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In viaggio con la poesia: Nel centenario della nascita di Mario Luzi - da Salvatore Armando Santoro

IN OCCASIONE DE TERZO CICLO DI INCONTRI
IN VIAGGIO CON LA POESIA

 

Società Ricreativa L'Affratellamento di Ricorboli

Ciclo di incontri a cura di Caterina Trombetti

 

mercoledì 7 maggio 2014, ore 17:30

Mario Luzi nel centenario della nascita

Letture e testimonianze di Caterina Trombetti

Proiezione di un lungometraggio

 

mercoledì 21 maggio 2014, ore 17:30

L'Archivio della Voce dei Poeti

Diretto da Alessandra Borsetti Venier

 

mercoledì 4 giugno 2014, ore 17:30

Dino Campana nel centenario

della pubblicazione dei Canti Orfici

Letture e considerazioni di Lorenzo Bertolani

 

 

Teatro L'Affratellamento

Via Giampaolo Orsini, 73 - Firenze

Info:

tel. 055 6814309

info@affratellamento.it

www.affratellamento.it

 

L'ingresso è libero a tutti gli incontri

 


FACEBOOK ED IL 25 APRILE - da Salvatore Armando Santoro

FACEBOOK ED IL 25 APRILE

MI E' VENUTA IN MENTE QUESTA RIFLESSIONE MENTRE LEGGEVO UNA RISPOSTA CHE L'AMICO FRANCESCO GALGANI MI AVEVA MANDATO QUESTA MATTINA. ED HO PENSATO CHE RIPROPORRE IL SUO PENSIERO POTEVA TORNARE UTILE AGLI AMICI PIÙ INTELLIGENTI PER RIFLETTERE SU QUESTO MOSTRUOSO STRUMENTO CHE È FACEBOOK E CHE LO SONO TUTTI GLI ALTRI PORTALI CHE GLI RASSOMIGLIANO E CHE CI STANNO INGABBIANDO IN UNA TRAPPOLA DOVE NOI PENSIAMO DI ESSERE LIBERI ED INVECE CI RICHIUDIAMO DENTRO DA NOI STESSI.

A ME FACEBOOK SERVE PER DIFFONDERE LE MIE INZIATIVE MA POI CI PUBBLICO DI TUTTO E, DI CONSEGUENZA, DIVENTO UN OGGETTO DA SFRUTTARE E CONDIZIONARE COME TUTTI QUELLI CHE PENSANDO DI ESSERE LIBERI E DI CONDIVIDERE LA LIBERTÀ SU CERTI PORTALI NEI FATTI CONDIVIDONO SOLTANTO LA LORO SCHIAVITÙ. RIUSCIREMO A CAPIRLO? HO I MIEI DUBBI E SE FRANCESCO RESISTE A STARSENE FUORI FORSE RIUSCIRÀ QUALCHE RIFLESSIONE A FARLA MATURARE ANCHE IN ALTRE PERSONE.

MA ECCO QUELLO CHE SCRIVE FRANCESCO:

Riflessioni su Facebook

 Inviato da francesco.galgani il Ven, 04/25/2014 - 15:55, pubblicato in http://www.informatica-libera.net/content/riflessioni-su-facebook

I social network sono molte cose: sono uno strumento di controllo delle masse (molto più invasivo e molto più efficace delle dittature del passato), uno strumento di marketing e politica, un prolifico mercato di pubblicità, un luogo di raccolta di informazioni private per poi rivenderle, e ovviamente una gallina dalle uova d'oro per il business miliardario di chi ha il controllo di tali strumenti.

I social network sono molte cose e sovente spingono le persone a chiudersi in un mondo sempre più ristretto, gestito da algoritmi su cui non hanno alcun controllo. I social network sono un esempio di psicologia applicata alle masse, una dimostrazione di come sia possibile ingannare milioni di persone, facendole sentire libere dopo aver messo loro guinzaglio e paraocchi. Sono una sorta di droga, tossica come la cocaina e l'eroina e con danni ad esse equiparabili. I più danneggiati sono i giovani, che sono la speranza e il futuro di questo mondo. Avevo scritto una poesia intitolata "Facebook" e ho studiato a fondo l'inganno dei social network nella mia tesi di laurea su "Solitudine e Contesti Virtuali". Avrei voluto far sapere al mondo intero quello che ho scoperto nelle mie ricerche, ma le persone non hanno né tempo né voglia d'ascoltare, e tanto meno hanno voglia di cambiare le proprie abitudini, anzi, l'uso di Facebook è sempre più invasivo e immersivo. Nel frattempo, l'intento di Facebook per allargare il proprio dominio, il proprio controllo e il proprio business è chiaro: rendere il web sempre più simile a Facebook, perché tutta la connettività delle persone "deve" (?!) iniziare con Facebook e finire con Facebook. I numeri dimostrano che in effetti questo è ciò che la massa degli internauti desidera: «Facebook has a grand vision: to connect the entire Internet, and every website on it, with a layer of social integration». Anche i tumori fanno così, o almeno ci provano: si allargano sempre di più, prima di uccidere tutto l'organismo.

Molti si sentirebbero persi senza Facebook, come se un proprio pezzo di vita venisse meno. E allora continuano ad essere "connessi, ma soli" (il video qui linkato ha anche una trascrizione in italiano). I social network aumentano la solitudine dell'essere umano moderno, ne aumentano anche il malessere psicofisico, suscitano emozioni negative, eppure le persone non riescono a staccarsi. Anzi, molti credono che Internet sia Facebook o che Facebook sia Internet. Addirittura qualcuno crede che sia uno strumento di democrazia, ma la democrazia, cioè il potere del popolo che prende in mano le sorti della nazione, è l'esatto opposto di quello che sta accadendo: sono le persone ad essere in mano agli algoritmi di Facebook, di Google e di altri, non il contrario.

Capite come mai ho scelto di non stare dentro Facebook e piuttosto mi sono fatto un blog personale, usando esclusivamente software libero su cui posso avere un controllo totale? Capite come mai, per la comunità degli studenti con cui collaboro, ho creato un "nostro" social network e un "nostro" spazio di condivisione (sempre basato su software libero), piuttosto che affidarmi alla gabbia di Facebook?

Voi facebookiani siete liberi come pesci nell'acquario, ma non ve ne accorgete.

Francesco Galgani,
25 aprile 2014

 


RAGGIUNTE LE 380.000 VISITE AL PORTALE DEL CIRCOLO - da Salvatore Armando Santoro

RAGGIUNTE E SUPERATE LE 380.000 VISITE AL PORTALE DEL CIRCOLO MARIO LUZI

Il portale del Circolo ha raggiunto e superato le 380.000 visite. Da giugno 2013 (333.333) i visitatori hanno sfiorato le 46.700 unità (con una media di 4600 visite al mese ovvero di oltre 153 giornaliere).

Di tutto questo ringraziamo i collaboratori più stretti che inviano saggi e recensioni, ed in particolare l'amico Francesco Galgani che ne  cura la manutenzione e l'efficienza, ed i visitatori che ci danno l'ossigeno necessario con la loro presenza per migliorare contenuti e notizie del portale.

Siamo certi che entro la fine dell'anno saranno superate le 400.000 visite e per un portale nato in una frazione di 400 anime di un piccolo comune come Montieri, posto ai confini con la provincia di Siena, tutto questo rappresenta un fatto significativo che dovrebbe far capire l'importanza della rete per dare visibilità anche a piccole associazioni che riescono a richiamare visite e concorrenti alle nostre iniziative culturali.

Con l'occasione auguriamo a tutti Buona Pasqua!

Salvatore Armando Santoro - Webmaster   

 


E' morto Garcìa Màrquez - da Salvatore Armando Santoro

 

E' MORTO GARCÌA MÀRQUEZ - UNA BREVE SINTESI DELLA SUA FIGURA ATTRAVERSO UN ARTICOLO SU "LA STAMPA"

 
 
 
Cultura

García Márquez, siamo tutti a Macondo

È morto a Città del Messico, a 87 anni, lo scrittore colombiano premio Nobel
A lungo bandito dagli Usa per le sue critiche, conquistò anche Bill Clinton

 

Si è spento nella sua casa di Città del Messico, con la moglie Mercedes e i due figli Rodrigo e Gonzalo accanto. Il romanziere colombiano Gabriel García Márquez, Nobel nel 1982, era malato da tempo. Dodici anni dopo la dura battaglia con un tumore linfatico, il cancro aveva invaso il suo corpo e lo scorso 3 aprile era stato ricoverato per una polmonite e un’infezione, ma lunedì gli era stato permesso di ritornare alla sua abitazione. L’autore di Cent’anni di solitudine aveva 87 anni. Il presidente della Colombia Juan Manuel Santos ha subito espresso in un tweet «mille anni di solitudine e tristezza per la morte del più grande dei colombiani di tutti i tempi. Solidarietà e condoglianze a Gabo e alla famiglia». «Per sempre Gabriel», ha invece titolato a tutta pagina il quotidiano di Bogotá El Espectador.

 

 

La centralinista all’ingresso del quotidiano il manifesto si rivolse perplessa al giovane reporter di passaggio in una mattinata chiara: «Ascolta, questo signore dice di essere Gabriel García Márquez». Il ragazzo, stupito, riconobbe l’autore del romanzo Cent’anni di solitudine, classico volume di una generazione nel mondo, le gesta del colonnello Aureliano Buendía, che promuove rivoluzioni perdendole tutte e finisce a creare pesciolini d’oro, tranquillo ed eroico come Garibaldi a Caprera. Un libro che dal 1967 ha venduto 50 milioni di copie in 25 lingue, fruttando all’autore colombiano il Nobel per la letteratura nel 1982, e creando il boom della letteratura latino-americana Anni 60 e 70, così onnipresente che José Donoso scrisse l’ironico Storia personale del boom

 

García Márquez disse piano: «Sono qui per vedere la Rossana Rossanda», allora direttrice del giornale di sinistra. Il ragazzo schizzò nella stanza della Rossanda, trafelato ed emozionato, «Rossana, Rossana c’è Márquez!», e la fondatrice del quotidiano, celebre per la concentrazione sugli articoli, rispose pacata: «Digli se per favore mi aspetta cinque minuti». L’autore più celebre al mondo, amico personale di Fidel Castro, per anni bandito dagli Stati Uniti per le critiche alla politica della Casa Bianca nel suo Paese natale, la Colombia, sospettato dal regime di traffico di armi ai guerriglieri e costretto a vivere in esilio volontario in Messico, doveva aspettare 5 minuti! Il ragazzo aveva le orecchie basse, ma «Gabo», come gli amici chiamavano García Márquez, non reagì da prima donna, ma da quel cronista nel cuore che era sempre stato: «Il mestiere che ho più amato, il mio mestiere prediletto, prima ancora della letteratura, è il giornalismo. Ascoltare le storie della gente, raccontarle una per una sulla pagina. Se mi chiedessero cosa vuoi fare nella vita mille volte risponderei, il giornalista!». In un’intervista alla Paris Review, sofisticata rivista di letteratura, Márquez ribadirà commosso: «Amo il giornalismo più di tutto», ricordando il suo reportage straordinario del 1955 Racconto di un naufrago (Mondadori), cronaca del naufragio del marinaio colombiano Luis Velasco, sbalzato da una nave commerciale e sopravvissuto alla deriva. Márquez ne fa un esempio di letteratura fantastica, quel «realismo magico» di cui i critici gli daranno la paternità, «ma io non li ascolto, non leggo mai le recensioni, né buone né cattive, i critici hanno la loro idea di quello che la buona letteratura deve essere e ti stirano per misurarti, se ci entri o no. Rispetto invece i traduttori, ma non devono mai usare note a piè di pagina, mi raccomando». 

 

Ridendo, Gabriel García Márquez prese il ragazzo sottobraccio: «Andiamo a berci un caffè, da quando volevo studiare cinema a Roma, al Centro Sperimentale di Cinematografia, il caffè romano è un momento unico. Sai, Rossana è la donna più intelligente che io abbia conosciuto e che ti capiterà di conoscere al mondo, lasciamola lavorare». Qualche anno dopo ripeterà il giudizio in un articolo per La Repubblica

 

Era nato nel 1927 nel villaggio colombiano di Aracataca, dove il vento soffia l’aria dai Caraibi, modello per il Macondo di Cent’anni di solitudine. Suo nonno, che lo educava quando il padre Gabriel Elijio Garcia, 11 figli dalla moglie Luisa Santiaga Márquez e quattro fuori del matrimonio, telegrafista, omeopata e farmacista fallito, vagava per il Paese. «Mia nonna raccontava storie, le più fantastiche, e mi ha insegnato che se dici “Un elefante vola!”, nessuno ti crede, ma se dici “Ehi, 425 elefanti volano”, tutti ti credono, ed è tecnica del giornalismo che funziona nei romanzi». Il nonno aveva combattuto nella Guerra dei Mille Giorni, quando la Colombia dovette cedere l’istmo di Panama, uomo duro e severo, modello per il «“Colonnello» del più bel romanzo di Márquez, Nessuno scrive al colonnello: l’eroe di guerre perdute, angariato da un regime corrotto, con il figlio ucciso dai killer, che scommette sul riscatto morale ed economico, grazie al combattimento di un gallo poderoso, si rifiuta di vendere la bestia formidabile ai ricattatori, e quando la moglie lo affronta alla fine, isterica, «E se il gallo non vince? Che mangiamo?», risponde stoico: «Mangiamo merda». 

 

Le avventure di Macondo sono cronache letterarie dove il genio di Márquez porta la tecnica giornalistica ai vertici del Novecento, come Hemigway – suo idolo con Conrad e Faulkner - non seppe fare. Se la compagnia Usa United Fruit era simbolo dell’oppressione per i contadini, ecco romanzeschi massacri, pestilenze, povertà in Cent’anni di solitudine, mali combattuti con la sensualità, la passione, il rigore. La politica di Márquez non esce dallo schema della rivolta latino-americana, neppure quando il presidente Bill Clinton diventa suo amico personale: «Leggevo Cent’anni di solitudine all’università, a Giurisprudenza, non riuscivo neppure a posarlo durante le lezioni». Elogi per Castro e Cuba, più tardi per il populista venezuelano Chávez. Quando la democrazia fa infine capolino in America Latina e il rivale romanziere Mario Vargas Llosa lo invita a denunciare le dittature, Márquez non cambia registro: il garbo personale, l’indole umile anche dopo il Nobel, fanno riconoscere al combattivo Vargas Llosa: «In politica no, ma come scrittore è un gigante». 

 

Senza Márquez avremmo mai letto capolavori come Pedro Paramo di Juan Rulfo con l’agghiacciante discesa nella prateria della Morte? E Onetti, Dorfman, Cabrera Infante, Cortazar? No. Dopo rivolte, guerre, pestilenze, sconfitte, il Nobel, i libri, gli amori, García Márquez non si mai dava arie e sorrideva bonario: «Ho un solo rimpianto nella vita, non ho avuto una figlia». Lo piangono la moglie, i due figli maschi, leader in tutto il mondo, i critici che non leggeva e milioni di lettori. 

 

Twitter @riotta 


Saverio Strati nel ricordo di Luigi M. Lombardi Satriani - da Salvatore Armando Santoro

SAVERIO STRATI NEL RICORDO DI LUIG M. LOMBARDI SATRIANI

(Articolo tratto da "Il Corriere della Calabria")

 

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Salvatore Armando Santoro - Presidente

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