzi! La gente mi guarda attonita. Tutti i passaggi a livello oggi sono aperti, ogni volta devo stare attenta e andare a passo d’uomo. È vietato procedere di domenica. Qualcuno avrà chiamato la polizia. E nel giro di poco, verranno qui! Salite!».

 

Ci fiondiamo nel cuore della Littorina. Il viaggio prende avvio. I motori già caldi, quasi esplodono. Sembra di stare su un aereo in partenza. Trema tutto, dalle sedie ai finestrini.

Castiglione, Tricase e poi via via verso Gagliano. Il treno è tutto nostro. Nessun controllore. Nessun passeggero. Il paesaggio è multiforme. Arriviamo a Casarano, poi Gallipoli. E ancora Nardò, Novoli, Francavilla Fontana, Martina Franca, Taranto. Da qui torniamo a Lecce. E poi Zollino, il tempo di un buon caffè al bar della stazione e quindi di nuovo torniamo a Spongano. Pioggia, poi sole, ancora pioggia.

«Ragazzi, piaciuto eh?», sorride Littorina. «Meraviglioso! - esclama Agostino. Sei stata incredibile, insuperabile, sublime». «E ora - le dico - ti porteremo al mare, per il primo bagno della stagione. Dovrai soltanto cercare di lasciare i binari e inserirti in quella stradina asfaltata laggiù in fondo. Ti aspetteremo lì».

Littorina si prepara al grande salto: svincolarsi dai binari e fuggire verso nuovi orizzonti, dove più congeniale sarà la sua dimensione.

Oscilla avanti e indietro. E’ piuttosto emozionata. Prende la rincorsa e mentre sta per compiere una rocambolesca manovra….succede qualcosa di inaspettato. Boom!!!

 

 

4.a Classificata - Daniela Vigliano di Cigliano (Torino)

 

LA FINESTRA

 

La stanza d'ospedale, pulita e anonima nella sua asetticità, aveva la finestra affacciata su un giardino. Volgendo lo sguardo verso destra, il capo stanco appoggiato al cuscino, Alma poteva vedere la natura che stava dando il meglio di sé in quel caldo mese di luglio.

Il verde del prato faceva a gara con quello delle foglie degli alberi, ma la sfida non poteva essere considerata che persa, tanto erano molteplici le varietà di colore delle foglie dell'acero, o del piccolo rododendro ormai senza fiori, o della lavanda, che con i toni azzurrognoli del suo sottile e profumato fogliame, creava una macchia più chiara sullo smeraldo dell'erba.

Un'ape, ronzando rumorosamente, si stava avvicinando ai fiori della madreselva, che, profumatissimi, assolvevano al loro compito principale, attirare gli insetti, oltre a quello di regalare profumo e bellezza con i loro colori rosati.

Una piccola lucertola decise che aveva oziato abbastanza al sole e svelta si diresse nel folto dell'erica, forse in cerca di cibo.

Il cielo che si intravedeva tra il fogliame era di un blu cobalto, terso e senza nubi come può esserlo soltanto in una giornata splendida di luglio, calda ma non afosa. Un'unica scia bianca, dritta e lunghissima, testimoniava il passaggio di un aereo. Chissà dove stavano andando i passeggeri? Magari in vacanza in lontani mari del sud, o forse erano soltanto pendolari dell'aria, che salivano in una città del nord e scendevano in una del meridione, manager attivissimi, valigetta alla mano - il loro fedele computer - obbligato a restare spento per tutto il viaggio.

Era con quel tipo di  cielo, in quel tipo di giornate che Alma, un tempo, amava trascorrere sola i suoi pomeriggi sul terrazzo. Apriva la sdraio, si legava i capelli alla nuca, tirava indietro la frangia e si disponeva a passare alcune ore a godere del caldo del sole, che le tingeva la carnagione già scura e le riscaldava le ossa doloranti, rammentava, da anni.

Ora era lì, in quel letto da ospedale, e non le restava che ricordare. Ricordare quello che era stato della sua vita, del suo matrimonio felice, del rapporto difficile con suo figlio, di quello complicato con i suoi genitori.

Le restava solo quello da fare ormai, da quando aveva saputo di avere un male incurabile, uno di quelli che in un breve lasso di tempo ti portano via le forze, senza che nemmeno tu possa accorgerti di averne sempre meno e di volere sempre meno aiutarti a vivere per quel poco che ti resta.

La chemioterapia aveva definitivamente sostituito con una calotta di cotone i capelli che da una vita erano stati il suo cruccio: fini, indomabili, né ricci né lisci. Insignificanti. Scherzando diceva che se avesse potuto esprimere un desiderio dopo aver trovato la lampada di Aladino, avrebbe chiesto certamente di cambiare i propri capelli con quelli folti e belli di suo marito.

Ormai anche i capelli non contavano più. Ormai non contava più nulla. Doveva solo aspettare. La vita avrebbe fatto il suo corso e, come un fiume che giunto alla foce sta per confondere le sue acque con quelle del mare, allargandosi e perdendo vitalità, diventando più quieto e quasi fermo, così Alma sentiva che stava perdendo forze, sentiva il suo corpo come allargarsi piatto senza energie, sotto il calore delle lenzuola.

Desiderava giungesse presto l'ora delle visite. Voleva vedere suo marito, parlargli, dargli la mano, sentirlo vicino. Voleva dirgli le cose che stava sentendo, quella strana sensazione di nulla, di sentirsi nulla e molle sotto le lenzuola.

Mancava ancora un'ora. Lui sarebbe arrivato puntualissimo, come sempre. E l'avrebbe confortata, come sempre aveva fatto durante tutta la vita.

Si sistemò meglio, per riuscire a vedere non solo una parte di cielo ma anche il muretto che delimitava il cortile della clinica. Lì sopra andava sovente a rannicchiarsi al sole un gatto, che sembrava la guardasse da lontano e, ogni tanto, chiudesse gli occhi, come fanno i gatti per sorridere. Le era simpatico quel gatto. Avrebbe voluto averlo vicino, carezzarlo e sentirne le fusa sotto le mani.

Lo vide: le sorrise. Anche lei gli sorrise, socchiudendo gli occhi.

Quando il marito arrivo, la trovo ancora sorridente, gli occhi chiusi, il capo rivolto alla finestra. Non avrebbe potuto più potuto sorridere a lui né baciarlo. Era arrivato in orario, ma troppo tardi.

 

 

5° Classificato - Fabrizio Trainito di Roma

 

DESTINO CRUDELE: STORIA MINORE DELL'ILIADE

 

Ero lì proprio dove mi dovevo trovare.

Dove il destino voleva che io fossi. Né un cubito più in là, né più in qua, purtroppo, proprio sulla strada di Achille, il più forte degli Achei. Lui non era lì per me ovviamente, ben misera preda ero per un tale rapace. Non avrebbe sprecato neanche un istante per cogliere la mia vita, né le mie povere armi gli avrebbero portato gloria alcuna. Fui io a gettargli incontro quel che rimaneva della mia vita. Ero lì per quello e chissà quale musa o dea aveva sacrificato la mia inutile vita per un più alto scopo.

Ero sceso in battaglia nella Guardia di Priamo, prima tra tutte le forze ad incalzare l'invasore fin sulla spiaggia. Avevamo sbaragliato le forze nemiche che disordinatamente prendevano posizione a difesa delle navi. Il loro obiettivo era quello di rendere sicuro lo sbarco, il nostro era quello di ricacciare in mare quei vili e farli fuggire a nuoto indietro fino alle loro terre.

Gli dei dall'alto ci guidarono sicuri e ci infusero coraggio. Colpimmo tutti insieme come un sol uomo, come un gigante d'acciaio, mentre le nostre armature luccicavano ardenti, accecando con il loro bagliore gli occhi dei nemici. I greci si sparpagliavano senza disciplina con il terrore nel cuore, consapevoli di essere stati abbandonati dai loro dei. Giungemmo sulla spiaggia dove lo sbarco degli invasori perse ogni criterio.

I guerrieri spingevano e si accalcavano sulla battigia, i servi invece cercavano di risalire a bordo temendo per la propria vita. In questo andirivieni ogni ordine venne ignorato, in una tale confusione, che alquanto destò in noi risa e scherni. Qualcuno in quella foga esagerò, come accade di solito in questi casi e sicuramente gli dei nemici ne furono offesi. Le onde che fino ad allora avevano reso arduo lo sbarco sospinsero le imbarcazioni sulla riva tutte insieme. Nessuna si capovolse e presto rigurgitarono i guerrieri sulla sabbia così numerosi che era impossibile contarli. Combattemmo valorosamente contro forze preponderanti, indietreggiando verso le dune e poi dietro verso i campi. Fu allora che lo vidi, con un compagno ferito sulle spalle. Lo portava in salvo, mentre comandava la ritirata verso le nostre possenti Mura. Ettore era sempre stato il più degno di tutti e ognuno in cuor suo sperava di imitarlo, fosse anche per una sola azione, forse anche per un solo gesto.

E allo stesso momento vidi Achille, il più temuto degli Achei. Era lì dove la battaglia infuriava, in prima linea, senza corazza né elmo, né uno scudo per coprire il fianco, ma nessuno osava attaccarlo. Quando vide Ettore in fuga lo puntò, quasi come un segugio che ha scovato la sua preda e nulla e nessuno può più sottrargliela.

Sì stacco dalla sua linea e avanzò sicuro, mentre i Troiani indietreggiavano e si spostavano al suo passaggio. Nessuno incrociò la spada con la sua mortale lama, né osarono in alcun modo respingerlo indietro. Era ormai giunto a pochi passi da Ettore, che stava deponendo il ferito su una biga e gli voltava le spalle. La sua ora sarebbe giunta rapida e di nulla si sarebbe accorto, né di me si accorse e del mio sacrificio. Ero lì per quello e solo quel magro onore mi era stato destinato.

 

Fu così che mi frapposi tra la belva e la sua preda, unico ostacolo prima di ghermire il suo trofeo. Vidi la rabbia nei suoi occhi perché un simile mortale si permetteva di sbarrargli il passo. Più volte tentò di sottrarsi all'impari duello, che gloria non gli avrebbe portato. Mi spinse di lato e passò sulla destra, ma presto mi rialzai. Provo a scavalcarmi sulla sinistra, ma non mi detti per vinto. Infine sfogò la sua rabbia tempestando di colpi il mio scudo. A stento rimasi in piedi, ma persi la mia difesa: solo la spada ora mi proteggeva.

In quel momento vidi l’eroe greco così disperato, ma di certo non era per il mio scudo rovesciato sul terreno. Con la coda dell'occhio vidi Ettore allontanarsi alla guida della biga, ormai salvo, lanciato verso le porte Scee. Achille mi fissò rabbioso e la rabbia cresceva ad ogni istante. Percepì la mia soddisfazione e comprese. Fu allora che attaccò senza più indugio. La mia spada resistette ben poco è presto mi ritrovai a terra indifeso ad attendere la mia ora.

Mi sollevò tenendomi per i capelli e urlò ad Ettore di tornare indietro a difendere i suoi. L'eroe troiano varcava allora le porte e nulla sentì di quella piccola tragedia, la mia. Né altri testimoni ci furono del mio sacrificio.

La lama sola e il carnefice ne furono testimoni e gli dei, che mi inviarono sulla sua strada e che presto dimenticano chi ad onori non è destinato.

 

 

 

 

 

 

 

 

DIPLOMA D'ONORE

 

1° - Desirè Bravi di San Fiorano (Lodi)

 

IL SACRIFICIO DI ISACCO

 

Fra tre giorni ci sarebbe stata la festa del raccolto e Abramo stava controllando i preparativi, per accertarsi che tutto fosse perfetto: aveva già scelto l’ariete che avrebbe immolato in quell’occasione e si stava guardando in giro soddisfatto, quando gli comparve l’arcangelo Gabriel.

«Davvero un ottimo lavoro! Sarà una festa fantastica, devo però dirti che, per un’occasione così importante, quell’animale non va bene, devi invece sacrificare Isacco sul monte Moira.»

«Che cosa??? Il mio…» balbettò il patriarca.

«Sì, proprio quello» lo interruppe l’arcangelo. «Ordini divini» così dicendo, sparì.

 

Tre giorni dopo Gabriel era tranquillamente sdraiato su una nuvola, lanciando acini d’uva per aria e riacchiappandoli al volo con la bocca, quando Michael lo afferrò rudemente per un orecchio.

«Ahia, Michael! Che ti prende?» strillò Gabriel, costretto ad alzarsi.

«Sei andato a dire ad Abramo che doveva sacrificare Isacco?» gli chiese l’arcistratega, mollandolo.

«Ma sì, gliel’ho detto tre giorni fa!» rispose, strofinandosi l’orecchio.

«E hai specificato che intendevi il suo ariete più bello? Perché sta per sacrificare l’umano Isacco!»

«Ma che c’entra il figlio? Non dirmi…»

«Sì, invece!» strillò Michael. «Ha creduto che parlassi di lui!»

«Oh, per la…» esclamò Gabriel, schiaffandosi una mano sulla faccia.

«Io vado a fermarlo e tu va’ a prendere quell’animale e portalo subito sul monte Moira!»

 

Michael non aveva mai volato così veloce in tutta la sua millenaria esistenza e tutto per colpa di quel pasticcione di suo fratello, gli sarebbe costato così tanto spendere due secondi in più e specificare che si parlava di un dannato animale e non del figlio di Abramo? Per fortuna atterrò giusto in tempo per fermare il patriarca.

«Non fare alcun male al ragazzo!» gli disse, ansimando.

Abramo lo guardò stranito: «Prima il Signore mi ordina d’immolare mio figlio e poi che non devo farlo? A quale dei due ordini devo dar retta?»

Michael spalancò le sue sei ali, color rubino con le punte dorate. «Ora so che temi Dio e non Gli hai rifiutato il tuo unico figlio ma adesso slega il ragazzo.» Si rese invisibile. “Ma dov’è Gabriel?

Finalmente arrivò, restando invisibile.

«Dov’eri finito?» chiese l’arcistratega.

«Prova tu ad acchiappare un montone che non ha alcuna voglia di farsi immolare!»

«Non dirmi che non l’hai portato…»

«Va bene, non te lo dirò…» replicò Gabriel, vedendo però che Michael cominciava ad alterarsi, si affrettò ad aggiungere: «Certo che sì, si trova impigliato in quel cespuglio laggiù: ero stufo di prendere zoccolate in faccia.»

«Non potevi tramortirlo?»

«Ho avuto paura di danneggiarlo e renderlo inidoneo al sacrificio.»

Quando Abramo vide il suo animale imprigionato, andò a prenderlo e l’offrì in olocausto al posto del figlio.

Michael tornò visibile e gli disse: «Siccome non hai rifiutato al Signore il tuo unico figlio, sarai benedetto con ogni benedizione e la tua discendenza sarà molto numerosa, come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare. Saranno benedette per la tua discendenza tutte le nazioni della terra.»

 

«Hai avuto un’idea geniale a dire ad Abramo che era stato messo alla prova e ripetergli le stesse benedizioni che aveva già ricevuto» disse Gabriel a Michael, quando tornarono in Paradiso.

«Qualcosa dovevo pur dire, per rimediare al pasticcio che tu avevi combinato.»

«Mi dispiace molto» disse Gabriel contrito, guardandolo da sotto in su. «Ma pensa al lato positivo.»

«E sarebbe?» chiese l’arcistratega.

«Abramo ha dimostrato la sua fede nel Signore, non rifiutandoGli il figlio, Isacco ha dimostrato il suo coraggio non sottraendosi…» cominciò a elencare Gabriel, contando sulle dita.

«E tu hai dimostrato che sei totalmente inadatto a fare il messaggero!» urlò Michael, prese fiato e proseguì, più calmo: «Tuttavia temo che se non lo fai tu, obbligheranno qualcun altro e non vorrei essere io il prescelto, pertanto non ti farò rapporto.»

«Grazie, fratellone, sei il migliore!» esclamò Gabriel, assestandogli una manata in mezzo alle ali.

 

 

2° - Fausto Toccaceli di Cagli (Pesaro–Urbino)

 

NANY (canto diurno di un migrante italiano)

 

Forse il sussurro nacque prima delle labbra,

e senza alberi mulinavano le foglie.” *

Quando mi alzai dal letto Nany era già arrivata e aveva fatto colazione. Sopra il tavolo due vasi con delle rose, rose di tanti colori. Chiesi a Berhane – la mamitè (1) - chi le avesse portate. Lei sorrise e chiamò Nany ad alta voce. La bambina sopraggiunse di corsa; le mani sul viso a nascondere la gioia soddisfatta.

Nany è parente a Berhane – quantomeno vive a casa sua. Ha sette anni – questo dichiara e di ciò bisogna fidarsi, visto che in Etiopia non esiste anagrafe ufficiale se non nella memoria di ciascuno. Io l’ho invitata. L’ho vista crescere; porto sempre qualcosa per lei, quando torno dall’Italia.

Quella mattina, la bambina esibiva bei stivali di pelle e una tuta blu nuova nuova.

Tu” indicandomi “mi hai portato gli stivali e il giacchetto. Un anno fa. Allora gli stivali erano grandi, adesso sono giusti”, ruotando su un tacco “ti piacciono?!”.

Belli! Bellissimi. Li usi quando piove?”.

Sì certo! Ma anche quando c’è il sole… e con la polvere”.

Li accarezza con la mano per pulire le molliche di biscotto rimaste sopra. Ride; è contenta; i suoi occhi brillano e si dilatano; i denti splendono e le fossette, prima appena accennate, ora scavano le guance.

Aspetta qui”, la fermo con le mani posandole sulle spalle ”prendo la macchinetta e ti faccio qualche foto”. Mi allontano un minuto. Torno con la macchina fotografica. Lei si aggiusta le trecce e la molletta che regge i capelli ribelli. Si allaccia la tuta blu. Fa due passi indietro. E’ già pronta, come si fosse aspettata questo mio invito. Scatto una, due volte. La faccio cenno di mettersi a favore di sole. Scatto ancora, una, due volte.

Guarda! Ti piaci così?!”.

Si avvicina; indica il riquadro, mentre le foto scorrono velocemente. Si allontana, poi torna. Salta, alza le mani, intona una canzone: gode della fanciullezza.

Vieni”, la prendo per mano “vieni che ti faccio vedere altre foto che ho fatto ai gorilla in Ruanda. Conosci i gorilla?”. Mi guarda incuriosita. Fa cenno di no. Mi segue. Si posiziona davanti il computer, mentre cerco la cartella con le foto promesse. Le immagini si susseguono intanto che illustro quello che sta vedendo.

Ne vuoi vedere ancora?!”.

I would prefer not to!”.(2)

Sisay!,” lo zabagna (3) “Sisay, fai vedere a Nany le foto che hai sul tuo palmare, magari, visto il vostro morboso credo copto, è interessata a santi e madonne”.

Nany guarda il palmare, lo prende in mano, lo spegne. Sullo schermo scuro compare il suo viso. Sorride. Si specchia e sorride. Lo restituisce.

I would prefer not to”.

Sisay!, chiedile cosa vuol fare! Non possiamo andare in giro per la città, non ho l’auto… domandaglielo per favore! ”.

I due confabulano; sembrano essere d’accordo; Sisay si avvicina.

Dice che preferirebbe giocare con la corda…saltare sulla corda”. La indica, appesa sulla grata della finestra. Sisay la prende e gliela consegna. Salta a tempo, riesce per almeno una decina di volte a superarla, prima che le si impigli nella fibbia degli stivali lucidi. Ritenta, riparte, respira forte per la fatica. Ora invita me e Sisay a saltare con lei. Il ragazzo lo fa. Io, accetto di ruotare la corda ma non di saltare, non mi sembra il caso.

E ora che si fa?” rivolgendomi al luogotenente “Pensi che le farà piacere vedere un film animato in tv?!”.

Sisay si avvicina e glielo chiede. “Che ti ha detto, le fa piacere?”. “ No, i would prefer not to…Così mi ha risposto. Mi ha chiesto di prendere un sasso, un sasso bianco, ma non so per fare cosa”.

Prendi il sasso allora”, ne indico uno, proprio vicino ai nostri piedi “prendilo e vediamo cosa ne fa”. Nany lo ha visto prima di noi; lo raccoglie; ci fa cenno di spostarci. Si china fino a raggiungere con le mani il cemento e inizia a segnare delle linee. “Cavolo! Sta tracciando la settimana…la campana…Come diavolo la chiamate voi! Hai capito di che gioco si tratta Sisso?” Lei ha già gettato il sasso sul primo riquadro. Salta, ruota su se stessa, bisbiglia parole incomprensibili. Torna, ricomincia lanciando il sasso su caselle sempre più lontane. Sorpreso e rilassato mi chiedo se quello che vedo è ciò che si definisce… vivere nella fanciullezza. Guardo una bambina – la luce degli occhi, il suo sorriso - e scopro in lei un sapere istintivo: cose d’altri tempi.

All’inesplicabile in noi, e intorno a noi.” **

Dov’è ora?!” chiedo al guardiano. “E’ nella mia stanza, sta scrivendo”. La bambina esce di corsa e mi mostra due fogli su cui ha scritto dei nomi. “Chi sono queste persone? Sono nomi di persone vero Nany?!!” “Si certo…Sono le persone a cui voglio bene”. “C’è anche il mio nome?!” “Certo che sì…”. Si copre gli occhi come a nascondere vergogna, come a velare l’effetto che accade dopo una dichiarazione importante. “Posso tenere io questi fogli?”. “No!” risponde secco “ I would prefer not to”. Mi servono per fare…Vedrai”. Rientra nella stanza di Sisay e chiude la porta dietro di sé.

Ne esce poco dopo. Ha in mano un aeroplanino, di carta. Sopra le ali, - ben evidenti - i nomi scritti prima. Bagna la punta del prototipo e lo lancia lungo il corridoio del giardino. Questi si impenna, compie evoluzioni in aria ed atterra sopra l’insalata. Ne lancia un altro, con lo stesso risultato. Li raccoglie appena planati; torna in stanza; non chiude la porta e così l’ho vista scrivere ancora. Uscita, me li mostra indicando il sotto ala, dove, in vece del disegno di due missili aria terra, così stava scritto: per Fausto da Nany,… per Lucilla da Nany.

Tra il mondo della realtà e me stesso, non c’è più oggi spessore di tristezza.” **

La mattinata trascorse tra gare di astuzia e di velocità , intramezzate da brevi tappe per gustare qualche fragola nell’orto. Mi chiesi, nella pausa di una corsa, se fosse stato più bello raccontare storie o sentirsele raccontare, se meglio rincorrere o essere rincorsi (per correre più forte). E ancora, se più emozionante restare bambino – nell’apparente allegria - oppure diventare “nonno” – per natura -, a sfidare ogni responsabilità. Al momento, mi risposi, va bene così come sto, dentro la mia figura di antropofagotto (anche perché non so essere altro). Nelle incertezze di ogni giorno guardare e tacere al fine di imparare, affinché ogni attimo mi percuota con qualsivoglia questione. Spero di riuscire a farlo ancora per un po’, finché mente non si separi.

 

Siamo votati ad essere soltanto esordi di verità? “ **

 

Note

* Mandel’stam

** René Char – Fogli d’Ipnos

 

1 – faccendiera addetta alla casa

2 – preferirei di no!

3 – guardiano

 

 

3° - Caterina Tagliani di Sellia Marina (Catanzaro) con il racconto “Il sogno di Rogerius”

 

IL SOGNO DI ROGERIUS

 

Sulle alture scendeva lenta la sera, gli ultimi raggi del sole illuminavano ai piedi del cavaliere una distesa di floridi e secolari uliveti che, assorto nei suoi pensieri Rogerius sembrava non vedere affatto. Il viso era corrucciato, come se un pensiero nascosto lo turbasse, l’armatura che portava sembrava pesare sulle sue forti spalle quasi incurvate né si accorgeva che il sole ormai giunto al tramonto faceva risplendere la sua corazza d’argento. Il cavallo, docile fra le sue ginocchia, procedeva lento, assecondando quasi l’umore del suo bel cavaliere.

Quando all’improvviso s’impennò, Rogerius fu quasi sbalzato di sella, cercò di calmare l’animale che, ritto sulle zampe posteriori sembrava invece recalcitrare sempre più fino a quando riuscì a liberarsi dal morso e abbandonare a se stesso il suo cavaliere fuggendo e nitrendo a lungo. Rogerius non era abituato ad essere spodestato da alcuno, tanto meno dal suo cavallo, per cui dopo un primo attimo di smarrimento si rialzò e iniziò a guardarsi intorno mentre i raggi del sole andavano man mano allungando solo qualche ombra: la sera sarebbe giunta presto ma non si scoraggiò.

Sapeva bene di essere nei suoi possedimenti e che la sua dimora non poteva essere lontana, s’incamminò tranquillo verso quella che sembrava una luce, una capanna forse di qualche pastore ma dopo aver fatto pochi passi, si accorse di essere dentro una grotta, una luce la illuminava ma non riuscì a capire da dove provenisse: la capanna gli parve vuota, dai muri grondava un po’ d’acqua e nel silenzio rotto solo dalle gocce che battevano sul pavimento di pietra, gli parve di avvertire dei singhiozzi.

Il suo nobile animo di cavaliere ne fu subito commosso ma, benché scrutasse ogni angolo, non riuscì a vedere nessuno, cercò di ascoltare la provenienza di quel pianto così accorato e gli parve che uscisse proprio da quella misteriosa luce che splendeva in un angolo della grotta alla quale si avvicinò con riverenza e, pur non vedendo alcuno s’inginocchiò e chiese:

Chi sei? Perché piangi?”, una voce dolce e femminile rispose: “ Non hai forse visto come è stata distrutta la mia casa? Ora non ho più dove andare né alcuno che mi venga a trovare. Il tetto è in rovina perché ogni parete è crollata e ogni mio altare ora è senza fiori… sbriciolato… non più corone alle mie statue che son rotte, giacciono tutte al buio, a terra, nessuno le ha raccolte… il vento le flagella. Ogni povero sostava per riparo e davo luce ad ogni cuore oscuro”.

Rogerius rimase in ginocchio e in silenzio, gli pesavano quelle parole come un rimprovero diretto a lui e mettendo una mano sul cuore rispose: “Sarò il tuo servo e costruirò per te una grande casa, avrai di nuovo il tuo altare, dove tutti i poveri potranno trovare riparo, lo giuro, sono un cavaliere del Signore”.

D’improvviso la luce scomparve e Rogerius non si trovò nella grotta, pensò di avere sognato perché era nuovamente in sella al suo destriero ed un’alba radiosa era sorta colorando ogni foglia che al suo passaggio sembrava inchinarsi; in cuor suo ripensava alla promessa fatta in un antro splendente di luce, ripensò alla voce, gli sembrò di riudire il pianto e promise in cuor suo “ mai più lacrime Al Tuo Altare” perché…

 

Quando scende l'ombra della sera

sempre t'accompagna una preghiera.

Se pensi che il destino t'è avverso

ti prepara di certo un'altra strada

 

perché tu possa giungere alla mèta.

E non aver paura!

Realizzerai ogni tuo sogno infranto

come bottiglia verde sulla riva

 

riluce sotto il sole che la cuoce.

Ed ogni vetro sembrerà più bello

anche fra i sassi e asciugherà al calore

come panno steso accanto al focolare.

 

Ma non temere

v'è sempre un giorno per ricominciare

un altro sogno ancora da inseguire...

e un'altra prece porterò all'altare.

( da “Cadono come petali i sogni”)

 

Come aveva promesso alla voce che nella grotta aveva ascoltato e pensando alle lacrime che l’avevano accompagnata, Rogerius s’impegnò fin dal giorno seguente a cercare un luogo che fosse ampio, luminoso, dove il sole potesse illuminare dall’alba al tramonto la grande casa che aveva promesso di costruire. Passò molto tempo a disegnare, cancellare e ridisegnare nuovamente quello che nella sua mente si presentava come un grande progetto; aveva a sua disposizione braccia forti dei suoi soldati, maniscalchi, fabbri e falegnami, bravi muratori, decoratori e pittori e quando trovò il luogo adatto, i lavori iniziarono e progredirono alacremente. Passava gran parte del tempo a sorvegliare i lavori, spronando, dando suggerimenti e consigli, aiutando talvolta, con grande stupore dei suoi sottoposti che si sentivano onorati dalla presenza del cavaliere e nello stesso tempo cercavano di soddisfare i suoi desideri lavorando il più velocemente possibile e con grande precisione. A sera, Rogerius, stanco e soddisfatto saliva sull’altura e contemplava dall’alto i progressi che quotidianamente la grande casa andava man mano elevandosi. Nel cuore avvertiva una sensazione di pace mista a grande timore, né sapeva spiegarsi il perché di questo disagio e mentre il tempo sembrava trascorrere sempre più in fretta, l’ansia aumentava il desiderio di completare al più presto la sua opera e mantenere così la promessa fatta ad una voce dentro una grotta che non era mai più riuscito a trovare.

L’entusiasmo che aveva all’inizio mostrato e che aveva contagiato anche tutti i suoi aiutanti sembrava a tratti scomparire sotto il peso del tempo che scorreva inesorabile: primavera, estate e autunno erano ormai passate e si preparava un inverno che minacciava di essere rigido. In sogno Rogerius riudiva “…ogni povero sostava per riparo..” e si svegliava sudato e col batticuore, capiva che se non avesse terminato in fretta il suo compito e mantenuto la sua promessa, non avrebbe avuto più pace. A nessuno aveva raccontato la sua visione, né si era sentito in obbligo di farlo, così come nessuno aveva chiesto spiegazioni: non si dovevano e il Signore del maniero si sentiva quasi abbandonato e solo benché la volontà di adempiere alla promessa fatta costituisse per lui un obbligo d’onore al quale non poteva venir meno.

Pensò un giorno di raccogliere attorno ad una tavola gli amici e tutti coloro che aveva assoldato nella costruzione della grande casa, artigiani e contadini, nobili e poveri della sua contrada che, all’invito di Rogerius, avevano spalancato gli occhi cercando di presentarsi con i loro abiti migliori.

L’immenso salone del castello splendeva di luci e risuonava di canti; il profumo dei fiori che riempivano i grandi vasi si spandeva nell’aria, Rogerius osservava contento quell’allegria che accomunava la sua gente, unita nella sua casa: il ricco con il povero, il maniscalco con un Marchese, il calzolaio con un Principe dialogava, forse di scarpe ma insieme a condividere quella festa inaspettata.

Ad un tratto si udì come un tuono, un brontolio lontano sembrò avvicinarsi e per un attimo cadde un silenzio come presago di sventura, la terra si mise a tremare come se qualcosa l’avesse all’improvviso colpita. Rogerius si affacciò al grande portone del suo castello e guardò fuori rimanendo stupito, uscì subito seguito dagli altri ospiti a guardare la desolazione che si presentò davanti ai suoi occhi: la grande casa che era giunta a buon punto e che in tanti avevano contribuito ad innalzare, giaceva a terra, in frantumi, le pietre continuavano a rotolare una sull’altra ma intorno nulla era mutato, alberi e case non avevano ceduto al terremoto.

Rogerius rimase un poco a guardare fuori, poi si voltò e vide tutti gli amici intorno a sé: i poveri che aveva raccolto, i contadini che avevano lavorato, gli architetti che avevano reso famoso il suo castello, i pittori che avevano adornato le sue belle sale con i loro dipinti…li guardò tutti, uno per uno e sentì una grande pace scendere nel suo cuore e comprese al fine di aver realizzato la promessa fatta alla voce che gli aveva parlato e che aveva pianto nella grotta e comprese finalmente il reale messaggio ricevuto. Rogerius s’inginocchiò, dai suoi occhi scendevano lacrime di gioia e non s’accorse che un lampo di luce illuminava la sua figura raccolta come in preghiera …venne subito imitato da tutti coloro che gli stavano intorno e che pensarono volesse ringraziare per lo scampato pericolo; né compresero quando ad alta voce disse: “ Questa casa sarà “Il Tuo Altare”.

 

 

 

DIPLOMA DI MERITO

 

1° Prina Cristina di Roma

 

IPOTESI D’AMORE

 

Chissà perché, quella sera tornava prepotente l'immagine di Andrea.

Era passato molto tempo dall'ultima volta che l'aveva visto, dal loro ultimo abbraccio. Istintivamente si passò una mano sulle labbra. Ricordò che adorava baciarlo, accarezzare la sua nuca mentre lo faceva e, soprattutto, adorava lui. Era stato il primo uomo a farle perdere completamente la testa. E per Livia, sempre attenta al dettaglio e ossessionata dal timore di non riuscire a mantenere il controllo totale su tutto, era stata un’esperienza devastante. L’aveva amato in modo commovente, tanta era stata la passione con cui si era abbandonata a quel sentimento. Fino al momento prima di incontrarlo, era certa di appartenere a quella fortunata categoria di donne autonome in tutti i sensi, sentimenti compresi. Poi, improvviso, l’amore. Quello vero. O, almeno, quello che le era sembrato vero per tutto il tempo che era durato. Con Andrea ogni giorno era diverso da quello precedente e sicuramente meno interessante del successivo. Lui era un uomo apparentemente normale, un professionista affermato. Era abituata a frequentare quel tipo di uomini, appartenevano al suo mondo. Ma, fin dal primo momento che i loro occhi si erano incrociati, aveva avuto la netta impressione che in lui covasse il seme della ribellione. Non quella fastidiosa e ingestibile di chi si schiera contro, a prescindere. O, peggio ancora, di chi si chiama fuori. Ma quella, assai più intrigante, dell’uomo che pur accettando le regole del gioco, tenta di distruggere dall’interno il sistema che l’opprime.

Sorrise, ripensando a certe loro serate durante le quali per chiunque sarebbe stato impensabile crederli due amanti. Sembravano piuttosto due ragazzini alla loro prima uscita. C’era, tra loro, una complicità che andava oltre l’amore, oltre l’attrazione fisica. Un comune sentire, un medesimo scrollare le spalle di fronte a ciò che non riuscivano a comprendere fino in fondo. Un gioco, un meraviglioso gioco, cercarsi, perdersi, ritrovarsi. Ma sempre con la certezza di riuscire a costruire una storia importante. Nonostante la moglie di lui. Elisa, una donna fragile, eppure così tenacemente abbarbicata ai pensieri di Andrea. Una presenza lieve, discreta, ma indispensabile per lui.

E’ il mio passato, il mio punto fermo. Solo così posso essere me stesso, liberarmi. Altrimenti mi sentirei un pazzo. Io volo e lei è giù, che mi aspetta.

Gliene parlava, a volte. Era Livia a chiedergli di raccontarle la loro vita in comune, quasi per potervi entrare, seppure di soppiatto. E, naturalmente, ne soffriva. Avrebbe voluto essere lei la donna che la sera lo attendeva con un bacio e un sorriso. Avrebbe desiderato potersi stendere, la sera, accanto a lui con la consapevolezza di trovarlo ancora là, al suo risveglio. Ma, fin da subito, le era stato chiaro che mai e poi mai Andrea avrebbe trovato la forza per compiere quel passo definitivo. E, forse, neanche lei sarebbe stata capace di affrontare il futuro insieme con quel rimorso.

Il loro era un rapporto da vivere senza riflettori e senza domande. Proprio per questo ogni istante diventava speciale. Avevano entrambi la consapevolezza dell’unicità di ogni singolo gesto, di ogni parola. Persino un bacio acquistava un sapore diverso: sapeva di effimero ed eternità.

Senza volerlo, stavano imparando la nobile arte del vivere l’attimo.

Quella che non è data a tutti conoscere. Un dono prezioso che la vita aveva voluto riservare loro chissà perché. Forse, in fondo, se lo meritavano.

Livia, da tanto tempo ormai, si era sentita sola e neanche troppo disperata ma sicuramente priva di slanci, di entusiasmo. Quindi rassegnata a proseguire i suoi giorni senza scosse. Andrea, invece, pur avendo accanto Elisa, avvertiva una sorta di vuoto emotivo che, ma era solo un’intuizione di rari momenti dedicati a se stesso, sapeva bene di poter colmare soltanto innamorandosi di nuovo.

Non si erano cercati, si erano ritrovati a incrociare le loro vite, un giorno. Per caso. E, per caso, si erano innamorati.

Una storia clandestina come tante altre, in apparenza. Una passione senza uguali, per loro. Due persone ormai non più giovani che, contro ogni pensiero logico, sfidavano apparenza e ragione per consumare insieme l’incontenibile voglia di vivere.

Un film, quasi. E, come ogni film che si rispetti, con un finale importante.

Tragico, nel loro caso.

Elisa era morta improvvisamente. Un infarto, un attimo.

Andrea, quel giorno, era morto con lei. Seppellito da rimorsi e sensi di colpa, insieme al suo amore per Livia che si era spento lentamente, tra accuse silenziose e rimpianti malinconici.

 

Un anno, oggi.

Era sola, quella sera: un cognac, un bel vestito e tanti ricordi.

Per un istante, Livia dimenticò di essere in quel locale. Era al cimitero, ora. In fondo, quasi camuffata. Sicuramente nascosta agli sguardi indiscreti di chi aveva amato o conosciuto la moglie di Andrea. Anche adesso piangeva. Come quella mattina.

Un altro, per favore – si rivolse al barman. E, dopo essersi furtivamente aggiustata il trucco, mandò giù l’ennesimo bicchiere della serata.

 

 

2° Michela Di Renzo di Siena

 

IL MAGLIONE DI CANAPA

 

Quell’anno l’autunno era arrivato presto a rinfrescare le serate. Eppure continuavo ad uscire quasi ogni giorno: passeggiavo lungo le mura fino a completarne il giro una o due volte. La città al tramonto sembrava ancora più bella, con il suo dedalo di vicoli stretti e le torri merlate. Quella sera il vento era più freddo del solito e per uscire ci voleva un maglione. Ne trovai uno, uno che non ricordavo nemmeno di avere, nell’ultimo cassetto dell’armadio.

Me lo misi alla svelta. La stoffa era spessa, filata a nido d’ape, ruvida al tatto. Dopo qualche secondo avvertii un pizzicore sulla braccia ed intorno al collo dove il golf formava un doppio colletto. I polsini mi stringevano stretti a trattenere l’aria perchè non passasse da fuori e le cuciture erano in rilievo. Di fronte allo specchio cercai di aggiustarmelo meglio. Fu allora che me lo rividi davanti.

Giulio aveva 17 anni, un gran ciuffo di capelli rossi e gli occhi verdi più belli che avessi mai visto. I suoi, toscani di nascita ma milanesi di adozione, dopo tante estati trascorse in Liguria, avevano da poco comprato una casa a Castiglioni dove io passavo da sempre le mie vacanze. Era per questo che non lo avevo mai visto, perché uno come lui me lo sarei ricordato di certo. Giulio era entrato alla svelta nel gruppo diventando amico di tutti: sapeva andare in barca e c’era sempre qualcuno che cercava un prodiere. La sera davanti al lampione dove ci trovavamo di solito parlava in continuazione di bolina e di lascare la randa. Io stavo quasi sempre zitta senza sapere che dire perché avevo imparato a stento a nuotare, figuriamoci andare a vela.

Vuoi venire a fare un giro in vespa?”. Quando una sera Giulio me lo chiese mi guardai intorno per essere certa che si rivolgesse proprio a me. Eppure sul muretto non c’era nessun altro. “Ma io in vespa non ci so mica andare” mi era subito scappato di bocca. “Te non devi fare niente, sali e basta” replicò lui con quell’accento quasi straniero. Per un secondo mi passarono davanti le mille ansie dei miei sul motorino, tanto che non me lo avevano mai comprato, ma Giulio era lì e forse non me lo avrebbe più chiesto.

La vespa correva parecchio, sterzava a destra ed a sinistra: io seduta dietro, con il cuore che mi batteva all’impazzata, mi stringevo a lui il più forte possibile, con gli occhi serrati per non vedere quello che poteva accadere. Dopo un tempo che mi parve infinito ci fermammo vicino al viottolo che portava alla spiaggia. “Facciamoci un bagno, stasera fa un caldo tremendo” propose lui. Lo seguii zitta zitta cercando di riprendere fiato. Arrivati sulla battigia si levò alla svelta i vestiti di dosso e si tuffò. “Ma che fai lì da sola, buttati”. Io rimasi a guardarlo con i piedi incollati sulla sabbia mentre la sua testa ricciuta entrava ed usciva dall’acqua. Poi uscì e senza asciugarsi tutto bagnato mi abbracciò e cercò di baciarmi. “Ma che fai, tremi tutta?” “Non ho portato il maglione” risposi balbettando. Non potevo dirgli che tremavo perchè prima di allora non avevo mai baciato nessuno. “Prenditi questo”. Raccolse da terra il suo golf e me lo tirò quasi in faccia. Io mi trovai costretta ad indossarlo, ruvido e spesso: pizzicava lungo la schiena.

Al ritorno il viaggio mi parve diverso perchè lui guidava più piano. Tenni gli occhi aperti e mi guardai intorno: non era affatto male sentire il vento fresco sul collo e sulla fronte. Però quando mi fece scendere davanti al lampione, non ebbi nemmeno il tempo di togliermi il suo golf che lui era già ripartito.

La mattina dopo sulla spiaggia la notizia si sparse alla svelta: alle due della notte una vespa era andata fuori strada lungo la strada panoramica costruita quell’anno. Il ragazzo era stato sbalzato dal mezzo ed era morto sul colpo. I soccorritori avevano cercato per circa due ore prima di intravedere un ciuffo di capelli rossi in fondo al burrone. Era Giulio. Mentre ne parlavano iniziai a sentirmi confusa, mi girava parecchio la testa. Tornai a casa di corsa. Il suo maglione di canapa era piegato nell’ultimo cassetto dell’armadio. Me lo infilai e mi misi a letto.

Pizzicava, pizzicava così tanto da far piangere. E pizzica ancora.

 

 

3° Daniela d'Attis di Lecce

 

Tutti gli alberi, un tempo, erano immobili

 

Tutti gli alberi, un tempo, erano immobili. Solo qualche ramo soleva di tanto in tanto spostarsi fra destra e sinistra in base al vento, ma nulla di più. Accadeva solo che le foglie si staccassero e, prendendo il volo, si trovassero spaesate chissà dove.

Un giorno un grande e secolare albero incontrò una giovane foglia che il vento aveva per sbaglio fatto sbattere contro il suo tronco rugoso.

Salve Signor Albero, mi scusi!–

Tu non sei una delle mie foglie.– constatò l’albero osservandone la strana forma e l’inconsueto odore.

No Signore, io vengo da est.–

L’albero ci pensò su e poi chiese: –Cosa significa, se posso domandare, venire da est.–

La foglia, per un attimo, pensò che l’albero volesse prenderla in giro e burlarsi di lei, poi si ricordò della grande sventura di queste imponenti creature a cui Madre Natura aveva sì dato forza e grazia, ma privandole della possibilità di viaggiare e di vedere tutti i colori del mondo.

Vedi Signor Albero,– disse allora la foglia –il mondo è una grande sfera e tutto ciò che vi è sopra fa il giro e poi ritorna al punto di partenza. Per non perderci abbiamo deciso di dire che viene da est chi arriva da là– e la foglia indicò là l’est –ovest, chi viene da lì- e la foglia indicò lì l’ovest –e poi ci sono il sud lì e il nord là- indicando anche nord e sud.

L’Albero non capiva. –Ma se l’est è là, l’ovest è lì e così via, io dove mi trovo?–

La foglia sorrise dell’ingenuità di chi conosce solo il proprio orto e poi, con calma, spiegò:

Vedi Signor Albero, se io mi sposto più in qua tu diventi il mio là e così sei il mio est. Invece, se io mi sposto più in qui tu sei il mio lì e così diventi il mio ovest. Stessa cosa per il nord e il sud.–

Avrebbe continuato spiegando che è dove per prima si vede sorgere il sole che si pensa, così, per convenzione, come al punto di partenza, ma l’albero sembrava già abbastanza confuso. Infatti si limitò a chiederle:

Cara foglia, vorrei che mi portassi in viaggio con te.–

La foglia sorrise dell’insensata proposta, poi prese la prima folata di vento, salutò il Signor Albero, e continuò il suo viaggio.

L’albero rimase lì, o là, da solo, pensando alla sua amica viaggiatrice e pian piano si accorse di non aver mai guardato più lontano del punto in cui cade la mela.

Si sforzò allora con lo sguardo sino a notare ciò che c’era e che non aveva mai visto. Notò persone, case, una palla che rimbalzava e un uccellino in cielo. Notò l’orizzonte, senza sapere cosa fosse; guardò a est e a ovest senza fare distinzione. Guardò ancora oltre e, con sommo stupore, vide un albero che lo stava guardando a sua volta.

La voglia di arrivare all’altro, in men che non si dica, divenne incontenibile.

Allora cercò di urlare, ma la sua voce si disperse nella lontananza. Cercò di dirigere i suoi rami, ma erano troppo piccoli per poter coprire una tale distanza. Tentò di mandare una delle sue foglie a fargli da messaggera, ma le foglie scelgono da sole la loro direzione.

Poi d’un tratto si ricordò di quei piccolissimi prolungamenti che lo tenevano ancorato al terreno e che, bevendone l’acqua, erano suo mezzo di sostentamento. Aveva sempre creduto di appartenere alla sua terra, ma in quel momento capì che era la sua terra che apparteneva a lui. Così si sforzò e lasciò crescere quei suoi prolungamenti sotto il terreno e, finalmente, provò la gioia del movimento, lo stupore dello spostamento, la meraviglia dell’altrove.

Pur all’apparenza immobile, in realtà sotto il suolo l’Albero si muoveva, girovagava. E persino raggiunse l’albero che lo stava guardando e insieme si estesero sino a viaggiare senza sosta.

L’Albero capì che le radici non sono un freno bensì un mezzo a propria disposizione per apprezzare tutto il nostro sferico mondo.

 

 

 

 

 

MENZIONE DI MERITO DELLA PROLOCO E DEL CIRCOLO MARIO LUZI PER UN ARGOMENTO SULL'ANTICA VERETUM

 

Alessandro Colonna di Monteroni (Lecce)

SE I CRETESI AVESSERO AVUTO INTERNET – La vera storia di Veretum

 

Sapete, non ho mai chiesto un nuovo smartphone, ma non è detto che non lo vorrei. D’altronde oggi avere un buon cellulare è simbolo di potenza, stabilità, forza. Spero solo che una volta arrivati in Sicania provvederemo a fare delle spese. Siamo in viaggio da giorni ormai. Creta appare un puntino in lontananza. Le nostre navi iniziano a dare segni di cedimento, le vivande iniziano a scarseggiare e soprattutto i miei giga stanno per terminare. Sarebbe un vero guaio se il cellulare mi dovesse abbandonare prima di essere arrivati a destinazione. Questo aggeggio è l’unico modo per rimanere in contatto con Elef, la ragazza di cui sono follemente innamorato. Lei si trova su un'altra nave. Ci conosciamo dalla nascita, abbiamo frequentato le stesse scuole. La sogno ogni notte, intravedo i suoi capelli gialli in ogni filamento di paglia, sento sfiorare le sue mani sul mio viso ogni qualvolta soffia il vento. Peccato che lei tutte queste cose non le abbia mai sapute. E’ un amore un po' complicato il nostro. O forse sarebbe meglio dire il “mio”. Mi son promesso che appena saremo arrivati le confesserò tutto. Basta. Anche a costo di rovinare 16 anni di amicizia. Nel frattempo cercherò di non pensarci e di godermi il viaggio. Anzi adesso vado a curiosare sui social. Eh già, da quando internet è entrato nelle nostre vite non ne possiamo più fare a meno. Proprio pochi minuti fa Poseidone ha pubblicato una foto con sua nipote Alope, che in molti sostengono possa essere la sua amante. Io preferisco non crederci, ma Retig, la pettegola del gruppo, ne è sicura. Nel frattempo Alerke, il nostro comandante, controlla il meteo sul suo cellulare. Dice che non avremmo potuto scegliere periodo migliore per salpare. Il sole picchia duro, il mare è una tavola. Io mi annoio facilmente, purtroppo i miei amici sono su altre navi e mi limito a fare dei giretti su Facebook per ammazzare il tempo. Elef si è scattato un selfie questa mattina. Sorride. Niente di meglio per mettermi di buonumore. Qualcosa però inizia ad andare storto. L’equipaggio è preoccupato, Alerke ha una brutta espressione sul volto. E’ panico. Mi facevo spazio per chiedere cosa stesse succedendo ma all’improvviso capii tutto: alle nostre spalle vi era un acquazzone in arrivo. Nuvole piene di pioggia avanzano velocemente verso di noi. I gruppi Whatsapp esplodono, sono messaggi di paura. I nostri questa volta non sanno veramente cosa fare. Io sono nettamente terrorizzato, aspetto suggerimenti dai più esperti. Mia madre cerca di tranquillizzarmi, ma più lo fa e più capisco che sta per succedere qualcosa di grave. Il mare inizia ad agitarsi, la barca ad oscillare. Un fulmine in lontananza cade a picco sull’orizzonte, di fronte i nostri occhi. E’ panico. Alerke ci raccomanda di fare attenzione e di aggrapparci a qualcosa di solido durante la burrasca. Il temporale si fa sempre più vicino. Io non posso che pensare ad Elef e sperare che stia bene. Provo a mandarle un messaggio ma non c’è segnale. Sono in ansia. Una lieve pioggerellina accompagna i nostri cattivi pensieri. Il maltempo è arrivato, contraddicendo le previsioni meteo. Stringo la mano di mia madre ed acciuffo una fune: i cavalloni e i fulmini non avranno pietà di me. Urla di terrore, pianti di bambini, preghiere degli anziani sovrastano il rumore dell’acquazzone. Alerke tenta di ammainare le vele, ma facendolo rischia di essere preso da un fulmine. Per fortuna gli va bene. Io continuo ad abbracciare mia madre. La fune regge il nostro peso, forse non per molto. La barca dà la sensazione di potersi capovolgere da un momento all’altro. Basta l’onda sbagliata e la frittata è fatta. Murel, il saggio, affida agli dei le speranze della sua vita. Ha perso la moglie pochi mesi fa e crede che anche in questo momento vegli su di lui per condurlo alla salvezza. Io credo che Poseidone si stia veramente divertendo in questo momento. Dicono che gli dei ci mettano alla prova costantemente per vedere le nostre reazioni. Noi intanto abbiamo completamente perso la rotta, non si sa più dove siamo diretti. Ma forse questo è il male minore, speriamo prima di uscirne sani e salvi. Alerke parla con ognuno di noi, si dimostra un vero condottiero. Ci tranquillizza, dice che ce la faremo. Per distogliere i cattivi pensieri decide di intonare una canzone. Si, è proprio un uomo dai mille talenti. Nel frattempo decidiamo di buttare fuori dalla nave tutti gli oggetti meno stabili, così facendo nessuno rischierebbe di essere affossato da una botte di vino. Passano le ore e la tempesta non vuole proprio saperne di cessare. Ci abituiamo, se il mare viaggia a questa velocità forse ce la faremo. Per ora nessuno ha corso particolari pericoli. Tranne Retig, che per scattarsi un selfie con il maltempo ha rischiato di cadere in acqua. “Questa foto farà il giro del web quando tutto sarà passato”, sostiene. Noi la assecondiamo. Tutto ad un tratto il vento cambia. La nave aumenta il dondolio. Urliamo tutti, anche io. L’albero maestro è stato preso da un fulmine, sta per cadere sui nostri corpi. Per fortuna lo schiviamo, ma il lato sinistro della nostra barca è praticamente sfondato. Guardo negli occhi mia madre, le sussurro che ce la faremo, ci facciamo coraggio a vicenda. I più esperti lavorano per noi, Alerke sorride e ci rasserena.

La notte passò molto lentamente, ma per fortuna il sole si levò ancora una volta davanti ai nostri occhi. Alzo il busto, guardo mia madre: si sono ancora vivo. La tempesta è passata. Vediamo una terra in lontananza, speriamo che sia la Sicania. Non c’è campo ed i nostri cellulari sono fuori uso, Google Maps non ci potrà aiutare. L’unica cosa certa è che bisogna scendere da queste navi. Approderemo li, qualunque posto sia. Conto le imbarcazioni, ci sono tutte. Spero che Elef stia bene. Finalmente intravedo la sabbia sotto i miei occhi, la riva è sempre più vicina. C’è tanto entusiasmo, mia madre piange di gioia e mi bacia sulla fronte. I miei piedi toccano terra, sembra un posto bellissimo. Murel guarda il cielo e ringrazia, Alerke tenta di capire dove siamo finiti. Per me non è tempo di esplorare, è arrivato il momento di cercare Elef. Scendono tutti, rivedo un sacco di amici. Ma lei ancora no. Le navi sono approdate quasi tutte tranne una, la speranza di vederla è tutta li. Mi avvicino, vedo un ciuffo biondo, delle lunghe gambe ed un sorriso inconfondibile. E’ Elen ed è sana e salva. Ci rincorriamo e ci abbracciamo. E così arriva il momento, le palpitazioni aumentano, le labbra seccano, le ginocchia tremano: “Elen sono innamorato di te”. Ecco fatto l’ho detto, ora si gioca tutto in questi istanti. Lei sorride e mi fa cenno con la testa. Arrossisce e mi abbraccia. Si, mi ama anche lei. Adesso ci teniamo per mano e realizzo di avercela fatta. Sono l’uomo più felice del mondo. Ora però ci concentriamo sulla nostra nuova casa. Murel crede di aver capito tutto: questa non è la Sicania, siamo in Apulia. L’acquazzone ci ha trasportato sullo Ionio. Per un attimo siamo scossi da un sentimento di sconforto, ma poi pensiamo che tutto sommato qui il posto non è niente male. E dopo una lunga decisione finalmente il verdetto finale: fonderemo una nuova città proprio qui. Si chiamerà Veretum e nascerà tra il mare, il sole ed il vento. Aggiorniamo i nostri profili Facebook per comunicarlo ai nostri amici e ci accorgiamo di un dettaglio di non poco conto, il commento di Retig sotto la foto di Poseidone e Alope: “Povera tua moglie Anfidrite, dillo che la tradisci!”. Capimmo subito che la tempesta fu una punizione per ciò. Il dio del mare ci aveva castigato per quel commento. Per fortuna dal male se ne ricavò bene. Decidemmo di lasciar perdere e ci scappò solo una risata. Qualche ora dopo Murel e gli altri saggi posarono la prima pietra: la nostra storia iniziò proprio in quel momento.

Da allora il Salento non sarà più lo stesso: i Messapi colonizzeranno l’intero stivale, impareranno a modellare la pietra leccese ed esporteranno pasticciotti in tutto il mondo. Per il resto i selfie di Retig, sono già storia.

 

 

 

MENZIONE DI MERITO DONNA ESTERO

 

Monica Landolfi – di Olivos (Argentina)

 

Angelina nel cassone dei ricordi

 

Lei era tanto angelica quanto il suo nome. I nomi, sono lo specchio dell’anima? A chi spetta il compito di scegliere un nome al posto di un altro, visto che le possibilità di scelta sono tantissime? Come si vincolano nome, persona e personalità per farli diventare identità vera e particolare di una nuova esistenza?

Il fatto è che Angelina, come il suo nome, era alquanto celestiale.

Lei era la quinta sorella di una famiglia italiana composta da otto fratelli. Suo padre, il figlio del tenente e sua madre, semplicemente, Maria Vincenza.

Angelina era una bambina con la pelle bianca, pallida, diafana. I suoi occhi erano di un verde intenso, piccoli. Occhietti che invitavano a baciar quell’innocenza che splendeva su tutto il volto.

Ai quindici anni, lei aveva subito un problema all'udito che nel tempo si era aggravato al punto di lasciarla completamente sorda, e così in quel particolare suo mondo ha percorso i suoi novantanove anni i quali, moltiplicati per i corrispondenti trecentosessantacinque giorni che compongono un anno, davano come risultato la rispettabile somma di trentaseimila centotrentacinque giorni che, a sua volta, quantificavano la sua presenza di vita su questo mondo.

Angelina viveva, così, tutta immersa dentro il proprio silenzio. Senza rumori esterni, viveva in un isolamento obbligato dalla propria condizione. Nel tempo si era trasformata nella fanciulla protetta dei suoi fratelli maggiori e dopo questo ruolo si è trasferito ai suoi nipoti, i quali l'hanno sorvegliata fino all’ultimo momento della sua vita, perché lei non ha avuto né figli e né marito.

Svolgeva lavori artigianali in quanto si rendeva conto che dovesse contribuire alla sua sussistenza ed anche all’economia famigliare della casa paterna. Casa che era strapiena di rumori e di movimenti durante il giorno che però cessavano la sera. Ed era lei l’incaricata a chiudere le porte e le finestre all’imbrunire, soprattutto quelle della cantina che incuteva paura ai membri della famiglia quando avvertivano il cigolare del legno un po secco del pavimento prodotto dal passare del tempo. Nella sua condizione, lei non sentiva alcun rumore ed ignorava quel genere di paura, che evocava negli altri fantasmi inesistenti, e, quindi, era la più indicata a svolgere quel compito.

Arrivò un giorno, però, che le condizioni familiari e personali della famiglia peggiorarono. Le guerre, la miseria e la mancanza di opportunità lavorative costrinsero suo padre ed i suoi fratelli ad emigrare per cercare nuove opportunità lavorative e migliori orizzonti, con la speranza un giorno di ritornare. Speranza, però, che alla fine si è trasformata solo in un desiderio perché i suoi familiari non sono più rientrati.

Così Angelina si era chiusa in mondo di ricordi che incominciavano a sfumare nella sua memoria con il passare dei giorni e degli anni.

Poi un giorno, all'età di 94 anni, passando davanti al computer dei suoi nipoti, vide una foto.

In un primo momento non ci fece caso, perché era indifferente alle nuove tecnologie e passava sovente davanti al computer senza fare attenzione a quello che i nipoti facevano, però quella volta qualcosa la riportò bruscamente indietro nel tempo. Fece allora qualche passo indietro e fissò lo sguardo sullo schermo, dove era presente una foto in bianco e nero, un po’ ingiallita e sfumata dal tempo, con le figure di due uomini.

Angelina fece appello ai propri ricordi ed alla fine riconobbe che quelle figure, che indossavano i vestiti dei soldati della Prima Guerra Mondiale, corrispondevano a quella del padre, all'età di 38 anni, e che aveva visto per ultima volta 74 anni prima, ed a quella del fratello di 17 anni.

La foto del suo passato familiare era rimasta rinchiusa in una piccola valigetta piena di altre foto e ricordi di altri tempi, che i suoi nipoti avevano trasferito sul computer, ed era riapparsa all’improvviso, come un incantesimo, davanti gli occhi di Angelina, risvegliando i ricordi di quei lontani tempi.

Immobile davanti alla foto, e, scavando negli archivi della sua memoria d'un colpo rinfrescati, mosse l'indice verso le figure sullo schermo ed esclamò con gioia e sicurezza: Mio padre!

Erano passati settantaquattro anni dal giorno in cui quei familiari erano partiti senza più ritornare, ma alla fine la loro presenza umana si era di nuovo concretizzata grazie ad una foto apparsa sul computer dei nipoti e quei familiari erano stati restituiti alla memoria ed alla famiglia.

Angelina, che era rimasta chiusa per tanti anni nel suo silenzio, all'improvviso recuperò tutte le sue energie e la memoria storica espressa con quella magica parola che da tantissimo tempo non aveva più pronunciato.

 

 

SEZIONE NARRATIVA STUDENTI

 

1.a Classificata - Diletta Giaquinto di Patù (Lecce)

 

La principessa stonata di una fiaba assai diversa

 

Tesoro, per favore, abbiamo le orecchie piene del tuo canto”.

Ascoltando quelle parole dette da suo padre il Re, Isabella, principessa di uno degli otto Regni incantati, chiuse la sua bocca e smise di cantare.

Giunse la sera e conclusa la lezione di canto, Isabella andò nella sua stanza e si perse nel rumore dei suoi pensieri, mentre si guardava nel suo immenso specchio:

Com’è buffo esser me! Principessa di un regno incantato, che però non incanta”.

Isabella era l’unica figlia del Re e della Regina, ed era anche l’unica principessa ad esser diversa. Isabella non era esattamente come le altre sette principesse del reame. No, lei era l’opposto: lei era l’unica a non saper cantare, lei era l’unica a non vedersi bella, lei era l’unica a non sentirsi una principessa.

Piccola mia, tu sei una principessa, tu sei la mia principessa”.

La regina sapeva bene cosa alloggiava nella testa di Isabella togliendole il sorrido, per questo ogni giorno le ricordava sempre che lei era una principessa, e che meritava quel nome. E ogni volta, Isabella annuiva, sapendo che quella era la verità, ma era così difficile per lei crederle.

Finché una mattina di un giorno come tanti, qualcosa nella mente della principessa sembrò prender posto. Un’idea, un piano, un pensiero inaspettato, talmente diverso da far sentire la principessa stranamente al posto giusto.

Isabella decise di partire, di fare un viaggio lontano, in un luogo diverso di cui aveva solo sentito parlare: il Regno al contrario.

La principessa, decisa nel suo intento, salutò suo padre il Re e sua madre la Regina, e si incamminò. Durante il viaggio, la ragazza pensò a tutto quello che aveva sentito sul regno in cui stava per andare. Si ricordò ciò che le raccontava sua madre, ogni singola storia su quel regno così particolare che nessuno volle mai visitare, perché diverso.

Si narra, piccola mia, che lì, oltre quella collina e il fiume, ci sia un regno talmente strano da essere chiamato il Regno al contrario. Si dice che il Re di quel regno, sia alto poco più di un metro, e che la sua Regina non indossa mai la corona. Le voci di quei pochi che ci sono stati, parlano di un bambino che non sa parlare e di una bella principessa che non riesce a camminare. So per certo, che in quel Regno il principe non ha la pelle candida come un principe deve avere, ma scura, nera. E che la sua promessa sposa scrive, quasi come scarabocchi, figure strane che non sembrano parole. I sudditi sono tutti matti. In quel Regno nulla è come gli altri regni, nemmeno gli animali”.

E col ricordo di queste parole scolpite nella mente, la principessa era ormai giunta a metà strada:

Devo solo attraversare il fiume e, intrapreso il sentiero, sarò arrivata”.

Così pensò e così fece. Attraversò il fiume, camminò lungo il sentiero, e si ritrovò nel Regno al contrario.

Camminando per una delle strade che portavano a palazzo, la principessa vide i sudditi di quel Regno che parlavano l’uno con l’altro, ognuno con un sorriso sul viso, ognuno pieno di felicità. Uno di essi, aveva una bottega e Isabella vi entrò, rimanendo affascinata da quello che vide. C’era nel negozio, su un trespolo, un animale che la principessa non aveva mai visto prima di quel momento. Aveva le piume tutte bianche, il becco nero, e un grande ciuffo giallo. Isabella fu affascinata tanto da quel animale, che rimase fissa a guardarlo. Era la prima volta che vedeva un animale simile, e a quella vista ricordò le parole di sua madre: “Nulla è come gli altri regni, nemmeno gli animali”.

La principessa uscì dalla bottega, e si diresse verso il palazzo. Arrivata di fronte al gran portone, la principessa pensò di dover dire chi fosse, ma in realtà nessuno le chiese il suo nome. Varcò la soglia del portone ed entrò. Nel gran salone del palazzo, vide una ragazza, una giovane principessa seduta su una gran sedia. I suoi piedi non si muovevano, e Isabella si avvicinò a lei. La ragazza, appena la vide, la salutò, chiedendole poi chi fosse.

Sono Isabella, principessa del Regno incantato”.

Ho sentito molto parlare di te”, le disse la ragazza, poi continuò “Io sono la principessa di questo Regno, e ho sempre voluto conoscerti”. A quelle parole, Isabella si sentì lusingata, e le chiese il perché di quel sempre sperato desiderio.

Sapevo che non eri uguale a tutte le altre”. La principessa rispose sinceramente, ma quelle parole toccarono Isabella, che capì che la sua diversità era giunta fin lì.

La principessa del Regno al contrario, notò che qualcosa nelle sue parole, aveva ferito Isabella, e capì ciò che la rendeva triste.

Vieni con me”.

A quelle parole, Isabella rimase muta, non capiva come avrebbe fatto la principessa a muoversi, dato che i suoi stessi piedi non si muovevano. Ma, prima che la ragazza potesse chiederlo, la principessa si fece portare una sedia particolare: aveva due ruote.
“C’è un modo per ogni cosa, basta solo trovarlo”, disse la principessa guardando Isabella, che per la prima volta capì che per essere felici c’è sempre almeno un motivo.

Entrarono in una stanza. C’erano dei quadri appesi al muro, dei quadri bellissimi. Raffiguravano paesaggi e animali che Isabella non aveva mai visto prima di quel momento; ma dipinti così minuziosamente da sembrare reali.

Li ha dipinti mia sorella”, disse la principessa, “Ma nessuno ha mai creduto che tutto questo esista realmente”, e Isabella ricordò le parole di sua madre: “Scrive, quasi come scarabocchi, figure strane che non sembrano parole”.

Vieni, voglio farti conoscere una persona”, le disse la principessa. Quando entrarono nella stanza, c’era un bambino seduto davanti a un pianoforte. Appena le vide, il bambino le salutò con un sorriso e fece un cenno con la mano. Poi, senza parlare, la principessa fece alcuni gesti con le mani, e il bambino capì. Si girò e si mise a suonare. Isabella era ipnotizzata da quella musica.

Non ha mai detto una parola, ma si può parlare in altri modi”, le disse la principessa quando uscirono dalla stanza, e a Isabella vennero in mente delle altre parole: “Un bambino che non sa parlare”.

Ti prego, resta per cena. Vorrei farti conoscere la parte mancante della mia famiglia”.

Isabella accettò volentieri, e giunta la sera, si ritrovò nella stanza con il Re, la Regina, il bambino, la sorella della principessa e il suo sposo. Vedendoli, tutto delle parole della madre combaciava: il principe dalla pelle scura, il Re di bassa altezza, e la Regina così diversa, con quel suo strano modo di vestire e di acconciarsi il capelli; ma conoscendoli e parlando con loro, Isabella si rese conto di qualcosa che non aveva mai capito fino ad allora.

La principessa Isabella tornò a casa, nel suo Regno, e quando sua madre la vide, la ragazza aveva un grande sorriso in viso, come mai prima. La Regina non capì il perché di quella inaspettata felicità. Isabella sapeva che in quel regno tutto era diverso e per questo decise di partire, di vedere ciò che aveva solo sentito. Al suo ritorno sapeva ciò che fino ad allora non aveva capito:

Essere diversi, è ciò che ci rende unici. Io non so cantare, non sono uguale alle altre, non sono così come una principessa dovrebbe essere, però un cosa la so: è la mia diversità a rendermi la persona che sono. E non c’è nulla di più bello che scoprire che c’è dell’altro oltre lo sguardo, oltre ciò che rende strani. C’è un mondo che solo con gli occhi non è possibile vedere”.

 

 

 

 

 

 

2.a Classificata - Chiara Maggio di Patù

 

Dàirine

 

Leggeri bagliori dorati si accendono mentre il sole mi accarezza piano, attraversando l’acqua. Non è raro che la gente trovi tesori sepolti sotto la sabbia, domandandosi da dove vengano e cosa raccontino, ma non sono interrogativi che durano tanto;non si ha abbastanza tempo per ascoltare. Ma ormai sei seduto qui, non ci vorrà molto, quindi chiudi gli occhi, mentre le note, meccaniche e una dopo l’altra, cantano la mia ultima melodia; il tempo e l’acqua l’avranno certamente resa lievemente sgradevole,quindi, per questo, e per altri motivi, ascoltala col cuore. È passato poco tempo ma guarda bene: c’è una ragazza dai lunghi capelli dorati che passeggia sulla riva di questo laghetto; il vestito, di un colore fresco e chiaro, si alza per poi arricciarsi in morbide onde, mentre ride e corre all’ombra degli alberi. Le sue iridi, dello stesso colore del cielo, brillano, dando l’impressione che nulla possa scalfirla; appare ricca di una forza fatta di speranze e convinzioni. Dàirine canta, rivolge al cielo la sua voce ancora incerta, ma che col passare degli anni migliora; e lei cambia insieme a questa, pur continuando a provare un amore immutato per questo luogo. Anche il suo sguardo è diverso, più profondo, come se le domande della vita iniziassero ad affiorarle nella mente; ma non dice nulla, resta in silenzio, osservando il mondo e quasi temendo di far sapere a qualcuno ciò che la sua mente vuole conoscere. Qualcosa la spingeva a tacere e il silenzio, lentamente, iniziò a ricamare su di lei; osservava la realtà senza però vederla, detestava le ingiustizie cui assisteva, e finiva sempre col domandarsi se le espressioni della gente fossero sincere. Iniziava a notare altre donne, uguali a lei eppure trattate diversamente, vedeva i loro volti lividi che sforzavano un sorriso e avvertiva il dolore di quella finta allegria pugnalarle l’anima. Notizie su notizie si affollavano nella sua mente, la morte sembrava richiamarne altra, che accorreva senza farsi scrupoli, con una velocità e un fervore impressionanti.

Veniva ancora in questo laghetto, Dàirine, ma portava con sé libri di grandi menti, probabilmente alla disperata ricerca di un mondo privo di tutto ciò che ora la terrorizzava, e per rispondere alle proprie domande: si può avere paura dell’amore? Era la domanda che si poneva più frequentemente, tormentandosi per l’assenza di una risposta. Ora non cantava più, sè non raramente e in silenzio, mentre i suoi occhi, simili a orizzonti burrascosi, si soffermavano sulla superficie tremolante dell’acqua; avvertiva il vuoto intorno a se, era una sensazione opprimente, soffocante, impossibile da non ascoltare, e forse era anche questo a spaventarla: sapere di essere sola, in quel mondo apparentemente brulicante di gente. Ognuno si curava solo di sè, tanto che quasi senza che nessuno ci facesse caso, la guerra si stava facendo strada, strisciando con sussurri e inganni; intenzionata a bussare alle porte di tutti, sempre temuta, mai meno spaventosa o crudele. Questa dama grigia, coperta di sangue e polvere, stava nuovamente aprendo le porte al terrore, alla discriminazione e alla schiavitù; nulla si salvò dalle sue mani, non una sola cosa era risparmiata, che fosse una creatura innocente o un’opera d’arte. La cultura era nuovamente sviscerata, massacrata e demolita, i libri messi al bando, il sapere scacciato e deriso. Dàirine leggeva ancora; eppure si sentiva oppressa, discriminata, violata nella mente e privata del suo stesso respiro: i segni sui corpi di quelle che incontrava erano aumentati ma i sorrisi, anche i più finti, si erano spenti. Non voleva più lasciare il lago, si rifiutava di tornare in quel mondo che non le apparteneva; aveva ripreso a cantare, ma lo faceva quasi con rabbia, la sua voce chiedeva il riscatto anche di chi non aveva più fiato per domandarlo. Danzava. Se qualcuno l’avesse vista nel mentre, l’avrebbe detta in preda alla follia, ma era sola, e per lei non c’era altro modo per esprimere ciò che sentiva se non sfinire se stessa in quel modo, facendo diventare i piedi doloranti e il respiro irregolare . I suoi occhi erano ormai irriconoscibili, conservavano appena i bagliori della loro vecchia luce: era stata sostituita da un’ intensità profonda e carica di dubbi. Non parlava per custodire gelosamente i suoi pensieri, temeva glieli avrebbero portati via, e non poteva permettere a nessuno di strapparglieli perché venissero gettati in quel mondo che ne era privo … però aveva trovato una risposta alla sua domanda: non era l’amore a fare paura, ma gli uomini che lo concepivano male.

Credo la storia finisca qui. Mi sarei chiesta volentieri anche il perché di questo, se solo avessi potuto, ma quella realtà, che tanto avevo evitato, venne a bussare alla mia piccola porta incantata e mai ebbi tanta paura come in quell’ultimo momento di vita. Non sapevo per quale motivo presi questo cofanetto, iniziando a cantare dopo averlo aperto; ma ad un certo punto non vidi più nulla, la voce sembrava non uscire dalla gola e le mani cedermi mentre altre, avide e sconosciute, mi stringevano, toccavano e strattonavano. Non potevo gridare, il mio canto era solo un sussurro e i ricordi appaiono come sbiaditi, sento solo risate e voci volgari, solo dolore e confusione unite ad un buio perenne. Inutile dire che non mi hanno mai trovata e di me non credo rimanga più nulla se non questi ultimi sussurri. Se non ricordo male c’era il mio nome inciso sul cofanetto opaco che ti è rimasto fra le mani; credo che il tempo e l’acqua lo abbiano cancellato, o almeno è quello che emerge dalla tua espressione …. ma ora non ha più importanza. Alza lo sguardo; non la vedi anche tu una ragazza dalle lunghe vesti e i capelli sciolti cantare? Non noti anche tu la mia anima osservare il mondo con occhi nebbiosi, sperando che un giorno cambi? Non mi hai osservata, mentre sorridevo piano, nascondendo il viso segnato?

 

HANNO VALUTATO I TESTI I GIURATI

 

- Cinzia Baldazzi di Roma – Giornalista Rai1, saggista, critica letteraria, teatrale e musicale

- Mauro Ciardo di Gagliano del Capo (Lecce) Scrittore, pubblicista e giornalista de “La Gazzetta del Mezzogiorno”

- Lorenzo De Ninis di Lignano Sabbiadoro (Udine)–Professore di lettere, poeta e webmaster diwww.poetare.it.

- Gordiano Lupi di Piombino (Livorno)–Editore, giornalista, scrittore, traduttore, pubblicista, direttore de “Il Foglio Letterario”

- Miguel Rosario di Firenze – Attore e regista Venezuelano, autore di testi per il teatro, Direttore artistico Compagnia “Il Bernoccolo”

- Viviana Viviani di Bologna – Recensionista e giornalista-pubblicista

SEZIONE SAGGISTICA

(La graduatoria è compresa tra un voto massimo di 70,05 ed uno minimo di 69,67)

 

1° Classificato - Spanu Giovanni di Patù (Lecce)

 

 

LIBORIO ROMANO PADRE DELL’UNITA’ D’ITALIA – Un grande uomo dimenticato dalla storia ufficiale

 

Se una persona nasce al sud, ha scarse prospettive di affermazione. Da questo modo di ragionare comune, mi permetto di dissentire. Il sud è ricco di personaggi, che hanno dato e danno lustro all’Italia.

Liborio Romano, pur essendo nato (il 27 Ottobre 1793) in uno dei più piccoli paesi d’Italia, Patù (dove vi morì il 17 Luglio 1867), località situata per giunta nel profondo sud, riesce a scalare il potere a livello nazionale e non solo, riuscendo a dare un contributo notevole all’Unità d’Italia.

Infatti, nel periodo antecedente all’unificazione della nazione, 1860 , ricopre incarichi di notevole importanza essendo Ministro dell’Interno e Prefetto di Polizia a Napoli sotto i Borboni.

Questa condizione per le popolazioni meridionali fa ben sperare perché dimostra che non basta essere nati nel sud per essere tagliati fuori dalla politica nazionale: l’impegno ed il desiderio di emergere può dare una grossa spinta verso il successo. E per questo servono ambizione e determinazione, unita alla consapevolezza dei valori che possiedono le genti del sud. Quindi, forza popolo del sud, noi non siamo migliori, ma nemmeno peggiori del resto d’Italia e del mondo.

Don Liborio, è un personaggio che ha dato tanto all’Italia per la sua unificazione, e non solo lui. Anche tanti altri personaggi ne hanno fatto parte e sacrificato la propria vita per il Risorgimento salentino e italiano. Peccato che la storia ufficiale ignori questo grande contributo. Ma giunge sempre il momento della consapevolezza, della presa di coscienza e della crescita culturale per riappropriarci della nostra storia, delle nostre radici. Se non lavoriamo noi per far crescere la conoscenza, è illusorio pensare che lo facciano gli altri.

A Liborio Romano va riconosciuto il merito di essere stato uno dei pionieri della storia post unitaria del sud ed uno dei primi politici che ha alzato la voce per denunciare le condizioni disastrose in cui il meridione era stato relegato. In una lettera del 1860 indirizzata a Cavour, detta delle dieci piaghe del sud, indica i mali delle nostre popolazioni, ma ne elenca anche i rimedi, lettera che non viene presa in considerazione, perché Cavour muore nel 1861, si sospetta sacrificato dai poteri forti.

Questa lettera, letta a 150 anni di distanza dall'unificazione, dimostra che le sue denunce siano rimaste inascoltate perché da allora non è cambiato nulla. Ma questo dimostra anche che Liborio Romano, era un genio ed un grande uomo politico. Infatti, il Cavour, che non lo aveva conosciuto prima personalmente, una volta che lo ebbe incontrato, lo definì come “la migliore testa pensante del mezzogiorno d’Italia”.

Ma evidentemente, la collaborazione tra questi due personaggi, non andava bene ai potenti dell’epoca ed i due uomini politici, in modi diversi, vengono eliminati: Cavour ucciso con strane pratiche mediche proprio dagli stessi medici che avrebbero dovuto curarlo, Liborio Romano, esiliato nel parlamento e reso innocuo, perché non era accettabile che un parlamentare potesse battersi per i popoli del sud, e Don Liborio questo ruolo lo svolgeva e l'ha svolto fino alla sua morte.

La sua coerenza, lo ha portato a non fare le scelte per convenienza, personale o politica, ma ha percorso la via del cuore, e il suo era molto legato al sud e alle sue genti. Oggi si parla ancora di trasformista, voltagabbana, camorrista, ecc... , tutti appellativi che vanno smontati uno per uno. Lui non era attaccato alla poltrona come tanti suoi conterranei, ma aveva nel cuore i destini delle genti meridionali. Il carattere di don Liborio, viene evidenziato in una lettera che il fratello Giuseppe, anche lui deputato, aveva scritto ad un amico, dove si diceva che Liborio avendo ricoperto incarichi così importanti avrebbe potuto essersi ricoperto d’oro, ma a lui bastava il poco che aveva di suo e non chiedeva altro, addirittura è detto comune che lui sia morto in povertà. Questa è la morale di don Liborio, non quella degli opportunisti politici del suo tempo ed odierni che mirano a tutelare i propri interessi politici e personali.

Naturalmente, non bisogna dimenticare che lui faceva parte di una famiglia nobile di Patù e con le sue risorse, nella piccola Patù e paesi vicini, poteva sostenere le sue ragioni con una certa autorità. Inoltre i suoi possedimenti erano tali che garantiva anche un certo benessere al personale da lui dipendente ed anche all'economia locale.

Ma per ritornare all'analisi della figura del Romano ed al suo impegno politico, che tanti guai gli hanno procurato nel tempo, ricordo che lui nasce liberale e non nasconde mai una certa avversità al regime borbonico. Questa sua posizione gli causerà anche restrizioni personali della libertà personale, il confino e l'esilio, per circa venti anni della sua esistenza, senza però mai subire un processo. E sotto il regime borbonico, bastava che qualche avversario politico o persona gelosa facesse una delazione, denunciando anche comportamenti non veri, che si veniva incriminati, arrestati ed incarcerati senza alcun processo. E questo era un altro degli aspetti negativi della giustizia borbonica.

La storia e i presunti storici, si ricordano di lui, solo quando c’è da denigrare la sua immagine, e quindi viene rappresentato via via come trasformista, voltagabbana ed, infine, anche come camorrista. Per cui penso sarebbe ora di smetterla di giudicare, senza conoscerne i comportamenti e gli avvenimenti nella loro interezza e tanto meno la vera realtà politica di Napoli nel periodo borbonico antecedente all'unità d'Italia.

Lui non è trasformista e tanto meno voltagabbana, ma persegue una sua idea ed un suo progetto politico: traghettare il regno delle due Sicilie, verso la sua fine naturale, ormai segnata, in modo pacifico ed evitando spargimenti di sangue.

E poi utilizzare la parola “camorrista” mi sembra anche impropria e poco appropriata al personaggio. Risponde al vero che lui raggiunge degli accordi informali con la camorra, ma al solo fine di tenere sotto controllo la città di Napoli nel periodo del trapasso dei poteri dal vecchio regime al nuovo ed al solo fine di evitare una carneficina tra napoletani.

Lui stesso nelle sue memorie afferma che in tempi normali non avrebbe fatto mai quelle scelte ed aggiunge che il “suo compito era quello di salvare Napoli” e con questi ideali si mosse.

L’episodio del coinvolgimento dei camorristi, può essere condensato in questi termini: Napoli era allo sbando, non esisteva più la polizia ufficiale, la camorra era pronta a mettere le mani sulla città di Napoli, Garibaldi era accampato a Salerno, pronto alla conquista di Napoli. In questa situazione precaria e difficile Liborio Romano si è trovato ad operare mentre gli altri scappavano.

Lui stesso afferma nelle sue memorie, che in “una situazione di grande disordine e confusione, mi feci soccorrere da un’idea un po' bizzarra: salvare il male con il male stesso”. Come oggi, il male di allora era la camorra, ed è di questa che lui decide di servirsi.

A Napoli Liborio Romano esercitava la professione di avvocato ed era molto noto per la sua bravura. Aveva uno studio molto importante dove lavoravano altri quattordici avvocati, tutta gente qualificata, e professionalmente preparata, tant'è che dopo l'unificazione quasi tutti sono diventati parlamentari. Nel suo ruolo di avvocato, per motivi professionali, aveva avuto anche dei rapporti in cause civili e penali con elementi malavitosi e decide di sfruttare tali conoscenze professionali per una collaborazione con la malavita tesa a mantenere l'ordine nella città in un momento di grande confusioni dove anche le associazioni criminali avrebbero potuto mischiarsi alla confusione per alimentarla e gestirla a loro vantaggio. Allora fa chiamare a casa sua i capi dei malavitosi, e dopo averli confusi abbastanza con vaghe promesse di condoni, li convince ad una collaborazione in cambio di una cancellazione del loro trascorsi da criminali dando ad intendere che nella realtà lui gli stava offrendo di redimere il loro passato delinquenziale entrando a far parte delle forze di polizia. L'offerta è troppo allettante per lasciarsela sfuggire e queste persone accettano di collaborare per mantenere la serenità e la tranquillità a Napoli.

Il Prefetto Romano, forte di questo assenso, organizza così delle ronde miste, in modo da impedire alla malavita di sfruttare eventuali situazioni di confusione e bloccarne i movimenti. Le ronde fra l'altro erano sbilanciate nel numero dei componenti, nel senso che le forze regolari di polizia erano in maggioranza ed i malavitosi non erano armati, ed erano individuabili da una coccarda tricolore.

Qualcuno potrebbe sostenere che qualche interesse privato in questa situazione, i camorristi lo avrebbero attuato lo stesso, ma Liborio Romano aveva messo in conto anche questa possibilità. Infatti aveva capito che nelle nuova veste di immunità in cui i camorristi si trovavano qualche interesse privato avrebbero potuto gestirlo lo stesso anzi meglio. Ma era il prezzo da pagare per garantire l'ordine a Napoli in un momento in cui la confusione avrebbe potuto favorire meglio e di più la criminalità se lasciata libera e non vincolata da quell'accordo che lui furbescamente aveva fatto accettare loro in cambio del condono delle loro colpe.

Questo stratagemma permise al Romano di tenere sotto controllo l’intera città e a Garibaldi di raggiungere Napoli in treno ed entrare in città a piedi e disarmato, dove viene accolto in una città pacifica ed addobbata a festa, e accompagnato in carrozza per le vie di Napoli insieme a Liborio Romano e ad Antonietta De Pace, anche questa eroina e patriota salentina di Gallipoli.

In quell'occasione non fu sparato un solo colpo e non venne sparsa neppure una goccia di sangue. Per questo accordo furbesco, che ha scongiurato una guerra civile, Liborio Romano ancora oggi, a 150 anni dalla sua morte (1867-2017), si porta dietro l’onta di una distorsione storica a lui sfavorevole ma soprattutto il marchio di camorrista.

Ma i tanti denigratori e puritani non gli riconoscono alcun merito, ovvero quello di aver salvato la città di Napoli da una guerra civile, dallo spargimento di sangue fraterno e di una eventuale distruzione o danneggiamento dell'arredo urbano.

La storia di questi ultimi anni ha riabilitato tutti, fascisti, comunisti, partigiani ecc..., ed alla fine si riabiliteranno anche i brigatisti del nostro recente passato, mentre il Romano rimane vittima di una lunga persecuzione, in vita e in memoria, a causa della sua coerenza e della suo straordinario intuito politico che gli ha permesso di servire sempre il popolo, mettendo da parte gli interessi personali.

Oggi, coloro che hanno apprezzato l'opera di questo personaggio cominciano a capire che qualcosa si sta muovendo in senso positivo per rendere giustizia all'operato di Liborio Romano. In questi ultimi anni, infatti, sono state presentate tre tesi di laurea sulla sua figura ed, inoltre, sono stati pubblicati diversi libri e saggi che approfondiscono la sua azione politica.

Forse un giorno il giudizio su Liborio Romano si modificherà e coloro che oggi lo denigrano un domani potranno apprezzarne il suo operato pratico e politico. Infatti, se la storia dimentica, una schiera sempre più numerosa e convinta della verità storica, non si omologa con i denigratori e non dimentica!

 

 

2a Classificata - Morena Calzolari di Bologna

 

Parlare bene di Don Liborio Romano

 

Parafrasando il vecchio detto “parlare male di Garibaldi”, che ironicamente ammoniva a non accennare a verità irriverenti ed offensive nei confronti di persone, autorità od istituzioni considerate intoccabili e sacre, queste considerazioni su don Liborio Romano da Patù, ragionando di opinioni dissacratorie ed irrevocabilmente negative, si possono definire un “parlare bene” di lui: un meridionalista ante litteram, l’ideatore del trasformismo politico, maestro di doppiezza, un traditore del suo Paese tradito dal suo stesso progetto, un idealista, nell’accezione più negativa di questa nobile tensione del pensare e dell’agire umano. Le origini e le ragioni di tanto astio e pregiudizio nei suoi confronti non s’intravvedono di certo nelle convinzioni e nei comportamenti, innanzitutto dell’uomo, prima che del politico. Se si accoglie l’ipotesi che il nome di Patù abbia derivazione dal termine pathos, legandone il significato alle vicende cruente subite dagli abitanti all’arrivo dei saraceni, si può accettare anche la convinzione, diffusa, che il pathos sia nella personalità e nel carattere degli abitanti di tale antico luogo. Altrettanto si può dire del suo famoso cittadino, protagonista dei fatti legati al nascere dello Stato italiano. Il giovane Liborio lascia il suo piccolo paese per recarsi a Lecce e vi rimane fino al 1810, compiendovi i suoi studi classici con solerzia ed abnegazione e delineando i contorni di un curriculum di tutto rispetto per quei luoghi e quei tempi. Il decennio francese, dal marzo 1806 al maggio 1815, aveva rinfocolato l’ardore degli animi giacobini del 1799 e fu quella l’atmosfera in cui si formò sia culturalmente che politicamente il pensiero di Romano. Ragazzo dotato, laureatosi poi in giurisprudenza a Napoli, a soli 21 anni ebbe la cattedra di diritto civile e commerciale in quella Università: un riconoscimento significativo ad un personaggio di una terra ancora avara di cultura scolastica ed universitaria. Figlio di buona famiglia, si carica di pulsioni d’alto spessore umanitario, complici i buoni maestri, gli studi e le letture, testimoniati dalla sua biblioteca, oggi smembrata e dispersa in vari luoghi di Patù. La lunga attività di cospirazione carbonara, i disincanti ed i tradimenti subiti, hanno forgiato una personalità particolare, al prezzo dei lunghi anni di reclusione ed esilio, che non è difficile immaginare come tempo dedicato all’elaborare consapevolezze e progetti, oltre che all’affinare la capacità di analisi dei comportamenti e delle necessità dei contemporanei. I successi nelle cause in giudizio, ad alti livelli, contro antagonisti potenti e di fama consolidata, derivavano da una mente brillante nell’esercizio del diritto e della dialettica. Ma è sul sodalizio con Garibaldi ed il comportamento da Ministro dell’Interno di re Francesco II, che si sono sprecate critiche e falsità. Quanto ancora da dire e da scoprire sui giorni della caduta del Regno di Napoli e quale fermento ed ambigui attori affollavano le corte. Il re partì lasciando una dichiarazione di protesta a tutti i governi ed alle potenze d’Europa, consapevole di quanto stava accadendo, della rivoluzione europea che si esprimeva nella sua forma più grande e cercava di gettare le basi di una nazione nuova, libera da tiranni e sovrani inetti: una nazione che avrebbe trovato il suo posto nel consesso europeo, assurgendo ad esempio di fratellanza e moralità. Questo era il fine, l’obiettivo: nulla e nessuno, abili manovratori, puritani dei comportamenti e moralisti del dopo e non del durante, giudici dei compiti e degli obiettivi altrui, avrebbero potuto modificare od arrestarne il raggiungimento. L’antistorico, improduttivo e ridicolo orgoglio meridionalista, attualmente in voga anche fra i detrattori di Romano, è un altro aspetto di analisi errate e poco lungimiranti sulla situazione attuale, sull’andamento socio-politico in atto e la necessità del Paese di rapportarsi con i vari Stati, anche extra europei. E’ l’incapacità di vedere la reale collocazione del sud e l’inizio del nord, non solo d’Italia. Chi denigra l’avvento dei Savoia e la realizzazione dello Stato unitario, dovrebbe recuperare dal testamento di don Liborio il senso del bene comune, l’amore per il proprio territorio e le sue genti, iniziando dal rispetto per un conterraneo che mai ha agito per mero interesse personale. La veridicità di fatti, progetti ed intendimenti del tempo di Romano, storia con la S maiuscola, richiede ancora analisi serie, non giudizi di parte, falsi storici dove si confondono perfino i re francesi: Carlo Magno con Carlo il Calvo, che tanto è presente nel passato di Patù, per intenderci, e per sottolineare le pericolose inesattezze del racconto storico. Luoghi comuni ed informazioni errate, più o meno casuali, non hanno dato all’opera ed alla figura di Romano le giuste contestualizzazioni, commenti e riconoscimenti; ancora c’è da dire, smentire ed offrire scuse, da parte della mediocrità, alla grandezza. Per dirla con parole sue: “sono le piccole menti che odiano la luce del vero (..)” In questo periodo di analisi spesso più di tipo giornalistico che storico, in cui è stata coniata ed avvalorata l’infelice espressione: “solo i cretini non cambiano mai opinione”, anche il trasformismo di Romano e la definizione volta gabbane, dovrebbero essere rivisitati e ripensati. In tempi di assenza di responsabili e di impunità degli stessi, nella politica, nell’economia, nella finanza ed in ogni espressione dell’autorità e del potere, il passato ci consegna “un gran colpevole”, un singolo capace addirittura di manovrare il processo irreversibile di mutazione di Stati, frontiere e regimi, nonché le conseguenti ripercussioni sui destini degli italiani. Occorrerebbe riconsiderare la personalità del “patuscio” galantuomo, che ha fatto conoscere la sua terra fuori dai confini, spaziando in tutta Europa, antesignano di una tendenza che oggi trova consensi ed unanimità di convinzioni. Qualcuno dovrebbe ripensare ai giudizi astiosi, primi fra tutti i napoletani, che in una lapide in memoria lo definirono con ingratitudine un politico con due anime e due leggi morali, sentenziando addirittura che i peccati suoi sarebbero stati i destini della patria e disconoscendogli il merito di aver evitato, pur con strategia poco edificante, ma con un fine che ben supportava i mezzi, un eccidio da vera guerra civile nella loro città, nel momento della resa del re a Garibaldi. Epigrafe anche scorrettamente commentata da un eminente giornalista italiano del secolo scorso che non si è fatto scrupolo d’imputare a don Liborio una serie di responsabilità e comportamenti, sovrastimando le intuizioni del popolo napoletano e, con sommaria conoscenza dei fatti, commentando le sue sorti di politico. Se si volesse imputare la fine di una carriera ad un insuccesso elettorale, bisognerebbe valutare le 400.000 preferenze, ottenute all’indomani della sua candidatura al Parlamento unitario: un consenso plebiscitario all’ennesima potenza, anche in considerazione dei partecipanti e degli aventi diritto al voto. Un altro commento astioso e fuori luogo, quindi, generalista, superficiale: chi fece cosa, cosa capì un popolo e cosa non fece un altro, come se ad essi fosse demandato un potere decisionale monolitico, dinamico ed operativo. Davanti alla fine di una dinastia che inevitabilmente doveva lasciare posto al nuovo, la massa era ben lungi dal poter capire le dinamiche, gli intrighi internazionali ed il lavorio dei faccendieri della politica asserviti al Cavour, decisi al cambiamento. E rispetto allo statista piemontese, l’agire di don Libò è un esempio di limpidezza; da lui convocato, gli rispose con una lunga lettera, un documento fondamentale sul suo modo pensare e rapportare la realtà del meridione al mutamento avvenuto, sui problemi delle sue genti che, forse unico fra i suoi conterranei, portò all’attenzione del grande piemontese, deus ex machina del nuovo Stato. Ne ricavò il complimento di essere un grande meridionale, espressione che avrebbe dovuto garantirgli la ric